#Finsubito news – Acquedotto del Fiora, Corte dei conti e patti parasociali


GROSSETO. Cinquantacinque Comuni, il 60% delle azioni di Acquedotto del Fiora e una domanda alla quale, oggi, non è semplice dare una risposta: chi esercita realmente il controllo sulla società che gestisce il servizio idrico nelle province di Grosseto e Siena? È il nodo che la Corte dei conti ha portato alla luce esaminando le società partecipate del Comune di Grosseto. Un problema che, però, non riguarda soltanto il capoluogo maremmano, ma potenzialmente tutti gli enti locali che possiedono quote dell’acquedotto.

E che adesso ha prodotto una conseguenza concreta: il Comune di Grosseto ha convocato tutti i sindaci soci per lunedì 19 ottobre, alle 12.15, nella sala consiliare di piazza Duomo, per discutere proprio della governance della società e della possibilità di stipulare nuovi accordi o patti parasociali.

La convocazione è datata 12 ottobre 2026 e non lascia dubbi sull’argomento dell’incontro: all’ordine del giorno ci sono i rilievi della Corte dei conti e le iniziative da assumere congiuntamente in vista degli adempimenti amministrativi di fine anno.

Ma per comprendere perché sia stato necessario chiamare a raccolta 55 amministrazioni comunali bisogna tornare indietro di due anni. Quando i sindaci decisero di disdire i vecchi patti parasociali con il socio privato. I Comuni chiedevano di limitare gli utili distribuiti, privilegiare i lavori infrastrutturali sul territorio e di contenere gli aumenti delle tariffe entro il 2%. Da allora non è stato sottoscritto un nuovo accordo condiviso che disciplini il coordinamento della componente pubblica.

Ed è proprio qui che si nasconde il problema.

Il paradosso dell’Acquedotto: il 60% è pubblico, ma non significa avere il controllo

Acquedotto del Fiora è una società a capitale misto pubblico-privato. Il 60% delle azioni appartiene complessivamente ai 55 Comuni soci delle province di Grosseto e Siena. Il restante 40% è detenuto da Ombrone Spa, società controllata quasi interamente dal gruppo Acea. Il Comune di Grosseto, singolarmente, possiede il 6,43% del capitale, ma ci sono Comuni che hanno meno dell’1%.

Sulla carta, dunque, la maggioranza è pubblica. Ma nella pratica la situazione è molto più complessa. Il 60% delle azioni non appartiene a un unico soggetto, bensì a 55 amministrazioni comunali differenti. Ognuna possiede la propria quota. Ognuna ha un sindaco, un consiglio comunale, un orientamento amministrativo e interessi territoriali che non necessariamente coincidono con quelli degli altri soci.

Ci sono amministrazioni di centrodestra, di centrosinistra e civiche. Ma la distinzione politica, da sola, non spiega tutto: anche Comuni guidati da amministrazioni dello stesso orientamento possono avere priorità differenti su investimenti, tariffe, distribuzione delle risorse e organizzazione del servizio.

Finché esiste un accordo che coordina il comportamento dei soci, queste differenze possono essere ricondotte a una posizione comune.

Quando quell’accordo manca, invece, ogni Comune può assumere autonomamente le proprie decisioni, nel rispetto delle regole societarie. Ed è proprio ciò che rende delicata l’attuale situazione dell’Acquedotto del Fiora.

Perché il 40% privato può diventare determinante

Per capire il problema basta immaginare una votazione nell’assemblea dei soci. Se tutti i Comuni votassero insieme, il loro 60% potrebbe esprimere una maggioranza, nelle decisioni per le quali è sufficiente quella percentuale. Ma se una parte dei Comuni votasse diversamente dagli altri, gli equilibri cambierebbero.

Facciamo un esempio puramente teorico.

Ombrone Spa possiede il 40% delle azioni. Se Comuni titolari complessivamente di un ulteriore 15% del capitale votassero nella stessa direzione, quella posizione raggiungerebbe il 55%. La restante componente pubblica si fermerebbe al 45%. Il socio privato potrebbe quindi concorrere a determinare la maggioranza pur possedendo, da solo, meno della metà delle azioni.

Naturalmente si tratta di un esempio illustrativo: per stabilire come funzionino effettivamente le decisioni di Acquedotto del Fiora occorre considerare lo statuto, i quorum richiesti, le competenze dell’assemblea e quelle del consiglio di amministrazione.

Ma il principio è chiaro. Una maggioranza pubblica frammentata non equivale necessariamente a una maggioranza pubblica capace di decidere in modo unitario. E il problema diventa ancora più rilevante quando si parla di una società che gestisce un servizio pubblico essenziale.

I vecchi patti parasociali disdetti nell’ottobre 2024

La vicenda nasce nell’autunno di due anni fa. Il 2 ottobre 2024 i Comuni comunicarono la disdetta dei patti parasociali che regolavano i rapporti tra la componente pubblica e quella privata di Acquedotto del Fiora. Gli accordi erano stati sottoscritti nel 2019 e avevano attribuito a Ombrone Spa, pur con una partecipazione del 40%, un’incidenza particolarmente rilevante sulla governance societaria.

Lo riconosce lo stesso Comune di Grosseto nelle controdeduzioni inviate alla Corte dei conti.

La decisione di non rinnovare i patti si inseriva in una fase di confronto tra i sindaci e Acea sul futuro della società, sugli investimenti, sulle tariffe e sulla distribuzione degli utili. Una vicenda che MaremmaOggi aveva già raccontato nell’ottobre 2024, quando emersero le tensioni tra gli enti locali e il partner industriale.

La disdetta dei vecchi accordi ha segnato un passaggio importante nei rapporti societari, ma ha lasciato aperta una questione: quali regole condivise devono adottare i Comuni per esercitare insieme i propri poteri? Al momento i nuovi patti non sono ancora stati sottoscritti.

Una circostanza che aiuta a comprendere perché la convocazione del 19 ottobre faccia esplicito riferimento alla possibilità di stipulare nuovi accordi.

La Corte dei conti: «Non è chiaro perché i Comuni non esercitino il controllo»

Il problema è emerso con particolare evidenza nella deliberazione 17/2026/VSG della Corte dei conti della Toscana, che ha esaminato il piano di revisione delle partecipazioni societarie del Comune di Grosseto. Nel documento, la magistratura contabile dedica un intero paragrafo ad Acquedotto del Fiora.

Il Comune aveva classificato la società come non soggetta ad alcun tipo di controllo pubblico. La motivazione era legata alla distribuzione delle quote tra numerosi enti locali e al peso esercitato dal socio privato nella gestione.

Ma i magistrati contabili sollevano dubbi sulla correttezza di questa impostazione. Perché, osserva la Corte, il 60% del capitale è comunque detenuto dai Comuni. E perché lo statuto contiene disposizioni che attribuiscono specifici poteri alla componente pubblica.

La Corte richiama, in particolare, l’articolo 17 dello statuto, che prevede la nomina diretta di amministratori da parte degli enti locali soci in proporzione alla partecipazione complessivamente posseduta. E l’articolo 7, che stabilisce che gli enti pubblici debbano mantenere almeno il 51% del capitale sociale.

Sono elementi che, secondo i magistrati, rendono necessario approfondire la qualificazione della società.

La Corte non afferma in modo definitivo che Acquedotto del Fiora debba essere considerato una società a controllo pubblico. Contesta però l’insufficienza delle motivazioni con cui il Comune di Grosseto ne ha escluso il controllo. Ed è una distinzione importante.

La domanda più difficile: perché mantenere le azioni se non si può incidere sulle decisioni?

C’è un secondo passaggio della deliberazione ancora più delicato. Il Comune di Grosseto ha giustificato il mantenimento della partecipazione in Acquedotto del Fiora richiamando la natura essenziale del servizio idrico integrato. La società, del resto, gestisce la distribuzione dell’acqua, le reti, gli impianti e gli altri servizi previsti dalla concessione, che scade il 31 dicembre 2031.

Ma per la Corte questa motivazione non basta.

I magistrati chiedono di chiarire quali vantaggi concreti derivino alla collettività dal possesso delle azioni e quali strumenti consentano al Comune di influire sulle decisioni strategiche della società.

Il ragionamento è sostanzialmente questo: se il Comune sostiene di non esercitare alcun controllo, né individualmente né insieme agli altri enti pubblici, deve spiegare perché sia comunque necessario mantenere quella partecipazione. Altrimenti il rischio è che il possesso delle quote venga ricondotto a un investimento finanziario, anziché a uno strumento funzionale alle finalità istituzionali dell’ente.

La Corte richiama infatti il rischio che partecipazioni prive di un’effettiva funzione pubblica possano essere considerate meri sostegni finanziari non consentiti dall’ordinamento.

Non significa che sia stata ordinata la vendita delle azioni. Significa, però, che il mantenimento delle quote deve essere motivato in modo più puntuale, soprattutto se gli enti locali dichiarano di non poter orientare le decisioni della società. È qui che la questione dei patti parasociali assume un significato decisivo.

Il controllo della Corte non riguarda soltanto Grosseto

Intanto la Corte dei conti ha effettuato verifiche anche nei confronti di altri Comuni, chiedendo chiarimenti sulle società partecipate. Non si tratterebbe, dunque, di un problema esclusivo dell’amministrazione grossetana.

Del resto, tutti gli enti locali sono tenuti a effettuare periodicamente la revisione delle proprie partecipazioni societarie e a motivarne il mantenimento.

Se la questione riguarda la qualificazione di Acquedotto del Fiora come società a controllo pubblico, il problema può interessare l’intera compagine dei soci.

Resta da verificare quali specifici rilievi siano stati formulati agli altri Comuni e se siano coincidenti con quelli rivolti a Grosseto, ma la convocazione inviata il 12 ottobre indica che il capoluogo maremmano ha deciso di affrontare la questione insieme agli altri enti interessati.

La convocazione: tutti i sindaci a Grosseto il 19 ottobre

La lettera è stata predisposta dal settore Programmazione economica del Comune di Grosseto: è indirizzata ai sindaci dei Comuni soci di Acquedotto del Fiora, sia grossetani sia senesi, oltre che al presidente della società Roberto Renai e all’assessore comunale alle partecipate, Fabrizio Rossi.

L’appuntamento è fissato per lunedì 19 ottobre, alle 12.15, nella sala consiliare del Comune di Grosseto, in piazza Duomo.

L’oggetto della convocazione è particolarmente esplicito: «Società Acquedotto del Fiora Spa – rilievi da Deliberazione della Corte dei Conti n. 17/2026/VSG – Esame e indicazioni congiunte da parte dei soci pubblici per predisposizione atti di razionalizzazione e ricognizione servizi pubblici locali entro 31 dicembre 2026».

Ma è soprattutto un altro passaggio a chiarire l’obiettivo dell’incontro. La riunione servirà a: «Verificare fra i soci pubblici l’iter da perseguire e eventuali accordi congiunti o patti parasociali nell’ambito della governance di tale società». Poche righe che spiegano il significato dell’iniziativa.

I sindaci vengono chiamati a discutere come organizzare il governo della componente pubblica di Acquedotto del Fiora e se sia necessario dotarsi di nuovi accordi.

Non è prevista, almeno nella convocazione, la sottoscrizione immediata di un patto. Si tratta di una riunione preliminare, nella quale i soci dovranno valutare il percorso da seguire, ma l’obiettivo è chiaramente indicato.

Perché sono stati convocati anche i Comuni senesi

Un aspetto della convocazione merita particolare attenzione. Il Comune di Grosseto non ha invitato soltanto i sindaci della propria provincia. La lettera è stata inviata anche a quelli della provincia di Siena, compreso il capoluogo. E non poteva essere diversamente, se l’obiettivo è costruire una posizione comune dell’intera componente pubblica.

Acquedotto del Fiora non è infatti una società controllata dai soli Comuni maremmani.

Le quote sono distribuite tra amministrazioni di due province, con interessi territoriali e sensibilità amministrative differenti.

Per questo un eventuale nuovo patto parasociale dovrebbe affrontare non soltanto il rapporto con il socio privato, ma anche quello tra gli stessi enti pubblici.

Chi rappresenta i Comuni nelle trattative? Come vengono definite le posizioni comuni? Quali decisioni devono essere concordate preventivamente? Come vengono gestite le divergenze? Sono questioni che potrebbero diventare centrali nel confronto. E che non possono essere risolte semplicemente richiamando il possesso complessivo del 60% delle azioni.

Cosa cambierebbe con nuovi patti parasociali

I patti parasociali sono accordi tra soci che possono disciplinare, entro i limiti di legge, il modo in cui vengono esercitati determinati diritti societari. Possono prevedere forme di coordinamento del voto, procedure per individuare candidati agli organi societari e modalità condivise per affrontare decisioni strategiche.

Nel caso di Acquedotto del Fiora, nuovi accordi potrebbero servire a rendere più stabile e riconoscibile la posizione dei Comuni.

Ma c’è una precisazione importante. La sottoscrizione di patti parasociali non comporta automaticamente il riconoscimento del controllo pubblico sulla società. La qualificazione dipende dall’effettiva distribuzione dei poteri, dalle disposizioni dello statuto, dagli accordi tra i soci e dalla normativa applicabile.

Allo stesso modo, l’assenza di patti non esclude necessariamente l’esistenza di un controllo congiunto, qualora questo risulti da altri strumenti giuridici o dalle concrete modalità di governo societario. È proprio questa complessità che la Corte dei conti chiede di chiarire.

Il precedente del 2025: i sindaci volevano già contare di più

La questione non nasce oggi. Nell’aprile 2025, durante il confronto sul rinnovo degli organi societari, i sindaci avevano già manifestato la volontà di esercitare un ruolo più incisivo nelle scelte di Acquedotto del Fiora. Al centro della discussione c’erano il piano industriale, gli investimenti, le tariffe e il rapporto tra la componente pubblica e il partner privato.

MaremmaOggi aveva raccontato quella fase, segnata anche dal confronto sul futuro dell’allora amministratore delegato Piero Ferrari.

Successivamente la società ha rinnovato la propria governance e la carica di amministratrice delegata è stata assunta da Anna Varriale, ma la questione dei rapporti tra i soci pubblici e il privato è rimasta aperta. E oggi torna al centro del confronto, questa volta anche per effetto dei rilievi della magistratura contabile.

Il ruolo di Acea e i poteri del socio privato

L’altro grande protagonista della vicenda è naturalmente Acea. Attraverso Ombrone Spa, il gruppo detiene il 40% di Acquedotto del Fiora. I vecchi patti parasociali del 2019 avevano attribuito al partner privato poteri tali da consentire ad Acea di consolidare integralmente la società nei propri bilanci.

Dopo la comunicazione di mancato rinnovo degli accordi, Acea ha modificato il trattamento contabile della partecipazione.

Questo passaggio testimonia che la disdetta ha avuto effetti rilevanti anche nella rappresentazione dei rapporti societari, ma non risolve da solo il problema del controllo pubblico ai sensi del Testo unico delle società partecipate.

Il controllo ai fini del bilancio consolidato di Acea e la qualificazione giuridica di Acquedotto del Fiora come società a controllo pubblico non sono necessariamente la stessa cosa.

È quindi necessario capire quali poteri siano oggi attribuiti all’assemblea, al consiglio di amministrazione e all’amministratrice delegata, e quali decisioni richiedano il consenso di particolari maggioranze. Senza questi elementi, il semplice confronto tra il 60% pubblico e il 40% privato non basta per stabilire chi eserciti il controllo societario.

Una questione che può incidere anche sugli obblighi della società

La Corte dei conti evidenzia che la qualificazione di Acquedotto del Fiora come società a controllo pubblico avrebbe conseguenze sul regime normativo applicabile. Tra gli aspetti richiamati figurano le disposizioni relative agli organi amministrativi, alla gestione del personale, ai programmi di prevenzione delle crisi aziendali e alla trasparenza.

Non si tratta, dunque, di una questione puramente formale. Stabilire se la società sia o meno sottoposta a controllo pubblico può comportare obblighi differenti e richiedere specifici adeguamenti organizzativi.

Questo non significa che la Corte abbia accertato violazioni di tali obblighi. Significa che, prima di determinare quali regole debbano essere applicate, occorre chiarire la natura del controllo esercitato dai soci. Ed è uno dei motivi per cui la questione non può essere lasciata irrisolta.

La scadenza del 31 dicembre: perché i tempi si stringono

La convocazione del Comune di Grosseto contiene un altro riferimento significativo: il 31 dicembre 2026. Entro quella data gli enti locali devono predisporre gli atti previsti per la revisione delle partecipazioni societarie e per la ricognizione dei servizi pubblici locali.

La riunione del 19 ottobre si inserisce quindi in un percorso amministrativo con una scadenza precisa. I Comuni dovranno valutare come rappresentare la propria partecipazione in Acquedotto del Fiora, quali motivazioni indicare per il mantenimento delle quote e come affrontare i rilievi della Corte dei conti.

Se intendono sostenere l’esistenza di un controllo pubblico congiunto, dovranno individuare gli elementi che lo dimostrano. Se ritengono che tale controllo non esista, dovranno motivare adeguatamente il mantenimento della partecipazione.

Non è detto che la soluzione debba necessariamente passare attraverso nuovi patti parasociali. Ma è evidente che il Comune di Grosseto considera questa possibilità una delle strade da valutare insieme agli altri soci.

I dividendi e il valore economico delle partecipazioni

C’è infine un aspetto economico da non trascurare. Acquedotto del Fiora è una società che distribuisce utili ai propri azionisti. La stessa Corte dei conti, nella deliberazione relativa a Grosseto, ricorda che nel 2023 il Comune aveva accertato e riscosso dividendi per 257.042 euro.

Un’entrata che contribuisce alle risorse dell’ente, ma la magistratura contabile sottolinea che la redditività della partecipazione non può essere l’unico elemento utilizzato per giustificarne il mantenimento. Per una pubblica amministrazione, il possesso di quote societarie deve essere collegato alle proprie finalità istituzionali e alle condizioni previste dalla legge.

Il servizio idrico integrato è certamente un servizio pubblico essenziale. Il punto, però, è stabilire quale funzione concreta svolga la partecipazione del singolo Comune nella società che lo gestisce. Ed è su questa distinzione che la Corte chiede maggiori chiarimenti.

La partita decisiva: trovare un accordo tra 55 Comuni

Il 19 ottobre, dunque, non sarà una semplice riunione tecnica sulle partecipazioni societarie. Sarà il primo confronto collegiale, convocato dal Comune di Grosseto dopo i rilievi della Corte, per affrontare un problema che coinvolge l’intera componente pubblica di Acquedotto del Fiora. Da una parte c’è il 60% delle azioni posseduto dai Comuni. Dall’altra c’è il 40% del socio privato Ombrone Spa, ma nel mezzo ci sono 55 amministrazioni locali, con quote differenti, priorità territoriali diverse e la necessità di individuare regole condivise.

Il punto non è soltanto quanto capitale possiedano i Comuni, ma come possano esercitare insieme i diritti che derivano da quella proprietà.

I vecchi patti parasociali sono stati disdetti nel 2024. Adesso la Corte dei conti chiede al Comune di Grosseto di chiarire la propria posizione sul controllo pubblico e sulle ragioni del mantenimento delle quote e la convocazione del 19 ottobre rappresenta una prima risposta istituzionale: mettere attorno allo stesso tavolo tutti i soci pubblici e valutare se costruire nuovi strumenti di coordinamento.

Resta da capire se i 55 Comuni riusciranno a trovare un’intesa e, soprattutto, quali poteri intendano esercitare nella società. Perché la questione che la magistratura contabile ha sollevato va oltre gli equilibri tra pubblico e privato. Riguarda la capacità degli enti locali di incidere realmente sulle decisioni di una società che gestisce un servizio essenziale per centinaia di migliaia di cittadini.

E il 60% delle azioni, senza una strategia condivisa, potrebbe non essere sufficiente.




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