Per la Federal Reserve il dato di settembre sui prezzi al consumo negli Stati Uniti è una botta. Per le famiglie americane pure. L’inflazione misurata dall’indice Cpi è salita al 3,7% in un anno, un decimo sopra le attese. In un mese i prezzi sono cresciuti dello 0,6%, il rialzo più forte dallo scorso aprile, trainato soprattutto dalla benzina, cresciuta del 9,1% in un mese per effetto della guerra in Iran. Eppure l’energia non basta a spiegare tutto. L’inflazione di fondo, che esclude alimentari ed energia, ha segnato un +0,3% per il secondo mese consecutivo e un 2,6% annuo, contro lo 0,2% e il 2,5% attesi. Ed è in questo secondo indicatore che sta il vero problema per la banca centrale americana. E di riflesso per il mercato dei titoli di Stato dove i rendimenti si avvicinano a una soglia che i banchieri e i gestori indicano come la più pericolosa.
Un dato sotto le attese le avrebbe dato margine per non alzare ancora i tassi, portati a settembre al 3,75-4%, ma è andata diversamente. A settembre i rincari hanno toccato voci lontane dal petrolio: auto (+0,7%), istruzione (+0,6%), attività ricreative (+0,5%) e abitazioni (+0,4%), segno che le pressioni interne sui prezzi si stanno radicando. E questo sebbene appena un mese fa il presidente della Fed, Kevin Warsh, avesse indicato come obiettivo proprio quello di impedire che il caro carburanti si allargasse al resto dell’economia. È anche per questo che dopo la pubblicazione dei dati del Bureau of Labor Statistics, i mercati hanno aumentato la probabilità di un nuovo rialzo dei tassi alla riunione del prossimo 28 ottobre, con una percentuale passata dal 20% a circa il 47%, secondo i dati Lseg citati da Reuters, mentre quello di dicembre, già stimato dell’87%, è ormai considerato quasi certo. Anche il rendimento dei titoli di Stato americani a due anni, i più sensibili alle attese sulle mosse della Fed, è salito al 4,87%. Ma tra gli investitori e gli analisti c’è chi si chiede se la banca centrale americana sia disposta a stringere quanto serva, dal momento che Warsh ha sempre detto di non voler decidere sulla base dei risultati di un solo mese.
Il problema della Fed diventa così sempre di più anche quello delle famiglie statunitensi, perché ogni nuovo rialzo dei tassi si aggiunge a un conto che gli americani stanno già pagando. Il presidente Trump ha sostenuto che il caro benzina e gasolio sia “un piccolo prezzo da pagare” per impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Peccato che, secondo i calcoli di Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, il solo rincaro dell’energia sia costato sinora circa 1100 dollari per nucleo familiare e che il conto complessivo della guerra in Iran arrivi a quasi 2000 dollari per famiglia, cioè circa la metà dell’aumento di reddito degli ultimi otto mesi. Prima del conflitto un gallone di benzina costava infatti 2,98 dollari, mentre questa settimana circa 4,33 secondo i dati dell’American Automobile Association. Il resto della cifra si divide tra spesa militare, circa 360 dollari, e costo del credito, circa 540 dollari. In tutto ciò i redditi continuano a non tenere il passo. Si tratta del sesto mese di fila in cui l’inflazione supera la crescita delle retribuzioni. I consumi però reggono, anche a costo di intaccare i risparmi, scesi al minimo dal 2022. Secondo il Wall Street Journal, è proprio questa domanda a consentire alle imprese di trasferire i rincari sui clienti. Rincari che peseranno eccome sulle scelte degli americani, visto che secondo un recente sondaggio Reuters/Ipsos, a meno di tre settimane dalle midterm, il 78% degli americani attribuisce l’aumento dei prezzi alle politiche di Trump.
Proprio per la campagna elettorale il segretario al Tesoro Scott Bessent ha disertato Bangkok, dove sono in corso le riunioni annuali del Fondo monetario internazionale. È rimasto in patria a difendere i tagli fiscali approvati l’anno scorso dai repubblicani e dopo il dato si è trovato davanti gli attacchi dei democratici. “Commenti sul disastro economico che tu e il suo capo avete creato?”, gli ha chiesto la senatrice democratica Elisabeth Warren. Dalla Thailandia, invece, è arrivato l’avvertimento più netto per la situazione economica stelle e strisce. La direttrice generale Kristina Georgieva ha detto che l’amministrazione conta sulla crescita per ridurre il debito di oltre 40mila miliardi di dollari, ma che senza misure di bilancio non basterà. Il motivo sta nel costo degli interessi, che nella proiezioni dell’Fmi potrebbe arrivare al 5,3% del Pil contro il 2,8% di prima della pandemia. A farle eco dallo stesso palco anche Christine Lagarde. “Un disavanzo americano vicino all’8% del Pil è chiaramente un problema”, ha osservato la presidente della Bce.
È però un altra la soglia che ricorre maggiormente negli avvertimenti di questi giorni, quella del 6%. I titoli decennali, il tasso su cui si regola il costo del denaro in tutta l’economia, rendono ora il 5,3% contro circa il 4% di fine marzo. Jamie Dimon, amministratore delegato di Jp Morgan, ha avvertito alla Cnbc che “passare dal 5% al 6% sarebbe più doloroso che passare dal 4% al 5%” perché tutti dovranno rinnovare i finanziamenti a tassi più alti. Il punto più delicato sui mercati sembrano però essere i titoli a vent’anni, che dopo essere stati reintrodotti nel 2020 rendono comunque meno di quelli a dieci e a trent’anni e sono più cari per il contribuente. “A nessuno piacciono i titoli a 20 anni”, ha detto a Bloomberg Padhraic Garvey di Ing, e tra gli operatori si discute se il Tesoro ne sospenderà le emissioni per risparmiare. Non solo. È proprio sul ventennale che oggi rende al 5,6% che Harley Bassman, ideatore di uno degli indicatori più seguiti sui titoli del Tesoro, vede uno “scenario da incubo”. Sopra il 6%, ha scritto nella sua newsletter, i meccanismo dei contratti futures potrebbero amplificare le vendita con una pressione pari a un’asta da 110 miliardi di dollari. La decisione del Tesoro arriverà solo con il piano trimestrale delle emissioni del 4 novembre, il giorno dopo del voto. Potrebbe essere troppo tardi.
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