#Finsubito news – Maledetta Europa, aiutaci. Meloni chiede all’Ue meno imposizioni e una risposta al caro energia


Giorgia Meloni plana su Bruxelles in serata. Dietro di lei, a Roma, lascia macerie. Più distruttrice che creatrice, la premier travolge le opposizioni – il campo largo ancora spaccato e Roberto Vannacci, che “non difende gli interessi italiani, e allora quali?” – ma anche Donald Trump, che “legittima” Vladimir Putin. Un colpo, di rimbalzo, lo incassa la zattera leghista, costretta ad applaudire il rinvigorito sostegno meloniano per Kiev, apprezzato immediatamente da Volodymyr Zelensky, forse turbato da giorni di mutismo. Ma i pugni sbattuti dalla premier sono dettati da miraggi di urne aperte, soprattutto puntano a quell’Europa che è matrigna, che “non deve entrare nella nostra vita e decida tutto” ma “si concentri sulle grandi questioni”, ma è al contempo necessaria per trovare “una risposta univoca e coordinata” e offrire maggiore flessibilità, quindi miliardi, per sconfiggere il grande mostro: il caro energia. 

Il discorso di Meloni, diffuso tra Senato e Camera, viene limato fino all’ultimo. Per giorni nel governo non è volata parola, né sugli sconsiderati deal trumpiani, né sull’isolamento di Zelensky. Il confronto, decisivo, è stato quello con Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario che nel chiuso di Palazzo Chigi ha premuto per sostanziare la vicinanza del governo a Kiev. Anche a scapito di alleati italiani e internazionali. “Se l’Ucraina smettesse domani di difendersi, come in molti auspicano o propongono, noi non avremmo la pace ma l’occupazione di una nazione europea”, sostiene la premier. Intanto, il 13esimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina che latita da mesi viene ridotto a dettaglio. 

L’apice delle comunicazioni della premier, inframmezzata dal rituale pranzo al Quirinale con Sergio Mattarella, è dedicato a Donald Trump, che siglando un accordo con Putin sul gasolio russo commette “una scelta molto rischiosa”. Meloni inforca gli occhiali da vista e attacca: la scelta di Trump rappresenta “una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine”. Nessuno, nè Emmanuel Macron nè Friedrich Merz, aveva selezionato parole così aspre per il voltafaccia di Washington. Il cinguettio è immediato: da Kiev, Volodymyr Zelensky ringrazia Meloni per “la posizione chiara, inequivocabile e basata sui principi”. 

Poco può Matteo Salvini, in trasferta dai Patrioti europei, stufo per aver “dato tanto all’Ucraina” e scalpitante con una Lega in caduta. Lo spartito lo suona Meloni: “Un messaggio chiaro anche all’interno della maggioranza”, spiegano i suoi che ora vanno a caccia di streghe trumpiane. Quello in onda sulle frequenze parlamentare è uno spartiacque, da tempo vaticinato, che segna la fine della vecchia Meloni, che il 6 gennaio 2021 prendeva la parte di Trump anche di fronte all’assalto al Campidoglio. Il sodalizio è naufragato a colpi di post e meme, scorie di uno scontro pubblico diventato storia. La svolta, anch’essa gradita ai sondaggi che in Italia sono invisi al presidente americano, è l’attestazione di un fallimento politico. La politica del doppio forno, europeista e trumpiana, sovranista a Bruxelles e dialogante con Washington, è chiusa. In attesa di una sconfitta alle midterm americane, rimane l’Ue.  

“Noi siamo europeisti, cantavamo Europa, Nazione, Rivoluzione”, rivendica chi ha memoria storica nella destra italiana, ora Fratelli d’Italia. Più che la nuova Europa, gli occhiali di Meloni inquadrano quel che non va dalle parti di Bruxelles. “Credo che l’Ue debba essere inclusiva e non impositiva”, ma non serve superare il diritto di veto, perché il modello “è quello confederale”. Abbasso “l’Europa tentacolare”, l’estrema sintesi. 

Dalla teoria alla pratica. L’energia, dicevamo. Meloni posticipa la manovra economica, una manciata di giorni, in attesa del via libera di Bruxelles. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, deve incassare l’agognata flessibilità, che si traduce in 14 miliardi nel 2027, oltre 28 miliardi complessivi. Soldi che diventano ossigeno in ottica elezioni. La metà da mettere sull’energia. I prezzi delle bollette salgono “a causa della guerra in Medio Oriente”, quindi in Iran, altra stilettata a Trump. Ma non è solo questo. Ecco gli Ets, il tetto alla CO₂ che le aziende possono emettere, come chiesto dall’Ue: un sistema “da correggere”, recita il verbo di Chigi. Quindi, la competitività delle imprese europee e italiane, schiacciate dal “costo dell’energia”. 

Contro il perenne aumento del prezzo del gas serve “una risposta coordinata e rapida”, sempre in Europa. Questa la partita più delicata. Digerito Trump, Meloni schiera la cavalleria contro Vannacci. Lui che invoca la riapertura del rubinetto russo: senza il gas di Mosca, “l’Ue è masochista”, dice il generale. Fratelli d’Italia contesta la posizione di Futuro Nazionale, ma anche della Lega, in un dossier interno redatto dal centro studi: “Smontiamo la retorica del gas russo a basso costo”, visto che “la ripresa delle forniture non comporterebbe una riduzione del prezzo” ma “soltanto a far arricchire Mosca”. Concetto ribadito con più veemenza da Meloni in aula, direzione Vannacci: “Se nel reiterare” la riapertura del gas russo “non si stanno difendendo gli interessi italiani, quali sono gli interessi che si stanno difendendo?”. 

Nell’offensiva meloniana contro la matrigna Europa, che tanto sbaglia eppure tanto serve al governo, c’è spazio per uno sgambetto all’opposizione: la regia del solito Fazzolari permette a FdI, su un percorso oliato da Ignazio La Russa, di presentare una seconda risoluzione, che sottolinea il valore della tregua energetica tra Kiev e Mosca. Un’esca per il Movimento 5 Stelle, che rifiuta, per il Partito Democratico, che si infuria per lo sdoppiamento, ma anche per il solito Vannacci. Bufere tattiche, che non distraggono un volpino Matteo Renzi. “O l’Europa è questo disastro che la presidente racconta e allora in questi quattro anni in cui lei è andata a Bruxelles, lei ha fallito in Europa? Questa, presidente, è una visione un po’ da Gigi Proietti”. Teatro, dunque.


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