Alla Francia manca la terra sotto i piedi, e forse non basta più “scavare una buca”. I mercati cominciano a presentare il conto, le agenzie di rating tengono il fiato sul collo di Parigi e l’economia rallenta proprio mentre servirebbero più margini per rimettere in ordine i conti pubblici. Intanto il Fondo monetario internazionale, nel suo ultimo World Economic Outlook, ha tagliato le previsioni di crescita francesi allo 0,4% nel 2026, contro lo 0,9% del 2025, prima di un modesto recupero allo 0,7% nel 2027. Numeri lontani dall’1,1% atteso per l’Eurozona quest’anno, mentre il Pil mondiale dovrebbe crescere del 3,1%. Il rallentamento francese, come in molti Paesi, risente dell’aumento dei prezzi dell’energia, della debolezza della domanda e delle incertezze politiche, in un’economia che deve già fare i conti con un deficit strutturalmente elevato. Così Parigi è diventata la malata d’Europa, guadagnondosi sempre di più le attenzioni degli organismi internazionali. La direttrice generale del Fmi, Kristalina Georgieva, ha affermato che ci vorrà “del tempo” prima che la Francia riesca a ridurre il proprio debito in misura tale da ripristinare la “fiducia” nella principale economia europea.
Mentre la politica litiga sul bilancio, fuori dall’Assemblea nazionale la pazienza si va esaurendo: le agenzie di rating passano al setaccio i conti francesi e gli investitori chiedono rendimenti sempre più alti. Il 18 settembre Scope, agenzia europea con sede a Berlino, ha abbassato il rating della Francia da AA- ad A+, pur migliorando le prospettive da negative a stabili. L’agenzia riconosce la solidità delle istituzioni francesi, ma ritiene che il deterioramento dei conti pubblici, la crescita debole e la difficoltà di approvare riforme strutturali abbiano ormai compromesso il profilo finanziario del Paese. Per stabilizzare il debito, secondo Scope, servirebbe un saldo primario in pareggio e una correzione permanente dei conti di almeno 100 miliardi di euro. La missione è complicata anche dal fatto che la Francia non registra un avanzo primario da oltre 25 anni.
Nello stesso mese la canadese Morningstar DBRS ha confermato il giudizio AA, ma ha cambiato l’outlook da stabile a negativo. Il punto, in questo caso, è soprattutto politico: il rischio che il governo non riesca a ottenere in Parlamento il sostegno necessario per approvare le misure di risanamento è diventato più concreto. Il debito potrebbe quindi continuare a salire, nonostante l’obiettivo ufficiale di riportare il deficit sotto il 3% del Pil entro il 2029. A complicare il quadro ci sono le maggiori spese per la difesa e gli interessi sul debito, oltre alla frammentazione politica.
Ultima in ordine di tempo l’americana Fitch, che lunedì ha segnalato a sua volta i rischi legati alla manovra per il 2027 e al deterioramento delle prospettive di bilancio. Se il risanamento non farà progressi, l’outlook potrebbe diventare negativo, aprendo la strada a un ulteriore declassamento. Non è una minaccia astratta: l’agenzia teme che le misure annunciate non siano sufficienti a invertire la traiettoria del debito e che la debolezza della crescita renda più difficile centrare gli obiettivi di deficit.
Il prossimo appuntamento è il 23 ottobre con Moody’s, che al momento mantiene il giudizio Aa3 con outlook negativo. L’agenzia aveva già evidenziato il rischio che l’instabilità politica impedisca di attuare misure credibili e durature per contenere il disavanzo. S&P Global Ratings aveva invece già tagliato la Francia da AA- ad A+ nell’ottobre 2025: la prossima revisione è fissata al 27 novembre. Ad oggi il giudizio è accompagnato da prospettive stabili, ma questo non significa che il problema sia risolto.
I numeri spiegano i timori espressi dalle agenzie. Il governo francese ha rivisto al rialzo le previsioni sul deficit, portandolo al 5,4% del Pil nel 2026, contro l’obiettivo precedente del 5%. Il debito pubblico francese ha raggiunto circa 3.460 miliardi di euro alla fine del 2025, pari al 115,7% del Pil, in aumento rispetto al 112,6% dell’anno precedente. Senza nuove misure, il disavanzo del 2027 potrebbe arrivare al 6,4% del Pil. Il governo di Sébastien Lecornu punta a riportare il deficit al 5% del Pil nel 2027, attraverso 43 miliardi di euro di nuove misure di risanamento, che diventano 54 miliardi considerando anche quelle già avviate. Il piano prevede il congelamento del parametro retributivo dei dipendenti pubblici, una rivalutazione limitata delle pensioni superiori a 1.260 euro e la proroga, con una riduzione di un terzo, della sovrattassa sulle grandi imprese. L’obiettivo si fonda però su una ripresa economica ancora incerta: il governo prevede una crescita dell’1% nel 2027, un’ipotesi che il Consiglio superiore delle finanze pubbliche ha giudicato ottimistica e che anche l’Fmi ridimensiona, allo 0,7%.
La strada è stretta. I rendimenti dei titoli decennali francesi hanno raggiunto un picco di quasi il 5%, ai massimi da oltre vent’anni, e lo spread rispetto ai Bund tedeschi si è allargato fino a circa 140-150 punti base. Il debito costa di più proprio mentre bisogna rifinanziare quello in scadenza: secondo il Wall Street Journal, oltre mille miliardi di dollari di debito francese arriveranno a scadenza entro il 2030. E Fitch stima che per stabilizzare il rapporto debito-Pil servirebbe una correzione cumulata dei conti pari a circa il 3,5% del prodotto interno lordo. Intanto, secondo l’Agence France Trésor, nel 2027 lo Stato francese dovrà raccogliere sui mercati circa 340 miliardi di euro attraverso emissioni nette di titoli di medio e lungo termine, una cifra record. Agli occhi del Wsj, si tratta di una vera e propria “bomba del debito”. Il Paese non chiude un bilancio in pareggio dal 1974 e oggi paga per finanziarsi più di Grecia e Italia, secondo il giornale. Il rischio è quello di una spirale: rendimenti più alti significano interessi più pesanti, che allargano il deficit e costringono lo Stato a emettere altri titoli, alimentando i dubbi degli investitori.
Gli allarmi lanciati dalle pagine dei quotidiani Usa, del resto, non giungono a caso: gli investitori americani detengono una quota significativa del debito francese e sono esposti a eventuali perdite se la fiducia nei titoli di Parigi dovesse deteriorarsi ulteriormente. Un problema che non riguarda soltanto la Francia, ma anche i portafogli internazionali e la stabilità del mercato obbligazionario europeo.
Ma se i mercati chiedono a Parigi di dimostrare che il debito è sostenibile, nella politica francese lo scontro è anche su come risanare i conti senza frenare ulteriormente un’economia già asfittica. È in questo dibattito che si inserisce Jean-Luc Mélenchon, leader di La France insoumise e candidato autonomo alle presidenziali del 2027, con una provocazione che richiama il paradosso di keynesiana memoria: “Scavo una buca, il Pil aumenta. La riempio, il Pil aumenta”. Il riferimento è all’idea che, in un’economia in crisi, anche una spesa pubblica apparentemente inutile possa stimolare l’attività. Mélenchon la usa per contestare i limiti del Pil come misura del benessere: un indicatore che registra la crescita economica, ma non distingue necessariamente tra ciò che migliora la vita delle persone e ciò che non lo fa. Una battuta che, nella Francia indebitata di oggi, riporta al nodo politico centrale: quanto spazio resta allo Stato per sostenere l’economia?
Mélenchon propone di aumentare salari e imposte sui redditi più alti e di superare il modello economico liberista. Soprattutto, vuole inoltre cancellare i titoli francesi detenuti dalla Banque de France, circa il 18% del debito pubblico, pari a circa 488 miliardi di euro. L’idea è che l’operazione permetterebbe di ridurre contabilmente il debito e liberare risorse per la spesa pubblica. Ma è proprio qui che si apre lo scontro. Il premier Sébastien Lecornu ha definito la proposta “una frode nella sua forma più pura”, avvertendo che potrebbe minare la fiducia dei creditori. “Se la Francia, che quest’anno deve raccogliere 310 miliardi di euro, dovesse venir meno alla propria parola, chi ci concederebbe ancora un prestito?”, ha detto, evocando il rischio di tassi “esorbitanti”. Anche l’ex capo economista dell’Fmi Olivier Blanchard ha contestato la logica dell’operazione: cancellare i titoli detenuti dalla banca centrale non farebbe sparire il costo economico del debito, ma eliminerebbe anche gli interessi che la Banque de France restituisce allo Stato.
Anche sul fronte opposto le promesse elettorali non rassicurano gli investitori. Marine Le Pen ha prospettato in passato di riportare l’età pensionabile fino a 60 anni, una misura che, secondo le stime circolate, costerebbe allo Stato altri 9 miliardi di euro l’anno. Il nodo previdenziale è già enorme: le pensioni assorbono circa 436 miliardi di euro, pari al 14% del Pil, e rappresentano la principale voce di spesa pubblica. Un rapporto del governo francese citato dalla Reuters mostra che il 32% del bilancio del ministero dell’Istruzione, pari a 28,5 miliardi di euro, finanzia le pensioni dei dipendenti pubblici. Per il ministero dell’Interno la quota è del 30%, contro una media del 13% per tutti i dicasteri. La spesa pensionistica è cresciuta di 2,5 punti di Pil fra il 2000 e il 2023, mentre quella per l’istruzione è scesa di mezzo punto. Non sorprende quindi che gli investitori seguano con attenzione le posizioni dei candidati sull’età pensionabile: senza interventi strutturali, il contenimento della spesa rischia di restare un annuncio.
Il Rassemblement National di Jordan Bardella prova a presentarsi come l’alternativa, con un piano che promette di tagliare la spesa pubblica di 140 miliardi di euro, riportare il deficit sotto il 3% del Pil entro il 2030 e ridurre il debito dal 121% al 112% del Pil entro il 2032. “Il pericolo più grande per la Francia è continuare come prima”, ha dichiarato Bardella, difendendo la propria ricetta dalle critiche degli avversari e degli economisti, che dubitano della fattibilità dei risparmi annunciati. In un’intervista al Financial Times Le Pen ha detto di prepararsi allo scontro con l’Ue qualora venisse eletta presidente il prossimo anno, promettendo una “prova di forza” sul bilancio e sui poteri del blocco, e mettendo in discussione la permanenza degli attuali vertici. La favorita alle presidenziali di aprile ha riconosciuto che il suo principale “vincolo esterno” è rappresentato dal “debito gigantesco, enorme… che potrebbe diventare incontrollabile”, ma si è detta determinata ad attuare le proprie politiche sia a livello nazionale che europeo.
È qui che la crisi dei conti incontra quella politica. La frammentazione dell’Assemblea nazionale, dopo le elezioni anticipate del 2024, ha reso ogni manovra un terreno di scontro e ha già contribuito alla caduta di diversi governi. Le presidenziali della primavera 2027 complicano ulteriormente la partita: tagliare la spesa è impopolare, ma rinviare le correzioni significa lasciare crescere il conto degli interessi. “Quello che vediamo in Francia” è un campanello d’allarme, ha avvertito la direttrice generale del Fmi Georgieva, in un contesto in cui i governi accumulano debito e i costi di finanziamento aumentano. La Bce dispone di strumenti per contenere eventuali tensioni sui mercati, ma non può sostituirsi ai governi nel risanamento dei conti pubblici. E non lo farà, ha ribadito la sua presidente Christine Lagarde: “Esistono circostanze specifiche che colpiscono maggiormente alcuni Paesi, la Francia ne è un esempio emblematico”, ha detto durante l’evento ‘CNN Global Perspectives’ a Bangkok. “In questo caso, la soluzione primaria e fondamentale va ricercata in Francia e riguarda le politiche fiscali”. Au revoir.
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