L’Università di Sassari cresce, amplia la propria offerta formativa e investe su nuovi docenti, ma rischia di non avere abbastanza personale per garantire il funzionamento delle strutture. Mancano oltre 70 dipendenti tecnico-amministrativi per raggiungere la media degli atenei italiani di dimensioni analoghe, mentre negli ultimi sei anni gli organici si sono ridotti del 12 per cento. A denunciare una situazione sempre più difficile sono le organizzazioni sindacali Flc Cgil, Federazione Cisl Università, Fgu Gilda Università, Federazione Uil-Rua e Snals-Confsal, insieme alla Rappresentanza sindacale unitaria e agli organismi di rappresentanza del personale.
Tutti i numeri (anche quelli scomodi)
I numeri restituiscono la dimensione del problema. In occasione delle elezioni del rettore, quest’anno i dipendenti tecnici, amministrativi e bibliotecari con diritto di voto erano 442, contro i 504 di sei anni fa. Nello stesso periodo il numero dei docenti è passato da 613 a 598, registrando una diminuzione molto più contenuta, pari a circa il 2 per cento.
Il rapporto tra personale tecnico-amministrativo e docenti risulta così inferiore a otto unità ogni dieci professori, contro una media nazionale di nove. Per colmare questa distanza, secondo i sindacati, servirebbero almeno 70 nuove assunzioni.
I dipendenti e i professori
Il problema non riguarda soltanto chi lavora negli uffici, ma anche gli studenti e le famiglie, che rischiano di subire le conseguenze di ritardi nelle procedure amministrative, nella gestione delle carriere universitarie e nell’erogazione dei servizi. La situazione era già stata segnalata a settembre, attraverso una lettera indirizzata ai candidati alla carica di rettore. Negli ultimi quattro anni, infatti, 29 dipendenti hanno lasciato l’Ateneo per trasferirsi in altri enti, mentre tra il 2026 e il 2028 sono previste altre 55 cessazioni. Nel frattempo, le risorse per le assunzioni assegnate attraverso il Piano straordinario nazionale sono state destinate interamente al reclutamento dei docenti.
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A preoccupare ulteriormente i rappresentanti dei lavoratori è la decisione assunta dal Senato Accademico l’8 ottobre, con l’approvazione del reclutamento di circa 60 docenti aggiuntivi rispetto alla programmazione ordinaria, grazie a finanziamenti ministeriali e regionali. Un investimento che non sarebbe accompagnato da un corrispondente rafforzamento del personale tecnico-amministrativo. Ogni nuovo docente, corso di laurea o struttura universitaria comporta infatti un aumento delle attività necessarie al funzionamento dell’Ateneo. Dalla gestione dei concorsi ai contratti, dalle iscrizioni alla contabilità, fino all’organizzazione dei laboratori e delle biblioteche, sono numerose le mansioni che rischiano di ricadere su uffici già sottodimensionati.
Secondo i sindacati, il rischio è quello di ampliare l’Università senza dotarla delle persone necessarie a sostenerne la crescita, come se venisse aperto un tredicesimo dipartimento senza prevedere nuovi dipendenti per garantirne l’operatività.
Il caso del nuovo dipartimento di Olbia
Tra le questioni più delicate c’è il progetto del Dipartimento di Innovazione di Olbia, istituito con decreto rettorale il 30 aprile scorso. La Regione Sardegna ha previsto un finanziamento di tre milioni di euro all’anno fino al 2042, per un totale di 51 milioni di euro, destinati al reclutamento e alle carriere di ricercatori e professori.
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Le risorse, tuttavia, non comprendono finanziamenti specifici per il personale tecnico-amministrativo necessario al funzionamento della nuova sede, distante circa cento chilometri da Sassari. Per il dipartimento sono già stati annunciati un corso di laurea triennale e tre magistrali. Secondo le stime presentate in Senato Accademico, servirebbero almeno sei dipendenti per garantirne le attività, ma queste figure al momento non risultano disponibili. Le organizzazioni sindacali precisano di non essere contrarie al progetto di Olbia. La questione, sostengono, riguarda piuttosto la sostenibilità di un ampliamento dell’offerta universitaria che non preveda contestualmente un adeguato investimento sulle risorse umane.
Uffici sotto pressione e servizi a rischio
La carenza di personale avrebbe già prodotto conseguenze sull’organizzazione del lavoro. Alcune funzioni essenziali, come la gestione dei concorsi e dei contratti di docenza, sarebbero affidate a un solo dipendente, con il rischio di rallentamenti, accumulo di pratiche ed errori. Una situazione che si traduce in carichi di lavoro sempre più pesanti, aumento dello stress e difficoltà nel garantire tempi di risposta adeguati agli studenti. Per i rappresentanti dei lavoratori, il senso di responsabilità dimostrato dal personale non può continuare a compensare una carenza strutturale di organico. Il rischio è che l’efficienza dell’Ateneo finisca per dipendere esclusivamente dalla disponibilità dei dipendenti a sostenere un impegno crescente.
Le richieste al nuovo rettore e alla Regione
Le organizzazioni sindacali chiedono un cambio di rotta nella programmazione delle assunzioni. La prima richiesta riguarda la destinazione di una parte consistente dei punti organico previsti dal Piano straordinario nazionale, disciplinato dal decreto ministeriale 795 del 2023, al reclutamento di personale tecnico-amministrativo.
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Viene inoltre sollecitata una ricognizione pubblica dei carichi di lavoro e delle dotazioni organiche di ciascuna struttura, per individuare le carenze e stabilire le priorità di intervento. Secondo i firmatari, l’apertura di nuovi corsi di laurea, dipartimenti o sedi dovrebbe essere sempre accompagnata da una valutazione preventiva del personale necessario.
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