Le trimestrali delle sei grandi banche americane restituiscono un quadro positivo, ma non uniforme. JPMorgan Chase, Goldman Sachs, Citigroup e Wells Fargo hanno pubblicato i risultati martedì 13 ottobre; Bank of America e Morgan Stanley lo hanno fatto oggi, prima dell’apertura del mercato americano. Il filo conduttore è la capacità di sfruttare mercati finanziari movimentati, senza perdere di vista la qualità del credito e la tenuta delle commissioni ricorrenti. Il contesto resta complesso: le tensioni geopolitiche e le oscillazioni dei prezzi alimentano gli scambi, ma i rendimenti obbligazionari elevati possono frenare emissioni, fusioni e acquisizioni. La domanda da porsi per decretare quale sarà il modello vincete è: chi riuscirà a mantenere la redditività quando le condizioni di mercato diventeranno meno favorevoli?
JPMorgan, i conti dimostrano i vantaggi della diversificazione
I risultati di JPMorgan Chase confermano i vantaggi della diversificazione. L’utile netto è salito a 15,3 miliardi di dollari, in crescita del 6,2% rispetto a un anno prima, mentre i ricavi hanno raggiunto 50,17 miliardi, l’8% in più. Il trading azionario è cresciuto del 49% e le commissioni di investment banking del 14%. Il margine di interesse netto, esclusa la divisione Markets, è aumentato del 6%, a 24,7 miliardi. L’utile per azione di 5,57 dollari è però rimasto sotto le attese. La combinazione di credito, pagamenti, mercati e gestione patrimoniale resta il principale elemento di forza del gruppo.
Goldman Sachs, la spinta arriva dal trading
Goldman Sachs ha registrato ricavi netti per 18,68 miliardi di dollari, in aumento del 23%, e un utile netto di 5,29 miliardi, il 29% in più su base annua. In questo caso a fare la differenza è stato il trading azionario, con ricavi balzati del 72%, a 6,44 miliardi. Le commissioni di investment banking sono cresciute del 21%, a 3,22 miliardi, e i ricavi dell’asset e wealth management del 14%. È il modello che monetizza più direttamente l’attività dei mercati: molto redditizio nelle fasi favorevoli, ma esposto alla variabilità dei volumi.
Citigroup, servizi e mercati sostengono i ricavi
Ancora, Citigroup ha chiuso il terzo trimestre con ricavi per 23,8 miliardi di dollari, in crescita dell’8% rispetto a un anno prima, e un utile netto di 5,2 miliardi, contro i 3,8 miliardi del terzo trimestre 2025. Il balzo dell’utile, salito del 40%, va però letto tenendo conto del confronto con l’anno precedente: nel 2025 la banca aveva registrato una svalutazione straordinaria da 726 milioni di dollari legata alla cessione di una quota di Banamex, storico gruppo bancario messicano. Al netto di quella voce, l’utile del 2025 sarebbe stato di 4,5 miliardi e la crescita su base annua risulta quindi più contenuta, pari al 17%. A sostenere i ricavi sono stati soprattutto i servizi finanziari per le imprese e gli investitori istituzionali, cresciuti del 15% a 6,6 miliardi di dollari, e l’attività di trading sui mercati, salita del 6% a 6,1 miliardi. Ha contribuito anche il wealth management. Sul fronte del credito, gli accantonamenti sono aumentati a 2,6 miliardi dai 2,45 miliardi di un anno prima, soprattutto per l’incremento delle riserve a fronte dei rischi futuri. Le perdite effettive sui crediti sono invece rimaste sostanzialmente stabili a 2,2 miliardi. Il punto da monitorare è dunque la capacità di Citi di mantenere la crescita dei ricavi e migliorare la redditività senza un progressivo deterioramento della qualità del credito.
Wells Fargo, crescono gli accantonamenti
Wells Fargo ha registrato un utile netto di 5,95 miliardi di dollari, contro 5,59 miliardi un anno prima, e un utile per azione di 1,87 dollari. I ricavi sono aumentati del 2%, a 21,87 miliardi. Il margine di interesse netto è salito a 12,52 miliardi, mentre gli accantonamenti per perdite su crediti sono cresciuti da 681 milioni a 1,03 miliardi. Il gruppo beneficia dell’espansione dei prestiti e dei depositi, ma dovrà dimostrare che la crescita dei volumi non comporti un costo del credito più elevato.
Bank of America manca le attese sugli utili
Bank of America ha invece mancato le attese sugli utili. I ricavi sono saliti del 3%, a 30 miliardi di dollari, ma l’utile netto è sceso da 8,3 a 6,9 miliardi. A pesare è stata una sanzione da 1,2 miliardi legata a carenze nei sistemi di individuazione e segnalazione di operazioni sospette, insieme alla debolezza del trading: i ricavi da sales and trading sono diminuiti del 5%, a 5,1 miliardi, mentre le commissioni di investment banking sono calate dell’11%. Il margine di interesse netto è invece cresciuto dell’8%, confermando la tenuta del business bancario tradizionale.
Morgan Stanley, il patrimonio dei clienti fa la differenza
Infine, Morgan Stanley ha chiuso con ricavi per 20,34 miliardi di dollari e un utile netto di 4,91 miliardi, contro 4,61 miliardi un anno prima. Il trading azionario è cresciuto del 41%, a 5,8 miliardi, mentre la divisione wealth management ha raggiunto ricavi record per 9,07 miliardi. La raccolta netta di nuovi attivi è stata pari a 232 miliardi di dollari e il patrimonio complessivo dei clienti nelle attività di wealth e investment management ha raggiunto 10.500 miliardi. Il binomio tra mercati e gestione patrimoniale offre al gruppo una base di ricavi più ampia rispetto a un modello fondato prevalentemente sul trading.
Il vero test è la qualità degli utili
I risultati mostrano che la volatilità è un’opportunità, ma non costituisce da sola una strategia sostenibile. Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno beneficiato soprattutto dell’attività azionaria; JPMorgan ha combinato la crescita dei mercati con quella del margine di interesse; Citi ha valorizzato servizi e gestione patrimoniale. Wells Fargo ha puntato sui volumi e sull’efficienza, mentre Bank of America ha subito l’impatto di un onere regolamentare.
Il rischio è confondere un trimestre brillante con una crescita strutturale. Il trading può rallentare rapidamente se diminuiscono gli scambi; l’investment banking dipende dal completamento delle operazioni; il margine di interesse è esposto alla competizione sui depositi e all’evoluzione dei tassi. Anche il credito richiede attenzione: gli accantonamenti sono aumentati in particolare per Wells Fargo e Citigroup. Da soli non indicano un deterioramento generalizzato dei portafogli, ma certamente sono un segnale.
Sei banche, sei modelli di business: chi vince?
Quello che è emerge dai conti è soprattutto il modo in cui modelli di business differenti reagiscono in condizioni di mercato differenti. JPMorgan può contare su una maggiore diversificazione dei ricavi, mentre Goldman Sachs si distingue per la capacità di valorizzare l’attività sui mercati e Morgan Stanley per il contributo della gestione patrimoniale. Citi deve consolidare la crescita dei servizi, mentre Wells Fargo resta esposta all’evoluzione del costo del credito. Per Bank of America, invece, il trimestre è stato penalizzato dalla sanzione da 1,2 miliardi di dollari legata alle carenze nei controlli antiriciclaggio, che ha ridotto l’utile netto riportato a 6,9 miliardi. Al netto di questo onere, l’utile sarebbe stato di 8,1 miliardi: una differenza che rende essenziale distinguere la performance operativa dall’impatto della vicenda regolamentare.
La prova decisiva arriverà quando l’attività sui mercati tornerà su livelli più normali. La banca più resiliente non sarà necessariamente quella che ha registrato l’utile più elevato, ma quella che riuscirà a difendere margini e rendimento del capitale senza compromettere la qualità degli attivi.
La stagione prosegue con le banche regionali
La stagione, intanto, prosegue. Domani, giovedì 15 ottobre sono attesi i risultati di U.S. Bancorp, BNY, PNC e Charles Schwab; venerdì 16 toccherà a M&T Bank, Truist, Citizens Financial e Regions Financial. I loro dati permetteranno di ampliare il confronto alle banche regionali, dove il costo della raccolta, la dinamica dei depositi e la qualità dei prestiti saranno indicatori particolarmente importanti.
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