#Finsubito news – Fed tassi ottobre: Warsh non si sbilancia a Bangkok


Il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, è intervenuto venerdì 16 ottobre in un dialogo pubblico con la Direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, alle riunioni annuali di FMI e Banca Mondiale a Bangkok, senza lasciar trapelare nulla sulla prossima decisione sui tassi, attesa il 27 e il 28 ottobre.

Warsh ha detto di non credere nell’anticipare le riunioni, scegliendo il silenzio proprio nei giorni in cui il mercato dei tassi Fed si gioca sul filo: il CME FedWatch oggi assegna giovedì l’85% di probabilità a un mantenimento, contro il 50% di appena un mese fa.

 

 

Cosa ha detto, e non detto, Warsh a Bangkok?

Warsh ha indicato le riunioni di ottobre e di dicembre come i due momenti in cui il board valuterà produzione, occupazione e inflazione, i passaggi in cui le decisioni prendono forma. Non ha aggiunto altro: niente indicazioni sul verso della prossima mossa, in linea con lo stile che ha tenuto fin dal suo primo discorso internazionale da presidente, a Jackson Hole alla fine di agosto, quando aveva già chiuso con la stagione della forward guidance lasciando aperta la porta a un nuovo rialzo.

Una frase, in particolare, è stata letta come un segnale: secondo Warsh, dalla riunione di settembre “il mondo si è sostanzialmente allineato” alle aspettative della Fed. Gli analisti la considerano leggermente restrittiva, perché le proiezioni di settembre indicavano in maggioranza almeno un ulteriore rialzo entro fine anno. A settembre la Fed aveva già alzato i tassi di un quarto di punto, al 3,75%-4,00%, il primo rialzo dal 2023.

 

 

Perché Fed e BCE stanno alzando i tassi quasi insieme?

Il meccanismo è lo stesso da una sponda all’altra dell’Atlantico: un’inflazione che non scende quanto previsto, alimentata da energia e dazi più che da una domanda interna surriscaldata, spinge le Banche centrali a togliere accomodamento invece di aggiungerlo.

Negli Stati Uniti i prezzi alla produzione di settembre sono saliti più che in qualunque altro mese degli ultimi quattro anni e mezzo; in Europa la BCE il 10 settembre ha alzato i tre tassi di riferimento di 25 punti base, portando dal 16 settembre il tasso sui depositi al 2,50%, il tasso di rifinanziamento al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%. La prossima riunione della BCE è in calendario a fine ottobre (BCE: il calendario completo delle riunioni per il 2026), un solo giorno dopo quella della Fed, e gli analisti continuano ad attendersi nuovi rialzi tra ottobre e dicembre.

Il precedente interno alla Fed aiuta a capire quanto sia fragile il silenzio di Warsh: a luglio il board aveva lasciato i tassi fermi, ma con tre funzionari in dissenso a favore di un rialzo immediato. Sette settimane dopo quel rialzo è arrivato. Un presidente che non parla, in altre parole, non significa un board che non si muove.

 

 

Come hanno reagito euro e dollaro?

Mercoledì 14 ottobre l’euro è scivolato in area 1,1150 dollari, il livello più basso in 17 mesi, spinto da dati sull’inflazione USA più forti del previsto. Giovedì il quadro si è ribaltato: la vendita dei titoli legati all’intelligenza artificiale ha spinto i capitali verso il rifugio rappresentato dai Treasury , i rendimenti sono scesi e il dollaro ha accusato il calo giornaliero più ampio da oltre un mese, con l’euro-dollaro risalito di circa lo 0,5% a 1,1210. Nella notte asiatica di venerdì il cambio ha ceduto circa lo 0,1%; questa mattina in Europa tratta in area 1,1230, in rialzo di circa lo 0,1% rispetto alla chiusura di giovedì.

Secondo i dati estratti dalla piattaforma Forecaster.biz, i fondi a leva restano però netti corti sull’euro per 44.261 contratti, pari al 5,1% dell’open interest, nella settimana chiusa martedì 6 ottobre: quattro settimane prima la posizione corta era più contenuta, a 33.285 contratti. Il Market Mood Meter di Forecaster.biz, che misura su una scala da -100 a +100 quanto un cambio è ipercomprato o ipervenduto, segnava il 15 ottobre -61,9: un euro tecnicamente ipervenduto che però continua a essere accompagnato da un posizionamento ribassista in rafforzamento.

Prezzo e posizionamento che vanno in direzioni opposte, con il cambio che rimbalza mentre gli speculatori si fanno più corti, è un segnale di cautela più che di direzione: non dice da che parte andrà il cambio, ma avverte che il rimbalzo potrebbe non bastare a convincere chi lo ha venduto.

 

 

Cosa cambia per chi investe in dollari?

Finché la Fed paga di più della BCE per detenere la propria valuta, un differenziale che oggi vale un punto e mezzo percentuale tra il limite superiore dei tassi Fed e il tasso sui depositi BCE, restare investiti in dollari o in attivi denominati in dollari continua a offrire un rendimento che l’area euro non garantisce. È il motivo per cui, fino a mercoledì, il dollaro aveva guadagnato terreno quasi ogni giorno da metà settembre.

La giornata di giovedì ricorda però che quel vantaggio non è automatico: basta un dubbio sulla sostenibilità della spesa in intelligenza artificiale, che secondo gli analisti di mercato resta strettamente legata alla forza recente del dollaro, per far scattare una fuga verso la sicurezza che penalizza proprio la valuta USA. Chi ha posizioni in dollari non coperte dal cambio guadagna dal differenziale di tasso, ma lo fa assumendo anche il rischio opposto: che un singolo giorno di sell-off azionario cancelli settimane di guadagni valutari.

 

 

Quali sono i prossimi appuntamenti da seguire?

Il calendario delle prossime settimane è fitto. La Fed decide il 27 e il 28 ottobre, la BCE il giorno successivo, il 29. Seguono i dati macro USA pubblicati prima della riunione, che diventano l’unico indizio reale sulla direzione della Fed in assenza di segnali da Warsh. L’ultimo appuntamento dell’anno è l’8 e il 9 dicembre per la Fed, il 16 e il 17 dicembre per la BCE: quattro riunioni in meno di due mesi che diranno se la stretta sincronizzata vista quest’estate e questo autunno continua, o se una delle due banche centrali resta indietro.

 




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