Al Sud in questi giorni si sommano due proteste che non c’entrano l’una con l’altra, ma che producono lo stesso effetto: camion fermi e distributori senza carburante. Da una parte gli autotrasportatori di Sicilia e Calabria, in fermo fino al 20 ottobre contro il prezzo del gasolio, salito oltre i 2,25 euro al litro, e contro i 440 milioni di aiuti promessi dal governo a maggio e mai arrivati. Dall’altra gli operai dell’ex Ilva, che dal 12 ottobre bloccavano la raffineria Eni di Taranto, da cui dipendono i distributori di Puglia, Basilicata e Calabria. Il risultato sono presìdi di camion lungo l’A2 in Calabria, rallentamenti sulla Statale 106 Jonica e sulla Bradanica in Basilicata, caselli bloccati a intermittenza nel Foggiano, pompe vuote tra Foggia, Cosenza e Catanzaro e aeroporti pugliesi costretti a razionare il carburante per gli aerei.
In Sicilia, da mezzanotte, i semirimorchi che arrivano nei porti non vengono ritirati dagli autotrasportatori e restano fermi nei piazzali. Il fermo, proclamato dal Comitato trasporto siciliano e registrato dal ministero delle Infrastrutture, riguarda le aziende aderenti che trasportano merci per conto terzi, dalla mezzanotte di oggi, 16 ottobre, fino alle 24 del 20 ottobre. Non è uno sciopero di tutta l’isola: le imprese della sezione Trasporti di Confindustria Catania, che in un primo momento avevano annunciato una propria iniziativa dal 16 al 22 ottobre, non hanno aderito. Non sono previsti presìdi su strade o caselli. Nei porti le navi continuano a sbarcare i carichi, ma i semirimorchi delle aziende ferme restano nei terminal e non raggiungono depositi, mercati e punti vendita.
Fino al 20 ottobre è fissato anche il fermo regionale proclamato da Fedralog Calabria. I presidi sono stati organizzati vicino al porto di Gioia Tauro, all’aeroporto di Lamezia Terme e presso alcuni svincoli della A2 nel Cosentino. I camion sono fermi ai lati della carreggiata e, sotto il controllo delle forze dell’ordine, non impediscono del tutto il passaggio, ma nei punti interessati il traffico rallenta. La protesta si inserisce in una mobilitazione iniziata nelle settimane scorse, quando in Calabria erano già scesi in strada agricoltori, trattoristi, pescatori e commercianti per il costo dei carburanti e dell’energia.
Alla base dello sciopero c’è il prezzo del diesel, che ieri il ministero delle Imprese ha rilevato in media a 2,256 euro al litro al self service sulla rete stradale e a 2,278 euro in autostrada. Il 5 ottobre è scaduto lo sconto sulle accise del gasolio, 6,1 centesimi al litro, e il meccanismo delle accise mobili annunciato dal governo per sostituirlo dipende dall’andamento dei prezzi e dall’extragettito dell’Iva, quindi non garantisce uno sconto certo. A contenere i prezzi, per ora, sono soprattutto i tetti e gli sconti decisi dalle compagnie petrolifere su richiesta del governo, in vigore fino al 31 ottobre.
Ma la richiesta principale degli autotrasportatori riguarda i soldi già promessi. A maggio il governo aveva annunciato fondi per attenuare l’aumento dei carburanti, che il settore quantifica in 440 milioni di euro e che non sono ancora stati erogati. A questo si aggiungono il costo dei traghetti e il ritardo nei pagamenti del Sea Modal Shift, l’incentivo pubblico per le imprese che scelgono di spostare i propri semirimorchi via nave lungo le cosiddette autostrade del mare, invece di farli viaggiare su strada, per ridurre traffico ed emissioni. Per chi lavora tra la Sicilia, la Calabria e il resto d’Italia è una voce importante dei bilanci, e i ritardi pesano proprio mentre il gasolio è più caro.
Per ora i fermi sono regionali, ma il tono delle associazioni è salito: i camionisti si dicono “pronti a bloccare l’Italia”, e la minaccia di un fermo nazionale è sul tavolo. Il ministero delle Infrastrutture ha convocato le associazioni per il 27 ottobre alle 16, con la partecipazione anche di Palazzo Chigi, del ministero dell’Economia e del ministero delle Imprese.
L’altra metà della crisi viene da Taranto. Dal 12 ottobre gli operai dell’ex Ilva hanno bloccato gli accessi alla raffineria Eni, nell’ambito della vertenza sull’acciaieria, dei provvedimenti sulla cassa integrazione e in attesa della decisione della Cassazione sull’area a caldo. Nei primi giorni sono rimaste ferme decine di autocisterne, ed Eni ha comunicato che più di cinquanta dei circa trecento distributori riforniti dall’impianto erano rimasti senza carburante, avvertendo che il protrarsi del blocco avrebbe potuto costringerla a fermare alcune unità della raffineria. La raffineria rifornisce Puglia, Basilicata e Calabria, e il blocco ha colpito anche gli aeroporti: Bari e Brindisi hanno riservato il carburante disponibile ai voli di emergenza, soccorso, sanitari e di stato, mentre le compagnie si sono riorganizzate rifornendosi in altri scali. Stamattina il blocco della raffineria è stato rimosso, e lo sciopero all’ex Ilva terminerà alle 23: le consegne dovrebbero riprendere, anche se ci vorrà qualche giorno perché i distributori tornino riforniti.
Sulle pompe vuote si è innestata la protesta che nel Foggiano dura da domenica. Agricoltori, autotrasportatori e commercianti hanno organizzato presidi a Vieste, nella zona industriale di Cerignola e vicino ai caselli di Poggio Imperiale e Candela. Nei giorni scorsi il tratto dell’A14 tra Termoli e Poggio Imperiale è stato chiuso in entrambe le direzioni per consentire la manifestazione, e il casello di Candela è stato bloccato a intermittenza. Gli agricoltori protestano per il costo del gasolio agricolo, salito oltre 1,60 euro al litro, e per le quotazioni di olio e olive, che giudicano troppo basse rispetto alle spese della raccolta.
In Basilicata i disagi sulla Jonica tra Policoro e Scanzano Jonico e sulla Bradanica, nel Vulture-Melfese, sono dovuti a presidi di comitati spontanei di autotrasportatori: camion e trattori sono fermi sulle corsie laterali e la circolazione procede a rilento. Anche qui alla protesta si aggiunge la difficoltà di trovare carburante, perché le stazioni dipendono in parte da Taranto. In Campania alcuni camionisti sono in presidio vicino ai caselli di Nola, sull’A30 Caserta-Salerno, e di Caianello, sull’A1, lasciando libero il passaggio agli altri veicoli.
Le due crisi hanno anche una data in comune. Il 20 ottobre, a mezzanotte, finiscono i fermi in Sicilia e in Calabria, ed è lo stesso giorno in cui la Cassazione deve decidere sull’area a caldo dell’ex Ilva, la vertenza da cui è partito il blocco di Taranto. Quel giorno si capirà se le due proteste si spegneranno insieme o se si riaccenderanno. Poi, il 27, l’appuntamento al ministero delle Infrastrutture, dove si deciderà se i camion del Sud resteranno un problema regionale o diventeranno un fermo nazionale.
Sul caro carburanti è intervenuta anche la segretaria del Pd Elly Schlein, secondo cui le proteste di autotrasportatori e agricoltori al Sud dicono che “la situazione è ormai insostenibile”. Schlein critica la scelta del governo di affidarsi agli sconti decisi dalle compagnie petrolifere: non si può lasciare la risposta “solo al mercato o alla buona volontà di qualche grande compagnia”, dice, anche perché questo “pone problemi di concorrenza coi distributori indipendenti e rischia di rafforzare posizioni dominanti”. Il Pd chiede quindi al governo di valutare la proposta di Faib Confesercenti e Fegica, le associazioni dei gestori delle stazioni di servizio: un tetto dinamico al prezzo dei carburanti, introdotto per legge, valido per 90 giorni e verificato ogni 15, che il governo potrebbe attivare solo in condizioni eccezionali accertate dal Garante per la sorveglianza dei prezzi. Invece di “prendersela con chi protesta”, ha aggiunto Schlein, il governo dovrebbe confrontarsi “subito con le categorie e con la Commissione europea”.
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