Donald Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia che lui stesso aveva firmato appena un mese fa. Il Graham Act prevedeva dazi fino al 100% sui principali acquirenti di petrolio russo e fino al 500% sulle importazioni statunitensi di energia russa; misure destinate a entrare in vigore il 18 ottobre. Trump le ha neutralizzate con una deroga, sostenendo che sospenderle sia nell’“interesse nazionale” degli Stati Uniti. Il paradosso è evidente: il presidente che aveva fatto approvare una legge per punire Mosca per l’invasione dell’Ucraina la disattiva prima che produca effetti, proprio quando Putin continua a colpire le infrastrutture energetiche ucraine. Non si tratta di una revisione legislativa né di una decisione del Congresso, ma di una scelta unilaterale della Casa Bianca, resa possibile da una clausola di deroga inserita nella stessa legge.
Un regalo energetico al Cremlino
La motivazione dichiarata è il prezzo del diesel, su livelli record a poche settimane dalle elezioni di medio termine. Trump ha difeso l’accordo con Putin sulle forniture di gasolio russo con una frase lapidaria: “Rilasceranno del gasolio. Quindi è una cosa positiva”. Ma l’effetto sui prezzi, secondo le stime disponibili, sarebbe estremamente limitato per gli stessi Usa; il vero beneficiario immediato sarebbe Mosca, che ottiene spazio per riportare energia russa sui mercati globali e ridurre l’isolamento economico imposto dopo l’invasione. La deroga evita anche uno scontro con Cina, India e Turchia, i principali compratori di petrolio russo, che avrebbero rischiato i dazi previsti dalla legge. In pratica, Washington rinuncia a uno degli strumenti più aggressivi pensati per colpire l’economia della guerra russa e, al tempo stesso, tutela i partner commerciali che continuano a finanziare il bilancio del Cremlino attraverso l’acquisto di idrocarburi.
Una linea che favorisce Putin
Il contesto rende la decisione ancora più pesante. Nella stessa notte in cui Trump sospendeva le sanzioni, la Russia ha lanciato uno dei suoi più grandi attacchi contro la rete elettrica ucraina, colpendo quindici impianti critici. Volodymyr Zelensky ha parlato di un tentativo di provocare un blackout prima dell’inverno e ha avvertito che alleggerire la pressione sull’aggressore significa offrirgli vantaggi finanziari e incoraggiarlo a proseguire gli attacchi. Putin, dal canto suo, ha dichiarato che la Russia continuerà gli attacchi su larga scala contro obiettivi militari-industriali e logistici ucraini. In questo scenario, l’accordo sul diesel non appare come un passo verso la pace: somiglia a una concessione unilaterale a un paese che non ha cambiato condotta, che continua la guerra e che usa l’energia come arma contro i civili.
Il Congresso prova a fermarlo
A Capitol Hill la reazione è stata dura. Il deputato democratico Greg Meeks ha presentato una proposta bipartisan, il Prohibit Corrupt Russia Oil Deals Act, per bloccare l’intesa: vieterebbe investimenti nel settore energetico russo, annullerebbe le licenze già rilasciate dal Tesoro per l’acquisto di gasolio russo e ne impedirebbe di nuove, rendendo inoltre obbligatorie alcune sanzioni sull’energia russa. Meeks ha accusato Trump di essere troppo vicino a Putin e di consegnargli “milioni di dollari” per continuare a massacrare civili ucraini. Anche alcuni repubblicani hanno preso le distanze. Don Bacon ha paragonato la linea della Casa Bianca a quella di Neville Chamberlain, mentre un gruppo bipartisan di senatori aveva già chiesto di annullare l’accordo e applicare integralmente il Graham Act.
La battaglia, però, sarà difficile. Il Congresso è a maggioranza repubblicana, ed è in pausa fino a dopo le elezioni e la leadership del Gop non ha abbracciato l’iniziativa contro il presidente. Per vincere, i critici dovrebbero inoltre superare un eventuale veto di Trump: una prova che misurerà se il dissenso bipartisan avrà la forza di trasformarsi in un limite reale al potere presidenziale.
L’Europa resta sola sulla linea dura
L’Unione europea ha reagito con una fermezza nettamente superiore a quella del Congresso. I ministri degli Esteri riuniti a Lussemburgo hanno respinto l’idea di allentare la pressione su Mosca e hanno ribadito che sanzioni, isolamento diplomatico e sostegno all’Ucraina restano l’unica strada per spingere la Russia verso una pace. Berlino ha confermato che manterrà le sanzioni contro la Russia, mentre Bruxelles ha definito preoccupante l’accordo Trump-Putin, avvertendo che ogni allentamento della pressione può dare a Mosca risorse aggiuntive per la guerra. I ministri degli Esteri Ue stanno preparando un nuovo pacchetto di misure, il ventiduesimo dall’inizio dell’invasione su larga scala adottando sanzioni contro 1.569 persone ed entità, tra cui 826 società russe e 743 dirigenti, con misure rivolte in particolare alle catene di fornitura di componenti per missili, droni e aerei. Secondo Kallas, oltre metà delle nuove liste riguarda la produzione di missili balistici. La frattura è quindi profonda. Mentre l’Europa cerca di rafforzare il fronte delle sanzioni, gli Stati Uniti scelgono di rimuoverne un pezzo centrale per inseguire un obiettivo elettorale interno. Per Kiev è un segnale allarmante: la protezione americana non appare più automatica, e la pressione su Putin può essere ritirata quando diventa scomoda per la Casa Bianca.
Il voto che spinge Trump
La sospensione delle sanzioni energetiche alla Russia non nasce in un vuoto politico in quanto arriva a sedici giorni dalle elezioni di medio termine del 3 novembre, quando gli americani rinnoveranno l’intera Camera, un terzo del Senato e gran parte dei governatori. Trump sta cercando di proteggere la maggioranza repubblicana in un clima dominato dal caro energia e dal costo della vita, due temi che colpiscono direttamente la vita quotidiana anche dei suoi elettori. Il presidente ha presentato l’accordo con Putin come un rimedio pratico: più gasolio russo sui mercati globali dovrebbe, almeno sulla carta, allentare la pressione sui prezzi. La sua frase, “Rilasceranno del gasolio. Quindi è una cosa positiva”, sintetizza la logica elettorale della mossa: trasformare una questione di politica estera in un messaggio sulla pompa del carburante.
Il diesel come tema elettorale
E negli usa – ma non solo – diesel non è un dettaglio tecnico. Serve ai camion che trasportano merce, ai mezzi agricoli, ai cantieri e a una parte importante della produzione industriale americana. Quando il suo prezzo sale, l’effetto si trasferisce rapidamente sui costi di trasporto, sui beni alimentari e sui servizi, rendendolo un indicatore molto visibile dell’inflazione percepita. Per i repubblicani, i prezzi del gasolio e della benzina sono diventati un ostacolo politico in vista del voto. Trump punta quindi a mostrare ai consumatori che sta facendo qualcosa di concreto, anche a costo di sospendere sanzioni che lui stesso aveva firmato in legge poche settimane prima. L’ulteriore paradosso è che la Casa Bianca usa una misura di politica estera per rispondere a un problema domestico
Cosa accadrà ora
Nei prossimi giorni si capirà se il Congresso riuscirà a imporre un freno, se la Russia sarà effettivamente in grado di aumentare le esportazioni di gasolio e se l’Europa deciderà di compensare la ritirata americana con sanzioni più incisive. Fino ad allora, il risultato politico è già leggibile: Trump ha scelto il diesel e il voto americano, garantendo a Putin una concessione diplomatica ed economica che il Cremlino non avrebbe potuto ottenere dal campo avverso.
A questo punto, ben pochi ancora pensano che Trump sia un negoziatore affidabile, ma il problema adesso non è nemmeno quello, quanto piuttosto se la sua amministrazione consideri ancora la sconfitta della Russia in Ucraina un interesse strategico degli Stati Uniti, oppure un fastidio da gestire quando diventa un problema politico. Anche a costo di perdere ulteriormente di credibilità sospendendo leggi da lui stesso appena firmate e, soprattutto, al prezzo della morte di molti altri civili ucraini.
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