A Matera, sabato 17 ottobre, i trattori e gli autotrasportatori hanno incontrato gli applausi e la solidarietà dei cittadini. In quell’accoglienza si può leggere qualcosa che supera la vicinanza a una categoria in difficoltà: il riconoscimento di una condizione che riguarda molti. Il costo di produrre cresce, il reddito si restringe, lavorare diventa sempre meno sufficiente a garantire sicurezza e futuro.
Negli stessi giorni, le piazze giovanili e studentesche italiane ed europee, la CGIL di Landini nella piazza dei centomila, hanno portato alla luce altre facce di questa crisi: scuole impoverite, precarietà, affitti insostenibili, difficoltà a immaginare una vita indipendente. Le lotte per la casa e contro il caro bollette pongono una domanda altrettanto elementare: come si vive quando le necessità quotidiane diventano occasioni di guadagno per chi controlla risorse, immobili e servizi?
Quando si incontreranno queste proteste? E chi contribuirà a costruire quell’incontro? La domanda riguarda direttamente il Mezzogiorno. Le vertenze dell’ex Ilva, di CallMat e delle altre realtà industriali e dei servizi attraversate dalla crisi convivono con le difficoltà dell’agricoltura e dell’autotrasporto. Olio, grano, ortaggi e frutta raccontano territori ricchi di lavoro e conoscenze, nei quali produrre qualità non garantisce un reddito dignitoso. Intanto, molti giovani partono e altri rimangono senza poter scegliere davvero come vivere. Le differenze sono profonde. Un agricoltore, un autotrasportatore, un operaio, una lavoratrice di call center e uno studente non occupano la stessa posizione sociale. Possono avere interessi divergenti. Ma incontrano una sproporzione comune: chi decide prezzi, commesse, investimenti, credito e destinazione delle risorse dispone di un potere enormemente superiore a quello di chi deve sopportarne le conseguenze.
È dentro questi rapporti che il carovita diventa una questione politica. L’aumento di un costo non ricade su tutti allo stesso modo. C’è chi riesce a trasferirlo sui clienti, sui fornitori o sui lavoratori; chi può difendere i propri margini; chi deve assorbirlo riducendo il reddito, indebitandosi o rinunciando a qualcosa di necessario. Dietro l’apparente neutralità dei prezzi agiscono rapporti di forza. Lo stesso accade con la casa. Per chi cerca un’abitazione, l’affitto è una condizione di autonomia. Per chi dispone di un patrimonio immobiliare può essere una fonte di rendita. Governare il conflitto fra queste esigenze significa scegliere quali interessi tutelare e con quali strumenti. La politica compie queste scelte anche quando dichiara di lasciare fare al mercato.
La rabbia giovanile va ascoltata dentro questo quadro. Nel materiale che abbiamo raccolto, Matteo Lancini richiama la responsabilità di un mondo adulto che fatica ad accogliere le emozioni e le domande dei ragazzi quando diventano scomode. Il punto ci riguarda: ascoltare significa anche accettare che i giovani contestino le priorità, i privilegi e le abitudini degli adulti. Sarebbe un errore immaginarli soltanto come lavoratori futuri, ai quali promettere un posto purché attendano e si adattino. Sono persone che vivono già oggi rapporti di dipendenza, disuguaglianze e ostacoli alla propria libertà. Chiedono tempo, relazioni, conoscenza, spazi, possibilità di scegliere. La loro domanda di una società migliore eccede il solo reddito, pur avendone un bisogno decisivo.
Anche per questo occorre distinguere le mobilitazioni organizzate, le manifestazioni spontanee e gli episodi di violenza. Attribuire a un’intera generazione le responsabilità di singoli comportamenti serve a cancellare le ragioni della protesta. Al tempo stesso, dalla rabbia non nasce automaticamente una capacità di trasformazione. La distruzione può colpire persone estranee alle responsabilità contestate, isolare chi manifesta e consumare energie senza costruire una prospettiva. Occorrono luoghi nei quali quella rabbia possa diventare parola, conoscenza, decisione collettiva. Anche l’operato delle istituzioni e delle forze dell’ordine deve poter essere discusso e verificato. Il diritto di manifestare appartiene alla democrazia; chi esercita l’autorità pubblica risponde delle proprie scelte.
La convergenza sociale comincia quando ciascuno riconosce che difendere il diritto degli altri rafforza anche il proprio. Il reddito dell’agricoltore deve tenersi con il salario e i diritti del bracciante, compreso quello migrante. Il prezzo remunerativo alla produzione deve incontrare il diritto delle famiglie a un’alimentazione accessibile, intervenendo sugli squilibri della filiera. Il sostegno a chi dipende dal gasolio deve accompagnarsi a investimenti che rendano praticabile una minore dipendenza dai combustibili fossili. La difesa dell’occupazione industriale deve comprendere salute e ambiente. Sono contraddizioni da affrontare insieme. Lasciate alla competizione fra categorie, diventano strumenti per dividerle.
Qui si misura la responsabilità della sinistra. Una parte delle forze che avevano rappresentato il lavoro ha accettato privatizzazioni, precarietà e subordinazione delle politiche pubbliche alla convenienza degli investitori. Quella frattura pesa ancora sulla credibilità di ogni proposta alternativa. Invocare l’unità contro le destre richiede perciò una discontinuità riconoscibile: nelle scelte economiche, nei rapporti con il potere finanziario e imprenditoriale, nel modo di costruire programmi e rappresentanza. Mandare a casa chi governa nell’interesse dei soggetti più forti è un obiettivo politico legittimo e necessario. La sua forza dipende però dalla capacità di cambiare anche le priorità e i rapporti di potere che orientano il governo. L’alternativa deve poter rispondere a domande precise: come si difendono salari e redditi? Come si rende accessibile la casa? Come si finanziano scuola, sanità e trasporti? Quali obblighi assumono le imprese che ricevono risorse pubbliche? Come possono lavoratori e comunità incidere sulle decisioni?
Per il Mezzogiorno significa rivendicare una politica industriale, agricola e sociale capace di sostenere la vita dei territori. Significa discutere l’uso di acqua, energia e suolo, il destino delle produzioni, la qualità dell’occupazione e dei servizi. Il diritto di restare deve accompagnarsi alla libertà di partire e tornare: nessuno dovrebbe essere costretto ad abbandonare la propria terra per accedere a condizioni di vita dignitose.
Dopo Matera, un passo concreto sarebbe far incontrare i protagonisti delle vertenze con studenti, giovani precari e persone impegnate sul diritto alla casa. Un incontro nel quale ciascuno porti la propria esperienza e partecipi alla scelta di alcuni obiettivi comuni: redditi e lavoro dignitosi; casa, istruzione e servizi accessibili; trasparenza e controllo sull’impiego delle risorse pubbliche. Le piazze ci consegnano una disponibilità al cambiamento che può disperdersi, essere repressa oppure venire catturata da nuove promesse autoritarie. Dare a quella disponibilità una forma democratica, solidale e durevole è il compito politico che abbiamo davanti. Anche qui, a Matera e in Basilicata.
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