#Finsubito news – Manovra e tasse, servono scelte forti: salari, investimenti in AI e taglio dell’Irpef al ceto medio, le riforme necessarie


di
Enrico Marro

Il governo Meloni tratta con Bruxelles per ampliare i margini della legge di Bilancio. In bilico il taglio dell’Irpef per il ceto medio, mentre alle imprese sono destinati 3,5 miliardi

Una manovra «a fisarmonica». È quella che per il momento si presenta leggendo gli ultimi documenti di finanza pubblica che il governo ha mandato, come prescritto, alla commissione europea. A fisarmonica nel senso che Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, hanno tirato per ora il mantice fino a un certo punto, ricavando uno spazio di manovra di 23,5 miliardi per il disegno di legge di Bilancio 2027. Provvedimento che, secondo il cronoprogramma di contabilità pubblica, il consiglio dei ministri dovrebbe approvare questa settimana e precisamente domani, 20 settembre, ma che probabilmente slitterà di qualche settimana. Qualcuno dice addirittura a dopo il 9 novembre, quando è fissata la riunione dell’Eurogruppo, perché il governo vorrebbe attendere il verdetto ufficiale dell’Unione europea sui margini di flessibilità e sulla «clausola di salvaguardia nazionale». Insomma, capire se può aumentare la spesa in deficit, senza che questo comprometta l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo, obiettivo che lo stesso esecutivo si è dato per mantenere quel miglioramento della credibilità finanziaria del Paese sui mercati, attestato dall’andamento dello spread e dalla promozione del rating sul debito sovrano accordata nell’ultimo periodo dalle principali agenzie internazionali.

Le due deroghe

La presidente del Consiglio e il titolare dell’Economia, dopo aver già ottenuto da Bruxelles una deroga alla «clausola nazionale di salvaguardia» sulla difesa, così che una parte della maggiore spesa in deficit possa essere destinata non solo alle uscite per rafforzare la sicurezza militare ma anche sul capitolo energia, vogliono ora altre due flessibilità.
La prima sul fronte della regola della spesa primaria netta (nuovo parametro guida per i giudizi della commissione sui conti pubblici dei Paesi membri) in modo che essa possa crescere un po’ di più di quanto già concordato con la Ue, per tener conto delle maggiori spese causate dall’inflazione, a cominciare dall’indicizzazione delle pensioni e dall’adeguamento prezzi per le opere pubbliche.
La seconda deroga sulla quale sta trattando il governo riguarda proprio la spesa in deficit per l’energia, cioè 14,4 miliardi destinati a questa voce nel biennio 2027-28 (7,2 miliardi l’anno) che Bruxelles ha concesso esclusivamente per interventi strutturali finalizzati a ridurre il ricorso a fonti fossili e ad aumentare la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e che invece l’esecutivo vorrebbe usare in parte anche per interventi spot di sostegno a famiglie e imprese contro il caro-energia, cominciando dalle bollette di luce e gas.




















































I margini

Se Roma otterrà dei margini su questi due fronti, ecco che potrà tirare la fisarmonica della manovra verso i 30 miliardi nel 2027, una dimensione appena sufficiente a raccogliere qualcuna delle tante istanze presentate dai partiti di maggioranza, tanto più che stiamo parlando dell’ultima manovra prima delle elezioni politiche.
E così, se vi è incertezza su quanto si potrà spendere, non si sa bene neppure che musica uscirà dalla fisarmonica quando finalmente il mantice verrà compresso e il disegno di legge di Bilancio arriverà in Parlamento. Si tratterà di vedere se la manovra avrà un respiro strutturale e orientato alle riforme, in primis quella dei Fisco, o se sarà una collezione di misure necessarie, ma non risolutive per garantire una crescita più forte e duratura. Come sempre, la musica sarà dolce per qualche categoria e dura per altre. Tra le prime, afferma il governo, ci sono le «famiglie», alle quali verranno destinati, per il momento, 5 dei 23,5 miliardi della manovra, ma di più se la partita con Bruxelles si concluderà positivamente. Solo che la dizione «famiglie» è generica e il governo non ha ancora scoperto le carte sulle misure in arrivo. Alle imprese, sempre a bocce ferme, dovrebbero andare 3,5 miliardi. All’energia 7,2 miliardi appunto, e altrettanti alla difesa, anche se una parte di questi ultimi finanzierà programmi di spesa già in corso. Infine, 2,1 miliardi sono previsti per non meglio specificate riduzioni delle entrate fiscali. Una voce che, da sola, non sarebbe neppure sufficiente a coprire quella che fino all’altro ieri lo stesso governo aveva promesso sarebbe stata la misura qualificante della manovra: il taglio delle tasse sul ceto medio attraverso un aumento del secondo scaglione Irpef, quello con l’aliquota del 33%, fino a 60 mila euro di imponibile, con un risparmio d’imposta variabile tra 100 e mille euro per 3,3 milioni di contribuenti. Anche qui, il destino di questa misura, fa trapelare il governo, è appeso al verdetto Ue sulle nuove flessibilità chieste dall’Italia.

I punti

Ma su questo si deve avere il coraggio di fare delle scelte. È evidente, infatti, che l’allargamento del secondo scaglione dell’Irpef, per il quale sarebbero necessari 2,7 miliardi (quindi non una somma enorme), si potrebbe comunque fare, trovando le coperture con tagli di spesa e/o maggiori entrate, operazione possibilissima solo che se ne abbia la volontà politica. Oltre al ceto medio, che potrebbe restare deluso, la musica che uscirà dalla manovra a fisarmonica si annuncia assordante per banche e assicurazioni, che dovrebbero sborsare 5 miliardi nel 2027 e 11 nel triennio 2027-28. E poco importa se alla fine si tratterà di un contributo volontario o meno, piuttosto conterà se sarà un anticipo di imposte come negli anni scorsi o una maggiore tassazione.
A contribuire alla manovra da 23,5 miliardi saranno poi i ministeri con un taglio delle spese di 1,2 miliardi e il settore giochi con circa 750 milioni. Il resto verrà finanziato in deficit, con i famosi 14,4 miliardi accordati dalla Ue per difesa e sanità. Alla fine, sarà una manovra di galleggiamento in un mare, quello dei mercati, a rischio di tempesta, come ha detto Giorgetti. Finanziata tra l’altro per la maggior parte in deficit. Meglio sarebbe se il governo si assumesse la responsabilità di scelte forti. Oltre al taglio delle tasse sul ceto medio, ne ricordiamo un’altra: le misure per favorire la crescita dimensionale delle imprese, presupposto per più investimenti in tecnologia (Ai compresa) e per salari migliori. Se si vuole, si può fare: basta tagliare tante spese inutili e rimettere ordine nel fisco, premiando chi lavora e colpendo le rendite.

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20 ottobre 2026 ( modifica il 20 ottobre 2026 | 07:27)


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