Dai presidi ai caselli siciliani fino agli aeroporti del Mezzogiorno, la protesta degli autotrasportatori entra in una fase critica
Non è più una vertenza di categoria. Non è più soltanto la protesta di migliaia di autotrasportatori schiacciati dall’aumento dei costi. I blocchi che da giorni rallentano merci e rifornimenti stanno investendo nodi strategici del Paese e mettono il governo davanti alla prima vera emergenza logistica degli ultimi mesi. La novità più preoccupante arriva dagli aeroporti. L’Enav ha segnalato criticità nella disponibilità di carburante Jet A-1 in diversi scali del Mezzogiorno, da Napoli a Salerno, da Reggio Calabria a Crotone fino a Catania. Un problema che fino a pochi giorni fa sembrava impensabile e che oggi certifica quanto la protesta stia colpendo il cuore della rete distributiva nazionale. Quando il carburante rischia di non arrivare nemmeno agli aeroporti, il confine tra disagio e crisi sistemica diventa sempre più sottile.
L’allarme sugli scali del Sud
A Napoli la Gesac ha invitato le compagnie aeree a fare rifornimento negli aeroporti di provenienza per ridurre la pressione sulle disponibilità locali. Contestualmente ha chiesto l’intervento della Prefettura per garantire il passaggio delle autobotti e l’accesso ai depositi attualmente ostacolati dai presidi dei manifestanti. Per ora gli aeroporti restano operativi. Ma il semplice fatto che siano state attivate misure straordinarie racconta più di qualsiasi comunicato ufficiale. Significa che il timore di un’interruzione della catena di approvvigionamento non appartiene più alle ipotesi teoriche. La protesta è riuscita a insinuarsi in uno dei settori più sensibili del sistema Paese, quello della mobilità aerea.
La svolta in Sicilia
Dopo il confronto con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, il Comitato Trasportatori Siciliani guidato da Salvatore Bella ha deciso di sospendere il fermo dei servizi, mantenendo però lo stato di agitazione in attesa di risposte concrete da parte del governo. Anche l’Aias ha fermato la protesta nell’isola. La svolta è arrivata nella notte dopo un vertice fiume in Prefettura a Catania.
“Non possiamo più lavorare in perdita”
Dietro i blocchi non c’è soltanto la questione del prezzo del gasolio. Gli autotrasportatori denunciano un modello economico che, soprattutto per le piccole imprese e i padroncini, sarebbe diventato ormai insostenibile. L’Aias chiede contributi straordinari sul carburante, sospensione temporanea degli oneri contributivi, finanziamenti agevolati e incentivi per il rinnovo dei mezzi pesanti. Misure che gli operatori considerano indispensabili per evitare la chiusura di centinaia di attività. La protesta continua così nei punti nevralgici dell’isola, dal casello di San Gregorio nel Catanese all’area di Tremestieri a Messina, due snodi fondamentali per la circolazione delle merci tra Sicilia e continente.
L’opposizione fiuta il caso politico
La crisi logistica è rapidamente diventata un caso politico nazionale. Alla Camera, Giuseppe Conte, Elly Schlein, Angelo Bonelli e Maria Elena Boschi hanno chiesto un’informativa urgente della presidente del Consiglio. Una rara convergenza tra forze di opposizione diverse, unite dall’accusa di un governo giudicato in ritardo rispetto alla gravità della situazione. Conte parla di un’Italia che rischia di fermarsi tra distributori sotto pressione e approvvigionamenti in difficoltà. Schlein invita la premier Giorgia Meloni a confrontarsi con il “Paese reale” e Bonelli sostiene che l’esecutivo abbia perso il contatto con il mondo produttivo che oggi manifesta. Al di là delle formule parlamentari, il contenuto politico è chiaro. Se i blocchi dovessero protrarsi e produrre nuovi effetti sulla distribuzione di carburanti e merci, l’emergenza potrebbe trasformarsi in un problema diretto per Palazzo Chigi.
La prova più difficile per il governo
Per l’esecutivo la partita è delicata. Reprimere la protesta senza affrontarne le cause rischia di alimentare ulteriormente il malcontento. Concedere troppo, invece, potrebbe aprire un precedente per altre categorie schiacciate dall’aumento dei costi. Intanto il tempo scorre. I presidi restano attivi, il fronte dei manifestanti appare tutt’altro che compatto ma non arretra, e l’allarme lanciato dagli aeroporti dimostra che la protesta sta toccando nervi vitali dell’economia nazionale. Per l’esecutivo non è più soltanto una vertenza dell’autotrasporto. È un test sulla capacità di governare una crescente tensione sociale che nasce dal caro vita, attraversa la logistica e arriva fino alle piste degli aeroporti.
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