#Finsubito news – voragine da 36 milioni e patrimonio azzerato. Addio alle promesse di salvataggio


TARANTO – Il destino di Kyma Ambiente è racchiuso in una cifra che spazza via ogni rassicurazione politica: una perdita d’esercizio di 12.809.080 euro e un patrimonio netto negativo per 36.041.373 euro. I documenti contabili relativi all’esercizio 2025, firmati il 16 ottobre 2026 dall’amministratore unico Gaetano Nacci – tre giorni prima del consiglio comunale monotematico del 19 ottobre -, certificano come la municipalizzata dell’igiene urbana abbia polverizzato il capitale sociale sotto il peso di oltre 66 milioni di euro di disavanzo complessivo accumulato negli anni. 

Le carte ufficiali – visionate da TarantoToday – svelano una crisi sistemica che spinge la società a un passo dal tribunale: debiti per oltre 43 milioni concentrati in gran parte verso il fisco, proroghe contrattuali finite sotto la lente dell’Autorità Garante della Concorrenza, sei milioni di euro sborsati per i lavoratori interinali a fronte di un concorso pubblico congelato, e un inceneritore fantasma a Statte il cui valore è crollato di colpo da 107 a 2 milioni di euro. Di fronte a questo scenario, mentre il management aziendale indica come unica salvezza il concordato preventivo in continuità aziendale, il Consiglio comunale imbocca la via della liquidazione volontaria.

Il sindaco Bitetti, nel consiglio monotematico del 19 ottobre, aveva ribadito in aula la volontà dell’amministrazione di salvare l’azienda, lavorando sul reperimento di nuove risorse e scongiurando il rischio privatizzazione. 

Il crac del termovalorizzatore e il patrimonio cancellato

A determinare il collasso dei conti è l’applicazione dell’OIC 29, il principio contabile nazionale che impone la correzione retroattiva degli errori rilevanti commessi nei bilanci passati. Fino al 2024, il compendio impiantistico di Statte — composto da termovalorizzatore, compostaggio e deferrizzazione — era iscritto all’attivo sulla base di una stima del luglio 2023 per l’iperbolica cifra di 107.434.500 euro. Quella perizia considerava l’inceneritore funzionante a pieno regime, ignorando che la struttura fosse ferma dal 2013, priva di autorizzazione ambientale valida e bisognosa di investimenti per almeno 150 milioni.

La nuova perizia giurata asseverata a settembre 2026 dal perito Giovanni Calabrese ha fatto piazza pulita di quelle stime, riducendo il valore dell’impianto tra 2,2 e 40,6 milioni a seconda degli scenari. L’amministratore unico ha dovuto cancellare 50.551.778 euro di impianti materiali, abbattendo direttamente il patrimonio netto iniziale per 48.556.740 euro. A questa svalutazione si è sommata la perdita dell’esercizio 2025, pari a 12.809.080 euro, generata da una pulizia di bilancio che ha azzerato 5,39 milioni di crediti inesigibili, 1,82 milioni di crediti fiscali futuri e 863.000 euro di pezzi di ricambio ormai inservibili chiusi nei magazzini. Si è così materializzato l’articolo 2447 del Codice Civile, che scatta quando il capitale sociale è totalmente eroso dalle perdite: per ricostituire la società servirebbero subito 36.091.373 euro cash, ma la legge sulle partecipate pubbliche vieta al Comune di versare fondi a fondo perduto.

Il cappio dei debiti tributari e il richiamo dell’Antitrust

La situazione di cassa è al limite della paralisi operativa. Dei 43.343.988 euro di debiti complessivi, ben 26.911.411 euro sono dovuti all’Erario per tasse e imposte non versate, e 2.928.679 euro agli istituti di previdenza per i contributi dei dipendenti. Insieme costituiscono il 68,8% dell’intero indebitamento aziendale. Con un margine di tesoreria negativo per 31,4 milioni e un indice di liquidità pari a 0,009, Kyma Ambiente non possiede neppure un centesimo liquido per ogni euro di debito in scadenza entro l’anno.

In questo quadro di asfissia, il servizio è andato avanti solo grazie a continue proroghe tecniche ponte, culminate nella delibera consiliare numero 115 del 22 dicembre 2025 che ha esteso l’affidamento al 31 dicembre 2026 per 35,97 milioni di euro. Una manovra che ha insospettito l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. L’Antitrust ha aperto una procedura istruttoria e convocato l’amministrazione in audizione, contestando una percentuale di raccolta differenziata ferma al 30% e chiedendo conto dei motivi per cui il Comune continui ad affidare il servizio senza gara a un’azienda in perenne affanno.

Il paradosso del personale: milioni alle agenzie e concorso fermato

Il capitolo del personale rappresenta il punto di maggiore attrito con le rappresentanze sindacali. Su un organico di 439 unità, i lavoratori dipendenti sono 303, mentre 136 sono lavoratori somministrati forniti da agenzie interinali. Nel solo 2025 il costo di questi contratti a termine è ammontato a 6.280.200 euro, spingendo la spesa complessiva del personale a 22,35 milioni e assorbendo da sola il 62% del valore della produzione.

Eppure, una via alternativa era stata avviata: a fine 2024 la società aveva bandito un concorso pubblico per operai e autisti, raccogliendo 2.500 domande e portando 553 candidati a superare la preselezione nel marzo 2025. Ma, come emerge testualmente dalla relazione di gestione, la selezione fu interrotta: “Nello stesso mese di marzo è pervenuta una comunicazione da parte del Commissario Straordinario e dei Dirigenti comunali, con la quale veniva richiesto di sospendere il concorso e di non procedere alle assunzioni fino all’insediamento del nuovo Consiglio Comunale”. Da allora il concorso non è mai più ripartito, perpetuando il ricorso al lavoro interinale e la precarietà di circa 150 famiglie.

Impianti in stallo tra canoni mai visti e incendi

Anche sul piano industriale le relazioni interne smentiscono ogni ipotesi di tenuta economica:

L’impianto di selezione Pasquinelli, affidato a ottobre 2024 alla società Daniele Ambiente con un canone pattuito di 250.000 euro all’anno, si è trasformato in un contenzioso: l’amministratore unico ha notificato diffide su diffide alla ditta per “il pagamento dei corrispettivi contrattuali mai erogati sin dall’avvio del rapporto”.

L’impianto di compostaggio perde 500.000 euro all’anno, zavorrato dai costi di trasporto e smaltimento del sovvallo in discarica. La struttura era rimasta ferma e sequestrata dalla Procura da settembre 2025 a marzo 2026 per un incendio sviluppatosi nei capannoni. Il 13 ottobre 2026 Nacci ha scritto formalmente a Palazzo di Città chiedendo l’aumento immediato delle tariffe di conferimento o, in alternativa, l’autorizzazione a “interrompere l’esercizio dell’impianto, non potendo sostenerne ulteriormente le perdite”.

Sul termovalorizzatore di Statte, infine, le proposte di finanza di progetto avanzate dai colossi privati Itelyum e Cisa sono state congelate con determina aziendale del 25 agosto 2026 per tentare di salvare l’autorizzazione regionale prima della decadenza definitiva.

La frattura finale: concordato preventivo o liquidazione

Nelle conclusioni della relazione sul governo societario datata 16 ottobre 2026, l’ingegner Nacci indica con chiarezza la rotta giuridica: fare ricorso al concordato preventivo in continuità aziendale previsto dal Codice della Crisi d’Impresa. Si tratta della procedura che permette di congelare i debiti fiscali, bloccare i pignoramenti ed evitare la chiusura d’ufficio della società.

Una linea tecnica che diverge dalle decisioni politiche maturate nelle stesse ore a Palazzo di Città: nel Consiglio comunale monotematico del 19 ottobre, la maggioranza ha approvato l’indirizzo verso la liquidazione volontaria della municipalizzata. Un passaggio che chiude formalmente l’epoca dell’azienda pubblica nata come AMIU nel 1974 e scarica sul futuro della città e dei suoi lavoratori il peso di un dissesto annunciato.

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