#Finsubito news – Rapporto Ires, senza l’industria crescono i debiti delle famiglie: li hanno oltre due terzi dei toscani


I frutti avvelenati della deindustrializzazione cadono nella cesta delle famiglie toscane, e le portano a indebitarsi non solo per comprare casa, ma anche al fine di compensare il potere d’acquisto – perduto – per i consumi quotidiani. E’ una delle letture più persuasive del rapporto Ires Toscana ‘La Toscana nascosta. Impoverimento, vulnerabilità e indebitamento delle famiglie toscane’, curato da Filippo Torrigiani e presentato con Cgil Toscana e Federconsumatori. Il dato centrale è netto: il 69,2% dei toscani, circa 2,18 milioni di persone, ha debiti attivi, contro una media nazionale del 60,7%. La regione è seconda in Italia per indebitamento. Quattro province toscane sono nella top ten nazionale per debito medio al consumo per famiglia, esclusi i mutui casa: Massa Carrara (2/a), Pistoia (4/a), Pisa (5/a); Lucca (8/a), con dati largamente superiori alla media nazionale di 6.657 euro.

“Anche in Toscana non siamo più un’isola felice“, ha ammesso Rossano Rossi, segretario generale della Cgil Toscana, secondo cui sul territorio “la deindustrializzazione, i salari bassi e una terziarizzazione debole stanno spingendo nella vulnerabilità economica e sociale fasce sempre più ampie della popolazione”. La Cgil Toscana chiede un cambio di paradigma su cinque assi: aumento dei salari e del potere d’acquisto, contrasto al lavoro povero e precario, difesa del Servizio sanitario nazionale e del welfare locale, strumenti pubblici contro sovraindebitamento e usura, nuova politica industriale. Dunque reindustrializzazione del territorio, lavoro stabile, salari più alti e investimenti nei servizi pubblici.

Il credito di sopravvivenza, fra bollette e cure

Il rapporto distingue fra un credito usato per programmare acquisti duraturi e un credito di pura sussistenza. La seconda forma, secondo lo studio, è quella che si sta diffondendo: sempre più famiglie ricorrerebbero a finanziamenti per affitto, bollette, spesa alimentare e cure. Il 52,8% dei toscani, circa 1,65 milioni di persone, ha impegni con società finanziarie per credito al consumo, con una rata media di 290 euro al mese, sopra la media nazionale di 285 euro. La struttura del debito è così composta: prestiti finalizzati al 45,7%, prestiti personali al 30,4% e mutui immobiliari al 23,9%.

Uno degli indicatori più significativi, secondo Ires, riguarda la cessione del quinto di stipendio o pensione, che non viene più usato soprattutto per acquisti voluttuari, ma come una forma di “welfare privato” per assorbire carovita, spese sanitarie e debiti pregressi. In Toscana sono attivi 160mila contratti, pari al 4,37% dell’intera popolazione residente e a quasi l’8% della popolazione attiva o in quiescenza da lavoro. Il rapporto descrive la cessione del quinto come uno strumento privilegiato dalle finanziarie per erogare liquidità a soggetti con profili di merito creditizio compromessi, perché la rata viene trattenuta direttamente alla fonte. L’effetto, però, è un irrigidimento del bilancio familiare per periodi che possono arrivare a 120 mesi, con una riduzione della capacità di far fronte a spese impreviste.

Risparmi in esaurimento, il ‘compro oro’ prima dell’usura

Il rapporto descrive un progressivo prosciugamento del risparmio, storicamente considerato un punto di forza delle famiglie toscane. Senza una riserva economica, anche un guasto dell’auto, una spesa dentale o un conguaglio sulle bollette può aprire una crisi di liquidità e spingere verso il debito. Il segnale più estremo è il ricorso a pegni e compro oro: oltre 60mila cittadini all’anno, circa l’1,9% della popolazione. Per il rapporto, si tratta dell’ultimo stadio legale di ricerca di liquidità prima dell’esclusione finanziaria, quando le linee di credito tradizionali sono chiuse e lo stipendio è già gravato da una cessione del quinto.

La parte più allarmante, probabilmente, riguarda l’usura. Secondo le stime riportate, tra 40mila e 50mila posizioni di famiglie sovraindebitate e microimprese sono ad alto rischio usura perché escluse dai canali bancari ordinari. Il 10,6% dei commercianti e piccoli imprenditori, stimato fra 8mila e 10mila partite Iva, sarebbe già caduto nella rete dell’usura e dell’estorsione. Il rapporto descrive le reti criminali come un “welfare sostitutivo” che intercetta la domanda di liquidità non soddisfatta dai canali legali. L’obiettivo non sarebbe solo il recupero del capitale, ma il subentro nella proprietà e nella gestione delle attività economiche, con finalità di riciclaggio.

Il rischio di “normalizzazione” del debito

Il rapporto rileva anche uno spostamento nelle procedure esecutive. In Toscana i pignoramenti immobiliari diminuiscono, da 5.820 case nel 2023 a 4.910 nel 2025. In controtendenza crescono i pignoramenti di autoveicoli: da 11.100 nel 2023 a 13.200 nel 2025. La spiegazione indicata è tecnica: la Riforma Cartabia ha introdotto strumenti che rendono più accessibile la vendita diretta degli immobili e la conversione del pignoramento, mentre il pignoramento telematico dei veicoli permette ai creditori di agire in modo rapido su beni mobili registrati. Per il rapporto, questo spostamento rende l’automobile un bersaglio più efficiente per il recupero crediti.

Il rapporto dedica attenzione anche alla formula ‘Buy Now Pay Later’, ossia ‘compra ora, paga dopo’: a livello nazionale lo strumento cresce vicino al +50% annuo e la Toscana, insieme al Lazio, risulta la regione del Centro Italia con la più alta penetrazione. Il fenomeno è trainato da Generazione Z e Millennials, soprattutto per moda, elettronica, viaggi e tempo libero. A giudizio di Ires il rischio è la normalizzazione dell’indebitamento: il credito smette di essere percepito come un rischio e diventa una normale estensione della capacità di spesa. Questo, secondo lo studio, aggrava la vulnerabilità economica, soprattutto fra i giovani.

Un quadro più ampio di fragilità sociale

“La progressiva deindustrializzazione e un modello di terziarizzazione debole hanno prodotto in Toscana più occupazione, ma salari sempre più poveri”, afferma Maurizio Brotini, presidente di Ires Toscana. Secondo il rapporto, il credito al consumo diventa così un “ammortizzatore sociale” che supplisce alle mancanze del welfare pubblico e delle tutele salariali. Tra il 2014 e il 2024 gli occupati in Toscana aumentano del 3,5%, mentre il reddito reale dei dipendenti cala del 3,9% nel privato e del 10,7% nel pubblico. La tesi è che la fragilità economica toscana non sia un fenomeno limitato ai soggetti più marginali, ma investa anche lavoratori, pensionati, parte del ceto medio, impiegati e professionisti non affermati. Ires individua le radici nella perdita di peso del tessuto manifatturiero, nella crescita di servizi a basso valore aggiunto e nella rendita immobiliare, che alzerebbe il costo della vita nelle città.

Il rapporto inserisce l’indebitamento in un quadro più ampio di fragilità sociale. Il 4,9% della popolazione, circa 80mila famiglie, vive in povertà assoluta; il 13,2%, circa 480mila persone, è a rischio deprivazione; il 7,8% è working poor. Sul fronte sanitario, oltre 560mila toscani, circa il 15% della popolazione, dichiarano di rinunciare del tutto alle cure. Di questi, circa 220mila lo fanno per motivi economici. Il rapporto collega questa dinamica sia ai costi della sanità privata e dei ticket sia alle liste d’attesa pubbliche.

La Cgil chiede politiche per sostenere i salari

L’appello della Cgil regionale è per la reindustrializzazione del territorio, ma anche per politiche di redistribuzione dei redditi più incisive. “Questa Regione – sostiene Rossi – deve cominciare a dimostrare di essere una Regione di centrosinistra, altrimenti i problemi ci saranno anche qui: noi abbiamo l’Irpef che è tra le più alte d’Italia, e l’Irpef la pagano i lavoratori e i pensionati, e un’Irap che è tra le più basse d’Italia”. Dunque, afferma, “se si vogliono aiutare i processi di industrializzazione e mantenere i salari a un livello elevato, bisogna fare dei provvedimenti che vadano in quella direzione”, in un contesto nel quale “aumenta la povertà assoluta e aumenta anche la povertà relativa“, ma “c’è chi si è arricchito in maniera spropositata, e chi è ricco continua a essere più ricco, anche in Toscana“.

Quindi, ha concluso il segretario regionale, “la Regione, con le risorse a disposizione, deve cominciare a smettere di dare soldi alle imprese ‘a babbo morto’ e iniziare a pensare a come fornire strumenti che fortifichino i salari. Noi abbiamo sempre detto: invece di dare aiuti generici, favoriscano la contrattazione di secondo livello“.


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