Gli ultimi avvenimenti, con i provvedimenti e il dibattito legato allo spegnimento e alla chiusura dei principali impianti dell’ex Ilva di Taranto – in particolare dell’altoforno, stop appena confermato dalla Corte di Cassazione -, segnano un punto di svolta fondamentale per la città e per l’intero Paese. Un ennesimo ecocidio, insieme a casi come Seveso, Chernobyl, Minamata, Stava o Bhopal. Un dilemma lavoro-salute che pare non risolversi mai.
«La vera alternativa è tra conservazione di un modello produttivo dannoso e la sua trasformazione. Continuare a cercare un compromesso tra produzione e danno sanitario significa perpetuare una contraddizione che la storia di Taranto ha già reso drammaticamente evidente», ha detto Fabrizio Bianchi, responsabile Unità di ricerca epidemiologia ambientale e registri di patologia, presso l’Istituto di fisiologia clinica del Cnr.
Unitamente ad associazioni come quella dei “Genitori tarantini”, Isde (Associazione italiana medici per l’ambiente) ha svolto un ruolo di primo piano, agendo come interlocutore scientifico e garante della salute pubblica. Abbiamo fatto qualche domanda ad Agostino Di Ciaula, presidente del comitato scientifico di Isde.

Quale è stato il ruolo di Isde nella vicenda ex Ilva in generale, dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del giugno 2024 fino al risultato di oggi?
L’impegno di Isde al fianco della comunità tarantina è decennale. L’associazione è sempre stata vicina ai cittadini, alle associazioni e alle istituzioni locali attraverso un’incessante attività di advocacy e azioni legate alla giustizia ambientale e sanitaria. Già prima degli sviluppi recenti, il contributo è stato fondamentale a livello internazionale. Nel 2016 e nel 2019 sono intervenuto personalmente presso la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, un percorso culminato con la prima storica condanna dello Stato italiano per le violazioni legate all’ex Ilva. La sentenza ha riconosciuto le responsabilità dello Stato nel danno sanitario e ambientale causato alla popolazione. Il lavoro di Isde si fonda sul rigore scientifico: traduciamo le evidenze mediche ed epidemiologiche in strumenti di conoscenza e azioni concrete per istituzioni e comunità. Purtroppo, la storia dell’ex Ilva ha trasformato Taranto in un vero e proprio “laboratorio di epidemiologia a cielo aperto”, rendendo indispensabile un’evidenza scientifica continua per tutelare la salute pubblica. La svolta della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del giugno 2024 (che ha sancito la necessità di integrare la valutazione dell’impatto sanitario nell’autorizzazione integrata ambientale e di sospendere l’attività in caso di rischi per la salute, ndr) rappresenta la conferma di battaglie che Isde porta avanti da anni, garantendo che le decisioni politiche e industriali non mettano più in secondo piano la salute della comunità tarantina.
Fermare gli impianti è un passo essenziale, ma non elimina decenni di accumulo di inquinanti nei suoli, nelle falde e nella catena alimentare. Quali sono le priorità sanitarie per quanto riguarda le bonifiche e il monitoraggio dei cittadini esposti?
Fermare la sorgente dell’inquinamento è un atto dovuto e un primo passo fondamentale, ma non cancella decenni di accumulo di sostanze tossiche. Una delle conseguenze più gravi dell’inquinamento storico è proprio la contaminazione profonda delle matrici ambientali: un’eredità pesante i cui effetti sulla salute della popolazione purtroppo rischiano di protrarsi per almeno un paio di generazioni. Per affrontare questa emergenza dal punto di vista sanitario, le priorità assolute sono due: una riconversione produttiva con bonifiche strutturali e una sorveglianza epidemiologica permanente. “Chiudere il rubinetto” dell’inquinamento non basta. È indispensabile un piano strategico di riconversione economica e industriale orientato al recupero e alla bonifica totale del territorio, per interrompere l’esposizione continua dei cittadini ai contaminanti persistenti. È poi necessario un programma di monitoraggio e sorveglianza sanitaria a lungo termine per i cittadini esposti, utile sia a diagnosticare precocemente le patologie correlate, sia a tracciare l’evoluzione dello stato di salute della comunità nel tempo.
Purtroppo, la storia dell’ex Ilva ha trasformato Taranto in un vero e proprio “laboratorio di epidemiologia a cielo aperto”, rendendo indispensabile un’evidenza scientifica continua per tutelare la salute pubblica.
Agostino Di Ciaula, presidente Comitato scientifico Ise
Spesso il dibattito si divide tra chi difende la produzione e chi chiede la tutela della salute. Esiste uno spazio per la cosiddetta “decarbonizzazione” dell’acciaio a Taranto o la priorità assoluta deve essere la riconversione totale del territorio?
Se per decarbonizzazione si intende la rinuncia totale a ogni fonte fossile – incluso il metano, suggerito come alternativa sostenibile -, allora è chiaro che non può esserci più alcuno spazio per la produzione a caldo. L’unico sbocco futuro realmente percorribile, che Isde chiede con forza da anni, è una seria e radicale riconversione ambientale e lavorativa. Per troppo tempo abbiamo assistito a una vera e propria “tirannia del diritto di produrre acciaio”, posta al di sopra di qualsiasi altro diritto fondamentale, compreso quello alla salute. Questa visione miope ha occultato ogni alternativa di sviluppo, concentrando tutte le risorse e le attenzioni sull’acciaio, dimenticando altre possibilità e precludendo ai tarantini nuove e diverse forme di economia e crescita.
La vicenda ha mostrato spesso un divario tra evidenze della ricerca scientifica e scelte della politica. Quale messaggio e quali richieste concrete rivolge oggi l’Isde a Governo e istituzioni locali per garantire una reale giustizia ambientale e sanitaria?
Il messaggio fondamentale dell’advocacy di Isde è chiaro: le evidenze scientifiche devono essere il faro guida per qualsiasi scelta di sviluppo che possa avere un impatto sulla salute delle comunità. Per troppi anni le evidenze scientifiche, pur disponibili, sono state ignorate dalle decisioni politiche. Taranto è diventata un paradigma di ciò che accade purtroppo anche in altre parti del mondo. La scienza compie progressi continui e basterebbe accoglierne i messaggi in un’ottica di prevenzione primaria. in questo modo non solo si risparmierebbero vite umane e si eviterebbero malattie croniche, ma si ridurrebbe anche il peso economico e sociale che tali patologie generano sulla spesa sanitaria pubblica.
Un breve commento alla decisione della Corte di Cassazione…
Quello della Corte di Cassazione è stato un atto dovuto. Ancora una volta, la magistratura è dovuta intervenire per colmare le gravi carenze dello Stato, ponendo un argine fermo all’irragionevolezza della politica. Fortunatamente, pronunce di questo calibro permettono di chiudere una parentesi che ha rappresentato a lungo un paradigma negativo a livello mondiale, riaffermando la tutela dei diritti e della legalità sopra ogni altra logica.
Immagine in evidenza Yasin Hemmati, Unsplash


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