TARANTO – La crisi di Kyma Ambiente non è più soltanto una questione di debiti, cassonetti, impianti che non funzionano e servizi da riorganizzare. È diventata una questione di responsabilità amministrative, attendibilità dei conti e scelte gestionali. E soprattutto una domanda alla quale, dopo anni di difficoltà, nessuno può più sottrarsi: chi ha portato la società pubblica dell’igiene urbana di Taranto in queste condizioni e chi, oggi, è realmente in grado di salvarla?
Dopo l'”operazione verità” presentata dall’amministratore unico Gaetano Nacci il 2 novembre e lo scontro sulla gestione del centro Pasquinelli con Daniele Ambiente, arrivano le relazioni degli organi di controllo, in possesso del Taranto Today, a rendere il quadro ancora più complicato. Il Collegio sindacale, nella relazione del 5 novembre, ha espresso parere contrario all’approvazione del bilancio 2025 predisposto dall’attuale amministratore, proponendo al Comune di Taranto, socio unico, di non approvarlo e di chiedere una nuova formulazione.
Non è una bocciatura politica e neppure una dichiarazione di fallimento della società. È qualcosa di diverso, ma altrettanto rilevante: secondo i sindaci, il documento contabile presentato non consente al Comune di conoscere con ragionevole attendibilità il risultato economico e la reale situazione patrimoniale e finanziaria dell’azienda.
I numeri di una crisi strutturale
La fotografia contenuta nel progetto di bilancio al 31 dicembre 2025 è pesante. Kyma Ambiente registra una perdita di esercizio di 11,985 milioni di euro e un patrimonio netto negativo per 35,217 milioni. I debiti complessivi iscritti in bilancio ammontano a circa 43,344 milioni di euro, dei quali quasi 30 milioni con scadenza entro dodici mesi. Particolarmente rilevante l’esposizione tributaria, pari a circa 26,9 milioni.
La liquidità disponibile è invece di appena 357 mila euro. Sono cifre che descrivono una società con una grave difficoltà finanziaria, incapace di sostenere con le proprie risorse gli impegni a breve termine. Il Collegio sindacale quantifica il capitale circolante netto negativo in 29,74 milioni e il margine di tesoreria negativo in 30,60 milioni. Indicatori che peggiorano rispetto all’esercizio precedente e che confermano la profondità dello squilibrio.
Nacci, durante la conferenza stampa, ha parlato di una debitoria superiore a 45 milioni, sostenendo di aver trovato una situazione già compromessa e di aver semplicemente portato alla luce numeri che le precedenti amministrazioni non avrebbero affrontato adeguatamente.
La sua ricostruzione ha un elemento oggettivo: il bilancio riguarda il 2025, anno nel quale non era alla guida della società. Ma questo non esaurisce la questione delle responsabilità. L’attuale amministratore ha comunque predisposto e sottoposto al socio unico il progetto di bilancio, assumendosi la responsabilità delle valutazioni e delle scelte contabili contenute nel documento.
Il termovalorizzatore di Statte e i quasi 49 milioni di rettifica
È sulla valutazione degli impianti di Statte che si concentra una delle contestazioni più importanti. Nel progetto di bilancio è stata registrata una svalutazione del compendio impiantistico di 50,55 milioni di euro. Considerando anche lo storno di circa 1,995 milioni di contributi in conto impianti, l’effetto netto è una rettifica di circa 48,56 milioni, imputata al patrimonio netto iniziale del 2025 come correzione di un errore rilevante dei precedenti esercizi.
La scelta dell’amministratore si basa su una perizia che individua tre possibili scenari di valorizzazione: circa 2,29 milioni nello scenario più prudente, 23,04 milioni nella proposta Itelyum e 40,62 milioni nella proposta autonoma di Kyma.
Nacci ha scelto il valore più basso, sostenendo la necessità di rappresentare il patrimonio aziendale secondo criteri prudenti e realistici, evitando di attribuire agli impianti valori che non corrisponderebbero alla loro effettiva capacità di produrre reddito.
Il Collegio sindacale, però, contesta il metodo seguito. La prudenza, da sola, non basta a giustificare la scelta dello scenario economicamente più penalizzante. Occorre dimostrare perché quella ipotesi sia la più probabile e motivare adeguatamente la valutazione.
C’è soprattutto una questione temporale. Per il Collegio non è dimostrato che l’intera perdita di valore fosse già presente quando venne redatto il bilancio 2024. Le successive modifiche delle prospettive operative e i ritardi nel riavvio degli impianti potrebbero infatti rappresentare cambiamenti di stima da contabilizzare nell’esercizio di riferimento, anziché errori dei bilanci precedenti.
La distinzione non è tecnica soltanto. A seconda della corretta imputazione della svalutazione, la perdita dell’esercizio 2025 potrebbe passare dagli 11,985 milioni esposti a circa 60,5 milioni. Il patrimonio netto finale negativo, invece, non cambia per effetto della diversa imputazione temporale.
Il Collegio non stabilisce quale sia il valore corretto degli impianti, competenza dell’amministratore, ma contesta l’insufficienza delle motivazioni utilizzate per arrivare alla cifra iscritta in bilancio.
La revisione contabile non esprime un giudizio
Alle osservazioni del Collegio si aggiunge la relazione di Ria Grant Thornton, la società incaricata della revisione legale. Anche in questo caso il risultato è particolarmente significativo: il revisore dichiara l’impossibilità di esprimere un giudizio sul bilancio.
Le criticità riguardano la valutazione degli impianti di Statte, la svalutazione del magazzino ricambi per 863 mila euro e le incertezze sulla continuità aziendale.
Per quanto riguarda le rimanenze, la società ha applicato una svalutazione del 50%, ma la ricognizione analitica del magazzino non risulta completata. Non è stato quindi possibile verificare se la percentuale utilizzata corrisponda effettivamente allo stato di obsolescenza e alle possibilità di riutilizzo o vendita dei materiali.
Sulla continuità aziendale, il revisore evidenzia che il risanamento dipende da una serie di condizioni ancora incerte: ricapitalizzazione da parte del Comune, piano di ristrutturazione, sostenibilità dei debiti e definizione di un nuovo contratto di servizio.
Gli advisor e gli incarichi sotto osservazione
Un altro fronte riguarda gli incarichi professionali affidati durante la gestione Nacci per affrontare la crisi e predisporre il percorso di risanamento.
Già il 30 ottobre il Collegio sindacale aveva chiesto all’amministratore unico chiarimenti e documentazione su diversi affidamenti, mettendo in copia il sindaco Piero Bitetti, l’assessore alle Partecipate e il dirigente comunale competente.
Particolare attenzione è stata riservata agli incarichi conferiti ai commercialisti Pietro Gonnella e Sebastiano Panebianco. Secondo il Collegio, le due lettere presentano oggetto, fasi operative, compensi e riferimenti temporali coincidenti, senza specificare adeguatamente le attività attribuite a ciascun professionista. Il valore complessivo delle due consulenze, comprensivo della seconda fase, ammonta a 220 mila euro di onorari.
I sindaci hanno chiesto di chiarire le ragioni della duplicazione degli incarichi e di trasmettere gli atti necessari a verificare la distinzione dei compiti e la procedura di affidamento utilizzata.
Ulteriori dubbi riguardano le clausole che subordinano la seconda fase degli incarichi alla permanenza dell’attuale legale rappresentante nella funzione, anche nell’eventualità di una prosecuzione del rapporto in discontinuità rispetto all’incarico di amministratore unico.
Il Collegio ha chiesto anche chiarimenti sulla short list dei professionisti, sui curricula, sui conflitti di interesse, sulla congruità dei compensi e sulla copertura finanziaria degli impegni. Per i tre incarichi di advisor, la prima fase e gli acconti della seconda comporterebbero complessivamente 120 mila euro di onorari, oltre agli accessori.
I sindaci, in soldoni, hanno chiesto documenti per poter svolgere le verifiche e invitato Nacci a valutare la sospensione di ulteriori impegni relativi alla seconda fase fino al chiarimento delle questioni sollevate. È un passaggio importante perché riguarda l’utilizzo delle risorse di una società che, secondo gli stessi organi di controllo, si trova in una condizione di grave illiquidità.
Pasquinelli, la partita con Daniele Ambiente non è chiusa
Sul centro Pasquinelli si confrontano due ricostruzioni differenti. Nacci ha denunciato uno squilibrio economico nel rapporto con Daniele Ambiente, sostenendo che il contratto avrebbe prodotto perdite per Kyma e che il gestore non avrebbe corrisposto i canoni di concessione per due anni. L’amministratore ha parlato di circa 500 mila euro da recuperare, annunciando una diffida e segnalando anche criticità relative ai quantitativi di rifiuti depositati nell’impianto.
Una ricostruzione contestata dall’ex presidente Alfredo Spalluto, che ha sostenuto di aver già avviato, durante la propria gestione, le procedure per il recupero dei canoni, con l’invio delle relative fatture a Daniele Ambiente nel gennaio 2026 e il successivo coinvolgimento di un legale.
La controversia richiede un approfondimento documentale. Occorre verificare il contratto, le fatture, i pagamenti, le eventuali compensazioni tra canoni di concessione e corrispettivi per il conferimento dei rifiuti, oltre alle contestazioni formalmente avanzate dalle parti.
Il fatto che la Regione Puglia abbia autorizzato nel 2024 la voltura dell’autorizzazione ambientale a favore di Daniele Ambiente conferma l’esistenza del rapporto concessorio, ma non dimostra da solo l’inadempimento economico del gestore.
Anche in questo caso, dunque, non basta una dichiarazione pubblica per attribuire responsabilità. Servono gli atti.
Il Comune non può chiamarsi fuori
La crisi di Kyma Ambiente non riguarda soltanto chi ha amministrato la società e chi la amministra oggi. Chiama direttamente in causa il Comune di Taranto, proprietario dell’intero capitale sociale e responsabile delle decisioni strategiche sull’affidamento del servizio.
Il Collegio sindacale evidenzia che la continuità aziendale dipende da condizioni che ancora non si sono concretizzate: un piano industriale e finanziario credibile, la ristrutturazione dell’esposizione debitoria, le risorse eventualmente disponibili da parte del socio e un nuovo contratto di servizio.
Quello attuale è prorogato fino al 31 dicembre 2026. E il suo rinnovo non può essere considerato un semplice adempimento amministrativo: rappresenta una condizione fondamentale per garantire ricavi e prospettive operative alla società.
C’è inoltre una distinzione che il Collegio ritiene necessario chiarire: la continuità del servizio pubblico di igiene urbana non coincide con la continuità di Kyma Ambiente. La raccolta dei rifiuti può proseguire anche attraverso un altro gestore, senza che questo comporti necessariamente la sopravvivenza della società attuale.
Il Comune deve quindi decidere se esistano le condizioni per mantenere Kyma in attività e con quale modello industriale, nel rispetto dei vincoli previsti per le società pubbliche. Un eventuale intervento finanziario non può ridursi a un ripianamento delle perdite: deve essere sostenuto da un piano che dimostri concrete possibilità di recuperare l’equilibrio economico.
Il Collegio ricorda anche che il patrimonio netto negativo determina la perdita integrale del capitale sociale e impone decisioni che non possono essere rinviate semplicemente aspettando la nuova versione del bilancio.
Una crisi ereditata, ma le responsabilità non finiscono nel passato
C’è un elemento che emerge con chiarezza dalla documentazione: la crisi di Kyma Ambiente precede l’arrivo di Nacci. Il Collegio aveva già segnalato il 19 gennaio 2026 l’inadeguatezza degli assetti organizzativi, amministrativi e contabili e la necessità di intervenire.
Ma la relazione più recente mette sotto osservazione anche le decisioni dell’attuale amministratore. In particolare, i sindaci contestano la rappresentazione dell’adeguatezza organizzativa contenuta nel progetto di bilancio, ricordando che la società è stata collocata nella classe F, la peggiore nella valutazione del rischio, in peggioramento rispetto alla precedente classe C.
Il Collegio richiama inoltre la revoca, il 3 settembre, dell’incarico precedentemente affidato all’avvocato Angelo Buonfrate per implementare gli assetti organizzativi, senza che, secondo i sindaci, siano state adottate misure sostitutive adeguate.
Questo non cancella le responsabilità delle precedenti gestioni, ma impedisce anche di considerare l’attuale amministrazione estranea alle criticità che oggi vengono contestate.
Nacci ha il diritto di denunciare ciò che ritiene di aver trovato e di chiedere che vengano accertate eventuali responsabilità pregresse. Ma ha anche il dovere di rispondere delle proprie scelte, degli incarichi conferiti, delle valutazioni contabili e delle iniziative effettivamente adottate da quando è alla guida della società.
Il futuro della partecipata e quello dei lavoratori
Sul tavolo resta anche la procedura di regolazione della crisi. L’amministratore aveva annunciato la volontà di depositare, entro il 20 novembre, una domanda con riserva, lasciando aperta la scelta tra concordato preventivo, accordi di ristrutturazione e piano di ristrutturazione soggetto a omologazione.
Non è ancora una soluzione definitiva, ma un percorso che dovrà essere accompagnato da un piano credibile e da decisioni del socio unico.
Nel frattempo, la crisi investe centinaia di lavoratori, compresi i 145 somministrati a tempo indeterminato indicati dalle organizzazioni sindacali come una delle componenti più esposte alle misure di contenimento dei costi. E riguarda un servizio essenziale per tutta la città, che non può essere lasciato in balia dell’incertezza amministrativa e finanziaria.
La domanda finale, dunque, non è soltanto se Kyma Ambiente riuscirà a evitare la liquidazione. È se esista un progetto industriale capace di restituire efficienza alla raccolta, valorizzare gli impianti, rendere sostenibili i costi e tutelare l’occupazione.
L’operazione verità annunciata da Nacci ha portato all’attenzione pubblica una situazione che non poteva più essere nascosta. Ma la verità sui conti non può fermarsi alle responsabilità degli altri. Deve passare anche dalle scelte dell’attuale amministratore e dalle decisioni del Comune.
Perché se il bilancio deve essere riscritto, se il revisore non riesce a esprimere un giudizio e se il Collegio sindacale chiede chiarimenti sugli incarichi e sulla gestione, la trasparenza non può essere soltanto uno slogan. Deve diventare un metodo di governo.
E a Taranto, dopo anni di promesse e di emergenze, i cittadini e soprattutto i lavoratori hanno diritto di sapere non soltanto quanto è grande il buco di Kyma Ambiente, ma chi intende assumersi fino in fondo la responsabilità di affrontarlo.
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