Israele, la campagna di propaganda negli Usa è un flop


La più costosa operazione di propaganda digitale mai tentata da Israele negli Stati Uniti, finanziata con circa 100 milioni di dollari da parte di Tel Aviv, sta producendo un risultato imbarazzante in termini di visibilità ed efficacia. A rivelarlo è un’approfondita inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz, che ha passato al setaccio la rete di siti web e account social gestita dalla Clock Tower X, la società dell’ex guru digitale di Donald Trump, Brad Parscale.

L’indagine arriva a pochi giorni dalle dure dichiarazioni del vicepresidente americano JD Vance, che aveva attaccato le critiche all’accordo di cessate il fuoco con l’Iran definendole parte di “una campagna di influenza straniera finanziata” e aggiungendo, rivolto ai promotori, che potevano “andare all’inferno”. Secondo il documento depositato da Parscale presso il Dipartimento di Giustizia americano ai sensi del Foreign Agents Registration Act (Fara), la campagna è stata commissionata allo studio dell’ex stratega di Trump attraverso il gigante pubblicitario Havas e i pagamenti mensili sono triplicati nel corso dell’anno, raggiungendo i 4,5 milioni di dollari al mese. Tra settembre 2025 e marzo 2026, Israele avrebbe già trasferito a Clock Tower X circa 15 milioni di dollari, con un impegno complessivo che sfiora i 40 milioni.

La campagna gestita da Parscale, ex guru di Trump

Come vi abbiamo già raccontato su InsideOver, nel settembre 2025, l’agenzia pubblicitaria globale Havas, per conto del Ministero degli Esteri israeliano, ha affidato alla società di Parscale, Clock Tower X, la gestione di una campagna di comunicazione mirata al pubblico statunitense. Il contratto, inizialmente depositato con un valore di 1,5 milioni di dollari al mese ai sensi del FARA, ha subito un rapido incremento, salendo a 6 milioni e poi a 9 milioni entro dicembre 2025, per arrivare a una cifra complessiva stimata tra i 45 e i 50 milioni di dollari, includendo i subappaltatori – un esborso ben superiore a quello solitamente corrisposto dai governi di Arabia Saudita, India o Qatar per analoghe consulenze.

Questo accordo, tuttavia, rappresentava solo una parte di una ben più ampio programma dell’”ottavo fronte” di Israele, ovvero la “macchina della propaganda” che ha come obiettivo quello di plasmare l’opinione pubblica americana: il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar aveva già ottenuto un incremento notevole del budget per la “hasbara” nel 2025, pari a 150 milioni di dollari in aggiunta alla dotazione ordinaria, e prefigurava per il 2026 un bilancio di oltre 700 milioni di dollari. Pur inserita in questo quadro, l’operazione affidata a Parscale si distingueva per la sua natura politicamente più delicata, in quanto mirata specificamente all’opinione pubblica statunitense, e non a un’audience internazionale più ampia, come nota The Times of Israel.

L’operazione di Israele negli Usa è un flop

L’operazione, nata ufficialmente per «combattere l’antisemitismo» e riconquistare il consenso dell’opinione pubblica americana, si è progressivamente trasformata in un’aggressiva campagna geopolitica a sostegno della guerra contro l’Iran e delle posizioni del governo Netanyahu. I contenuti, distribuiti attraverso una galassia di siti web all’apparenza indipendenti (con nomi come Allyvia, Justorium, FactSignal, Cognitura e Compassion Pulse), sono ottimizzati per comparire nei risultati dei chatbot di intelligenza artificiale come ChatGPT e Claude, ma in calce rivelano in piccolo di essere finanziati dallo Stato di Israele.

Il dato più eclatante emerso dall’inchiesta è però la portata microscopica della loro audience. Haaretz ha identificato 42 account sui principali social network (X, Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e Rumble) che, complessivamente, vantano appena 885 follower. Di questi, 854 appartengono a un unico canale YouTube. Gli altri 41 account condividono fra loro solo 31 follower, e diversi profili su X, nonostante i post quotidiani, non hanno alcun seguito. Ogni profilo è stato creato a maggio 2026, con biografie identiche e post pubblicati in sincrono, seguendo tutti gli stessi account governativi israeliani e americani.

L’analisi di Haaretz ha rilevato che praticamente ogni interazione con i post o i siti della rete proviene da critici, ricercatori o giornalisti che documentano l’operazione, non da sostenitori che la amplificano. Una piccola parte di video su YouTube ha raggiunto tra le 5.000 e le 13.000 visualizzazioni, ma la stragrande maggioranza dei contenuti non supera le 200. Non risultano acquisti di spazi pubblicitari registrati nelle biblioteche di trasparenza di Google o Meta, il che rende inspiegabile – dai documenti pubblici – il successo relativo di quei pochi video.

Consensi a picco

Nonostante l’investimento senza precedenti, i sondaggi mostrano un crollo verticale del sostegno verso Israele negli Stati Uniti. Un sondaggio Pew Research Center di marzo 2026 rileva che il 60% degli adulti americani ha un’opinione sfavorevole di Israele, rispetto al 53% del 2025 e al 42% del 2022. Per la prima volta dal 2001, secondo Gallup, gli americani simpatizzano più per i palestinesi (41%) che per gli israeliani (36%).

Nonostante ciò, il Congresso Usa ha appena approvato (alla Camera), il National Defense Authorization Act contenente la discussa Sezione 2019, misura che prevede l’integrazione operativa tra le forze armate statunitensi e quelle israeliane, con un focus particolare sulle armi cyber e sulle tecnologie critiche. Come ha scritto il giornalista Glenn Greenwald, poco importa quello che pensa il pubblico americano: l’Aipac ha vinto ancora una volta. Ma sarà sempre così?

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Roberto Vivaldelli

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