Il problema non è il video ma chi decide di condividerlo


Ci sono storie che non possono essere raccontate come una semplice successione di eventi. Non perché siano indicibili, ma perché il rischio è quello di ridurle a una cronaca, quando in realtà parlano di qualcosa di molto più profondo. Parlano del modo in cui una società sceglie chi proteggere e chi, invece, lascia solo. Di quali corpi considera degni di rispetto e quali ritiene sacrificabili. Di come la violenza non inizi quasi mai con il gesto più eclatante, ma molto prima: con una battuta liquidata come ironia, con un silenzio istituzionale, con una responsabilità che cambia continuamente direzione fino a ricadere, inevitabilmente, sulla persona che quella violenza l’ha subita. Quando affrontiamo il tema della diffusione non consensuale di materiale intimo, continuiamo spesso a porci la domanda sbagliata. Ci chiediamo perché qualcuno abbia deciso di registrare un video, di scattare una fotografia, di fidarsi della persona che aveva accanto. Molto più raramente ci domandiamo perché qualcun altro abbia scelto di condividere quel materiale, di trasformarlo in uno strumento di umiliazione, di esercitare potere sul corpo e sulla vita di un’altra persona. Ancora più raramente ci chiediamo perché intere comunità, istituzioni comprese, abbiano imparato a convivere con quella violenza fino a considerarla normale. Il transfemminismo ci invita proprio a cambiare prospettiva. Ci ricorda che la violenza di genere non è mai soltanto un fatto individuale, né il risultato di poche ‘mele marce’. È una struttura. Si alimenta di gerarchie, di stereotipi, di modelli culturali che attraversano la scuola, la famiglia, i media, la politica, le piattaforme digitali e perfino il linguaggio con cui raccontiamo queste vicende. Per questo non basta indignarsi davanti ai casi che conquistano le prime pagine. Occorre interrogarsi sul terreno che li rende possibili, sul sistema che continua a produrli e, troppo spesso, a legittimarli. È anche per questo che questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie a Dalia Aly non parla soltanto di revenge porn. Parla di scuola, di potere, di consenso, di giustizia, di salute mentale, di cultura digitale e di responsabilità collettiva. Parla del prezzo che si paga quando si decide di rompere il silenzio e della fatica di attraversare istituzioni che dovrebbero offrire tutela e che, invece, possono trasformarsi in un’ulteriore fonte di sofferenza. Ma parla anche della possibilità di trasformare una ferita in uno spazio di elaborazione politica, senza che questo significhi romanticizzare il dolore o pretendere che chi subisce violenza abbia il dovere di trasformarla in attivismo. Dalia Aly racconta la propria esperienza con una lucidità che colpisce. Non cerca compassione e non costruisce un racconto eroico di sé. Mette in fila i fatti, li colloca dentro un quadro più ampio e mostra come ogni episodio, anche il più apparentemente isolato, sia collegato a un sistema di relazioni, di linguaggi e di poteri. È una testimonianza che rifiuta la semplificazione, perché sa che le semplificazioni sono spesso il primo passo verso nuove forme di violenza. Ascoltare Dalia Aly significa anche fare i conti con una domanda scomoda: perché continuiamo a chiedere alle vittime di spiegare, giustificare, dimostrare, mentre così raramente pretendiamo che sia chi esercita violenza, o il contesto che la rende possibile, a rendere conto delle proprie responsabilità? Forse è proprio da qui che bisogna ripartire. Dallo spostare lo sguardo. Dal rifiutare una narrazione che continua a misurare la rispettabilità di una vittima anziché la gravità di un abuso. Dal riconoscere che il consenso non è un dettaglio, ma il fondamento di qualsiasi relazione libera. E dal comprendere che il contrario della violenza non è soltanto la punizione, ma una cultura capace di mettere al centro l’autodeterminazione, l’ascolto e la dignità delle persone. Quella che segue non è soltanto la storia di Dalia Aly. È uno specchio nel quale il nostro tempo è chiamato a riflettersi. E, forse, anche a interrogarsi.


Lei è attrice e si occupa anche di divulgazione su temi come femminismo, transfemminismo e veganismo. Se dovesse descriversi con una sola parola, quale sceglierebbe?


“Direi ‘artivista’. È un termine che mi piace perché credo che il mio lavoro artistico e quello di divulgazione abbiano moltissimo in comune. A mio avviso, il modo di essere artisti non può prescindere dall’esperienza umana e, per comprenderla davvero, un’artista deve essere aperta a trecentosessanta gradi rispetto a ciò che accade nel mondo. Per questo ritengo che, nel momento in cui una persona prende coscienza di essere artista, o decide di intraprendere quel percorso, debba inevitabilmente sviluppare uno sguardo intersezionale. Significa imparare a comprendere le difficoltà vissute da determinate comunità e cogliere il legame che unisce razzismo, sessismo, xenofobia e omolesbobitransfobia. Sono fenomeni molto più intrecciati di quanto spesso si voglia ammettere, soprattutto in un contesto politico che tende a promuovere un’idea di arte fortemente individualista e capitalista, incentrata sul singolo anziché sulla collettività. Per me queste due dimensioni non possono essere separate: devono necessariamente procedere insieme”.

‘Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante’. Qual è stato il caos da cui hanno avuto origine, prima il suo percorso artistico e poi quello di attivista?

“Mi sono avvicinata alla recitazione soprattutto come via di fuga dalla realtà che stavo vivendo. All’inizio aveva una funzione profondamente catartica, ma anche psicologica: era una necessità personale, quasi egoistica, un modo per prendermi cura di me stessa e riuscire a sopravvivere. In seguito, però, ho scoperto che la comunicazione veicolata da un gesto artistico può essere molto più potente di qualsiasi megafono e che arte e azione politica possono condividere gli stessi obiettivi. Così, quello che era nato come un bisogno individuale si è trasformato progressivamente in un impegno politico, collettivo e sociale. Successivamente ho trovato nella divulgazione sui social un ulteriore strumento: un modo concreto per aiutare persone che probabilmente stavano vivendo esperienze simili a quelle che avevo attraversato. A un certo punto, anche grazie allo studio del teatro sociale e civile, in particolare delle opere di Dario Fo e Franca Rame, questa consapevolezza si è rafforzata ulteriormente. Ho compreso quale potesse essere la forza politica del teatro. Per questo faccio fatica a stabilire quale dei due percorsi sia nato per primo: quello artistico e quello di attivista, almeno per come li vivo, sono cresciuti insieme”.

Racconta di essersi avvicinata alla recitazione per sfuggire alla realtà che la circondava. Com’era quella realtà?


“Dai quattordici anni in poi ho frequentato un liceo molto rinomato della mia città, Cosenza. Veniva presentato come una sorta di polo d’eccellenza, quasi una panacea per tutti i mali della Calabria, una punta di diamante del territorio. Era una narrazione fortemente sostenuta dalla dirigente scolastica dell’epoca. Mi sono ritrovata così in un ambiente estremamente competitivo, nel quale bisognava ottenere risultati sempre migliori per mantenere la scuola ai vertici delle classifiche regionali e nazionali. La pressione era continua: occorreva fare sempre di più, dare sempre di più e dimostrare costantemente di essere all’altezza. Nella mia classe, inoltre, c’erano pochissime ragazze e moltissimi ragazzi. Dal secondo anno in poi, anche per la presenza di un professore molto particolare, la situazione degenerò. All’inizio faceva quelle che venivano liquidate come semplici ‘battute’, ma che in realtà erano molestie vere e proprie. Con il tempo si arrivò perfino a contatti fisici del tutto incompatibili con qualsiasi principio etico, professionale e morale. Quel clima finì per normalizzare determinati comportamenti anche tra gli studenti. I nostri compagni iniziarono a considerarli accettabili e si verificarono continui episodi di bullismo, flashing e cyberflashing ai danni delle ragazze. C’erano ragazzi che si abbassavano i pantaloni o appoggiavano i genitali sul nostro corpo. In seguito si arrivò anche alla diffusione non consensuale di materiale intimo. Sono convinta che quella diffusione abbia assunto dimensioni così capillari anche a causa del contesto scolastico in cui mi trovavo. Non si trattò di un episodio isolato, ma di un fatto inserito in un ambiente nel quale certi comportamenti erano ormai stati normalizzati. La condivisione del video, inoltre, ebbe anche una funzione punitiva. Avvenne con particolare intensità quando mi candidai come rappresentante d’istituto. Se vogliamo leggerla in termini sociali, stavo cercando di occupare uno spazio di rappresentanza, un luogo dal quale poter parlare ed esprimere le mie idee. Il ragazzo candidato contro di me, piuttosto conosciuto all’interno della scuola, decise di utilizzare quel video per screditarmi, denigrarmi e compromettere la mia reputazione. Ricordo perfettamente che, mentre andavamo a scuola in pullman, mostrava quel video agli altri studenti dicendo: «Volete davvero questa come rappresentante d’istituto?». Quello era il contesto dal quale desideravo fuggire e la recitazione è diventata la mia via di fuga”.

Come ci si sente a essere traditi proprio da un ambiente che, almeno in teoria, dovrebbe tutelare e proteggere gli studenti?

“Quando vivi una situazione del genere durante l’adolescenza, nel pieno della costruzione della tua identità, quella realtà finisce per sembrarti normale. Non hai altri modelli con cui confrontarla. È un po’ come chiedere a un bambino cresciuto in un contesto di estrema povertà, oppure in una famiglia violenta o disfunzionale, come percepisca la propria vita: quella è la prima realtà che conosce, il primo modello che gli viene offerto. Per me era lo stesso. Non riuscivo nemmeno a immaginare una scuola nella quale studenti e studentesse potessero vivere serenamente. Ogni mattina ci andavo con un carico di ansia enorme. Quando, durante il quinto anno, iniziò la diffusione non consensuale del video, la situazione peggiorò ulteriormente. Comparvero attacchi di panico, crisi d’ansia, numerosissimi pensieri suicidari e un rapporto profondamente compromesso con il sonno, con i ritmi della vita quotidiana, con il cibo, con il mio corpo e con la sessualità in generale”.

In quel periodo avete mai pensato di denunciare quanto stava accadendo o di rivolgervi alla scuola?

“La reazione della dirigente scolastica fu, sinceramente, terrificante. La diffusione non consensuale del video iniziò il 25 novembre 2018, una data che considero quasi ironica per il significato che porta con sé. Due giorni dopo, il 27 novembre, ne parlai con i miei genitori. Cercai di spiegare loro che avevo la netta sensazione che quella condivisione sarebbe diventata estremamente capillare. All’epoca ero una ragazza piuttosto esposta sui social. Pubblicavo molto su Instagram: fotografie, selfie, contenuti che mi piacevano. Per una diciassettenne avevo anche un discreto seguito, circa milleduecento follower, e questo mi faceva sentire importante. Proprio perché i miei contenuti raggiungevano anche persone che non conoscevo, ricevevo spesso commenti e critiche da sconosciuti, talvolta attraverso profili falsi. Per questo avevo intuito che quella diffusione sarebbe rapidamente sfuggita a qualsiasi controllo. Il primo episodio di condivisione del video, in realtà, era rimasto circoscritto. Era stato il mio ex, che aveva registrato quel contenuto, a mostrarlo ai suoi amici della squadra di rugby. Quella prima diffusione non aveva mai superato quel gruppo ristretto. La situazione cambiò completamente quando il video finì nelle mani del ragazzo che si era candidato come rappresentante d’istituto contro di me. In quel momento capii che le dinamiche sarebbero state molto diverse. Ero diventata una ragazza più conosciuta all’interno della scuola e avevo la percezione che quel materiale avrebbe raggiunto un numero di persone enormemente superiore. Per questo ne parlai immediatamente con i miei genitori. All’inizio non credo che avessero compreso fino in fondo quanto stava accadendo. Solo qualche giorno dopo realizzarono davvero che la persona offesa ero io e che avevo bisogno del loro sostegno. Mia madre mi accompagnò al centro antiviolenza della mia città, a Cosenza. Lì fummo affiancate da una psicologa e da un’avvocata. Fu proprio l’avvocata a spiegarci che non era possibile procedere sulla base di una normativa specifica, semplicemente perché quella legge ancora non esisteva. La legge sul cosiddetto revenge porn sarebbe entrata in vigore soltanto l’anno successivo. Di conseguenza, l’unica strada percorribile fu la denuncia per diffusione non consensuale di materiale pedopornografico. Al momento della registrazione del video, infatti, avevo quindici anni e non avevo ancora raggiunto l’età del consenso, mentre lui ne aveva diciotto. Da lì iniziò il procedimento giudiziario. Ci fu una prima denuncia, poi una seconda integrazione nel marzo del 2019 e una terza nel giugno dello stesso anno. La seconda integrazione fu necessaria perché scoprii, sempre attraverso quei compagni che continuavano a praticare cyberflashing, flashing e a condividere il video, che quel materiale era finito all’interno di un canale Telegram con circa settantasettemila iscritti. Andai immediatamente a denunciare anche questo episodio, ma la risposta che ricevetti fu che non si poteva fare nulla perché i server di Telegram si trovavano all’estero. Oggi, dopo anni di attivismo e dopo aver approfondito questi fenomeni sia dal punto di vista strutturale sia da quello tecnico-informatico, credo di comprenderne meglio le ragioni. Esiste un vero e proprio modello di funzionamento dietro la scelta di mantenere quei server all’estero. L’idea alla base della piattaforma è impedire che qualcuno possa ostacolare la circolazione delle informazioni, indipendentemente dal fatto che si tratti di contenuti legati all’attivismo politico, per esempio contro Putin, oppure della diffusione non consensuale di materiale intimo. È un sistema che, di fatto, genera profitti enormi. Nel giugno del 2019 presentammo una terza denuncia, perché nonostante tutto la polizia non era riuscita a fermare quella diffusione. Il video continuava a circolare sui telefoni dei miei compagni di scuola, dei miei coetanei e delle persone che avevo intorno. Nel frattempo continuavo a ricevere quotidianamente minacce di morte, minacce di stupro e moltissime altre forme di molestia attraverso Instagram, nella maggior parte dei casi da account falsi”.


La storia di Tiziana Cantone ci ha insegnato che, molto spesso, quando una persona è vittima di revenge porn o, più in generale, della diffusione illecita di materiale intimo, finisce quasi per essere trattata come la responsabile di ciò che ha subito. Che cosa è accaduto a lei?

“È successo esattamente questo. Sono stata completamente colpevolizzata per tutto quello che stavo vivendo. I messaggi che ricevevo erano sempre gli stessi: «Sei una *****, te lo sei meritato. La prossima volta ci penserai». Quando ho iniziato a raccontare la mia storia ero convinta che questo atteggiamento appartenesse soprattutto all’età adolescenziale. Pensavo fosse legato a un contesto scolastico, nel quale una compagna viene esposta senza il proprio consenso e gli altri ragazzi reagiscono in quel modo. Mi dicevo che, una volta iniziato a parlarne pubblicamente, le persone avrebbero smesso di vedermi come una colpevole e avrebbero cominciato a considerarmi una sopravvissuta. Pensavo che la narrazione sarebbe cambiata. Invece mi sbagliavo completamente. Ogni volta che raccontavo la mia storia, sia la prima volta sui social sia in occasioni particolarmente esposte, come un’intervista televisiva in diretta, un podcast o altri interventi pubblici, registravo un aumento esponenziale degli insulti. Continuavo a leggere commenti come: «Te la sei meritata». Oppure: «Sei stata ingenua, lo sai come sono fatti gli uomini». O ancora: «Secondo te, perché un uomo avrebbe dovuto registrarti se non per fare questo?». Sono tutti commenti che, in un modo o nell’altro, riportano la responsabilità sulle spalle della vittima. Di conseguenza continuano ad alimentare un’idea antichissima, secondo la quale l’uomo non avrebbe responsabilità, quasi fosse un animale inevitabilmente dominato dall’istinto sessuale. In questo modo si finisce per rimuovere il vero nodo della questione, che è il potere. Lo stupro, le molestie, la diffusione non consensuale di materiale intimo e perfino il femminicidio non nascono perché un uomo è semplicemente eccitato o incapace di controllare la propria sessualità. L’intera catena della violenza di genere affonda le sue radici in rapporti di potere. Questo è il punto fondamentale”.

Dal punto di vista psicologico, come è riuscita a proteggersi?

“Continuando ad andare in terapia, studiando e portando avanti la mia attività di divulgazione. Personalmente non credo di aver trovato un’altra strategia davvero efficace. C’è chi mi dice: «Prenda un po’ di distanza da internet, si allontani dai social». Ma nel mio caso non funziona.  Anche se trascorro un’intera giornata lontana da Instagram, finisco comunque per ripensare ai commenti ricevuti in passato. Naturalmente credo che dipenda molto dalla persona. Per qualcuno può essere utile; per me non lo è stato”.

Dal punto di vista giuridico, invece, come si è conclusa questa vicenda?

“In realtà non si è conclusa affatto. Pensavo di essere finalmente arrivata alla mia prima udienza, quella nella quale sarei stata ascoltata. Invece, una volta arrivata in tribunale, ho scoperto che ci sarebbe stato un ulteriore rinvio. La mia avvocata li ha contati: fino a oggi ci sono stati nove rinvii, a otto anni dalla denuncia. Quindi non soltanto ho vissuto un primo enorme limbo, quello della diffusione non consensuale, durante il quale sapevo che praticamente tutte le persone che conoscevo avevano ricevuto il mio video, lo avevano visto o addirittura condiviso. Adesso vivo un secondo limbo: quello dell’attesa della giustizia”.


È come sentirsi violati una seconda volta?

“Per me sì. E, in questo caso, da parte delle stesse istituzioni che dovrebbero essere le prime a tutelarti. Per questo, quando vado nelle scuole, nei centri culturali o negli altri spazi in cui vengo invitata a fare divulgazione, mi capita spesso che un genitore o un insegnante mi chieda: «Quindi il messaggio da dare alle ragazze è che bisogna denunciare, giusto?». E ogni volta mi trovo in difficoltà. Non perché abbia vissuto personalmente un’esperienza negativa e voglia scoraggiare le persone dal denunciare. La mia risposta nasce da un’altra riflessione. So che non tutte le ragazze godono degli stessi privilegi. Non tutte hanno le stesse possibilità economiche, familiari o geografiche per affrontare un percorso di denuncia. Inoltre, la denuncia per diffusione non consensuale di materiale intimo, prevista dall’articolo 612-ter, molto spesso non rientra tra quelle che consentono di accedere automaticamente al patrocinio a spese dello Stato. Per fare un esempio, una donna che denuncia il marito per violenza domestica può accedere a forme di tutela economica che coprono, o almeno alleggeriscono, le spese legali. Nel caso della diffusione non consensuale di immagini intime, invece, il peso economico ricade molto spesso interamente sulla vittima. E questo, per me, è atroce. Ci sono poi famiglie che non accettano neppure l’idea della denuncia e preferiscono dire: «Lascia perdere, con il tempo passerà». Esistono anche ostacoli di natura geografica. Sono riuscita a denunciare anche perché vivevo nel centro di Cosenza. Se fossi cresciuta in un piccolo paese dell’Aspromonte e per raggiungere la prima caserma avessi dovuto percorrere decine di chilometri, probabilmente ci avrei pensato due volte. A tutto questo si aggiunge un ulteriore problema: molto spesso le stesse forze dell’ordine non sono preparate ad affrontare casi di questo tipo, né sotto il profilo psicologico né, talvolta, sotto quello giuridico. Ricordo che uno degli agenti presenti, tra l’altro di grado elevato, mi chiese come mai mi fossi lasciata registrare. Anche in quel momento, ancora una volta, la responsabilità veniva fatta ricadere su di me”.

Lei ha avuto la forza di denunciare, nonostante il contesto nel quale viveva. Parliamo comunque di una città del Sud, con tutte le difficoltà che questo può comportare. Oggi, guardandosi indietro, rifarebbe quella scelta?

“Sì, assolutamente. La rifarei senza alcun dubbio. Anche perché denunciare mi ha permesso di vedere con i miei occhi quali siano le reali difficoltà che una vittima incontra quando decide di rivolgersi alla giustizia. Oggi, proprio grazie a quell’esperienza, quando sento discorsi molto semplicistici del tipo «Denunciate subito, denunciare serve alla società», ne colgo tutti i limiti. Non possiamo continuare a scaricare sulle vittime la responsabilità di far evolvere la società. Altrimenti finiamo sempre nello stesso schema: si invocano pene sempre più severe, si parla di castrazione chimica o di altre soluzioni esclusivamente repressive, che appartengono a una certa impostazione politica, mentre il vero cambiamento dovrebbe essere un altro. Dal mio punto di vista bisogna investire nell’educazione al consenso, introdurla stabilmente nelle scuole e lavorare seriamente sulla prevenzione. È da lì che passa il cambiamento culturale”.

Oggi porta la sua storia nelle scuole e in numerosi incontri pubblici. Quali reazioni incontra, soprattutto tra i più giovani?

“Trovo molta comprensione, soprattutto perché ragazzi e ragazze hanno davanti una persona in carne e ossa che racconta ciò che ha vissuto. Non stanno ascoltando una storia astratta. Naturalmente dipende molto anche dai territori. A Roma, Milano e, più in generale, nelle città del Nord, per esempio Rovereto, Udine o Trento, ho trovato una curiosità molto forte, ma mai morbosa. È un interesse autentico, che si traduce in domande come: «Che cosa ha vissuto? Che cosa ha imparato? Che cosa direbbe a noi?». Nei piccoli paesi della Calabria, invece, avverto spesso un silenzio molto pesante, carico di tensione. Lì noto anche una differenza piuttosto marcata tra ragazze e ragazzi. Molte ragazze sembrano ascoltare il mio racconto pensando che una vicenda simile potrebbe capitare anche a loro e, proprio per questo, finiscono quasi per attribuirsi una responsabilità che non hanno, dicendosi: «Allora non mi farò mai registrare». Molti ragazzi, invece, tendono a percepire tutto questo come un problema che non li riguarda direttamente. Ed è proprio qui che cerco di ribaltare la narrazione. Non dico mai alle ragazze: «Non fatevi registrare». Dico ai ragazzi e alle ragazze: «Non condividete mai nulla senza consenso». Che si tratti della fotografia di un compagno di classe che vi è antipatico oppure dell’immagine di una compagna che per anni avete insultato e umiliato, il principio rimane lo stesso: il problema è la condivisione senza consenso, non il fatto che quella fotografia o quel video esistano”.

Dal punto di vista professionale, questa vicenda ha avuto conseguenze sul suo lavoro di attrice?


“Preferisco non entrare troppo nello specifico, perché rischierei di creare problemi a diverse persone. Posso però dire, in termini generali, che fortunatamente non ci sono state conseguenze dirette sul mio lavoro. Quello che è cambiato è il modo in cui molte persone mi percepiscono. Sono diventata, agli occhi di qualcuno, «la femminista guastafeste», quella che viene considerata una persona che crea problemi semplicemente perché porta all’attenzione determinate questioni”.

Negli ultimi anni il revenge porn è stato raccontato anche attraverso fiction e serie televisive. Pensa che questo tipo di narrazione possa essere utile, soprattutto per sensibilizzare i ragazzi?

“Credo che il semplice fatto di parlarne rappresenti già un enorme passo avanti. Se guardiamo agli anni che vanno, più o meno, dalla metà degli anni Novanta fino al 2015, ci accorgiamo che questi fenomeni esistevano già e continuavano ad aumentare, ma quasi nessuno ne parlava. Solo dopo vicende come quelle di Tiziana Cantone, Carolina Picchio e di altre persone i cui casi sono diventati pubblici si è iniziato ad affrontare il tema con maggiore frequenza. Il primo passo, quindi, è riconoscere che il problema esiste. Detto questo, bisogna anche fare attenzione a come lo si racconta. Se la narrazione è sbagliata, si rischia di contrastare solo apparentemente la violenza principale, finendo al tempo stesso per rafforzare tutte quelle microviolenze culturali che la normalizzano. Ricordo, per esempio, che il padre di Carolina Picchio, attraverso l’associazione nata in memoria della figlia, è entrato per anni nelle scuole per sensibilizzare gli studenti. Il rischio, però, è che il messaggio venga ridotto a un semplice: «Ragazze, mi raccomando, non fatevi registrare». Se il discorso si limita a questo, ancora una volta si finisce per responsabilizzare la vittima, mentre chi condivide quel materiale viene quasi deresponsabilizzato. Si alimenta così l’idea che certe vicende riguardino soltanto una determinata tipologia di ragazza, quasi una «ragazza poco di buono», contribuendo a normalizzare la violenza. Per questo credo che nelle scuole, così come nelle fiction, nelle serie televisive, negli spot pubblicitari e, più in generale, in tutti i prodotti di comunicazione, questi temi dovrebbero essere affrontati con il supporto di persone competenti: esperti di comunicazione, studiosi della violenza di genere e professionisti che abbiano gli strumenti per raccontarli nel modo corretto”.

La comunità femminista e le altre attiviste le sono state vicine?

“Tantissimo. Assolutamente sì. Per molti anni anch’io sono cresciuta con l’idea, molto diffusa, che il femminismo fosse qualcosa di negativo, una forma di estremismo che volesse mettere le donne al di sopra degli uomini. Mi sono avvicinata al femminismo verso la fine del liceo, proprio mentre stavo vivendo quella violenza e iniziavo a raccontare pubblicamente la mia storia. Le prime persone che mi hanno accolta e sostenuta sono state proprio le attiviste. Molte mi hanno scritto semplicemente per farmi sentire la loro vicinanza; altre mi hanno consigliato letture e saggi femministi che mi hanno aiutata a comprendere come la violenza che avevo subito non fosse un episodio isolato, ma un fenomeno strutturale”.

Ne ricorda qualcuna in particolare?

“Sicuramente Silvia Semenzin. È stata una delle prime persone a farmi sentire il proprio sostegno”.


Glielo chiedo anche perché negli ultimi anni il femminismo italiano è stato spesso raccontato in modo caricaturale, quasi come se le attiviste fossero delle “streghe”. Lei che esperienza ha avuto?

“La mia esperienza è stata completamente diversa. Ho trovato persone che mi hanno accolta, sostenuta e aiutata a comprendere quello che stavo vivendo. Per questo motivo ne conservo un ricordo estremamente positivo”.


Quanto serve far capire che non si tratta di una contrapposizione tra donne e uomini ma di una battaglia delle donne con gli uomini?

“Credo che continuare a parlarne sia già uno strumento potentissimo. Parlarne, soprattutto all’interno di piattaforme che non nascono affatto come spazi realmente democratici, può comunque produrre cambiamento, anche se sappiamo benissimo che i social network e le aziende che li gestiscono rispondono a logiche capitalistiche e, a mio avviso, anche profondamente patriarcali. Oggi una delle sfide più grandi che il femminismo si trova ad affrontare riguarda l’educazione delle nuove generazioni, in particolare dei ragazzi. Penso alla cosiddetta manosfera, a tutti quegli ambienti cresciuti attorno a figure maschili molto influenti che continuano a diffondere l’idea secondo cui gli uomini sarebbero superiori alle donne e il ruolo femminile dovrebbe limitarsi alla cucina, ai lavori domestici e a modelli completamente subordinati. Questa narrazione sta inevitabilmente incidendo anche sull’aumento della violenza digitale misogina e sulla diffusione non consensuale di materiale intimo. Oggi, poi, se non esistono fotografie o video della persona che si vuole colpire, questo non rappresenta nemmeno più un ostacolo: quei contenuti possono essere creati attraverso l’intelligenza artificiale. Per questo credo che il femminismo si trovi a confrontarsi con strutture enormemente più grandi. Da una parte continua a essere screditato e raccontato in modo distorto; dall’altra si misura con colossi economici che hanno interessi enormi. Le grandi aziende tecnologiche sono sostenute dai governi e, allo stesso tempo, traggono profitti enormi da modelli comunicativi che alimentano anche questi fenomeni. Parliamo di miliardi di euro. Per questo dobbiamo continuare a fare rete e a parlarne. L’educazione passa innanzitutto dalla parola. Personalmente non penso che tutto debba essere necessariamente raccontato in maniera edulcorata. La rabbia che nasce dall’essere costantemente vessate può diventare uno strumento politico. Allo stesso tempo, però, credo che ognuno faccia attivismo secondo il proprio modo di essere. Sono molto consapevole della mia rabbia e cerco di trasformarla in qualcosa che possa essere utile sia a chi sta vivendo esperienze simili alla mia sia, più in generale, alla possibilità di mettere in discussione il sistema che consente a queste violenze di continuare a esistere”.

Qual è stato il prezzo personale più alto che ha pagato?

“Aver perso quasi tutte le amicizie. Quello che è successo ha fatto cadere la maschera a molte persone che consideravo davvero amiche, soprattutto durante gli anni del liceo. Quando è arrivato il momento di presentarsi davanti alla polizia e dire semplicemente: «Sì, so che Dalia viene condivisa senza consenso. So che questo video esiste. L’ho ricevuto», moltissime persone hanno fatto finta di non sapere nulla. È stata, di fatto, una forma di omertà”.

Lei ha lasciato Cosenza per gli studi, non a causa di questa vicenda. Ma quando alcune storie arrivano sulle prime pagine dei giornali e altre, invece, vengono dimenticate, che effetto le fa?


“Mi dà la sensazione che esistano vittime di serie A e vittime di serie B. Me ne sono resa conto molto chiaramente nel marzo del 2020, quando Wired pubblicò una delle prime grandi inchieste sui gruppi Telegram dedicati alla diffusione non consensuale di materiale intimo. Fu un lavoro giornalistico molto importante. Successivamente se ne interessarono anche i Ferragnez e il fatto che due personaggi così conosciuti prendessero posizione contribuì a spingere la Procura di Milano a occuparsi del caso. Questa vicenda, però, mi ha suscitato anche molta rabbia. Mi sono chiesta che cosa sarebbe successo se una persona con quella visibilità si fosse interessata alla questione uno o due anni prima, quando stavo affrontando tutto completamente da sola. Forse quella diffusione si sarebbe fermata prima. Forse no. Non lo saprò mai. Quello che mi colpisce è vedere come alcuni procedimenti ricevano immediatamente attenzione quando coinvolgono persone molto note, come Diletta Leotta, Kim Kardashian o Giorgia Meloni nei casi di deepfake e diffusione non consensuale di materiale intimo. Questa differenza di trattamento mi provoca davvero molta rabbia. Succede anche in altri ambiti della violenza di genere. Penso, per esempio, alle ultime due sex worker uccise a Scampia. Sono state assassinate e i loro corpi sono stati trovati all’interno di un ascensore. Di quella vicenda si è parlato pochissimo e, quando è accaduto, molto spesso è stato utilizzato un linguaggio profondamente giudicante”.

Torniamo alla ragazza di diciassette anni che voleva diventare rappresentante d’istituto. Tutto quello che è successo ha spento quella sua ambizione oppure è ancora lì?

“No, è rimasta. È rimasta la voglia di prendere la parola proprio nei luoghi del potere, per poter criticare il potere. Per esempio, sono stata per la prima volta al Senato, dove ho presentato alcune proposte riguardanti il deepfake e il deep porn, cercando di ragionare su una regolamentazione dell’intelligenza artificiale generativa quando viene utilizzata per facilitare la violenza di genere. Molti mesi dopo ho scoperto che era stata effettivamente predisposta una norma che inseriva il deepfake all’interno della disciplina sul revenge porn. Quello che mi è dispiaciuto è non essere stata coinvolta nel percorso che ha portato alla sua elaborazione. Non sono stata invitata ai tavoli tecnici e ho saputo che, invece, altre studiose ed esperte avevano preso parte ai lavori. Il 2 luglio tornerò a intervenire nell’ambito dell’intergruppo parlamentare sui diritti della persona per affrontare un altro tema che considero fondamentale: la presenza, all’interno delle scuole pubbliche, di persone già allontanate da altri istituti per episodi di violenza di genere e perfino di pedofilia. Credo che su questo ci sia ancora moltissimo da fare. Quindi no, la mia ambizione non si è spenta”.

Che cosa significherebbe, oggi, ottenere davvero giustizia?

“Non so nemmeno se rappresenterebbe una vera conclusione. In parte ho già trovato una forma di chiusura nel momento in cui ho iniziato a raccontare pubblicamente la mia storia e a trasformarla, nel mio piccolo, in qualcosa che potesse contribuire a migliorare la società. Non penso certo che basti la mia testimonianza per fermare un fenomeno così grande. Un’eventuale sentenza favorevole rappresenterebbe probabilmente una sorta di ciliegina sulla torta, un elemento conclusivo, ma forse anche qualcosa di effimero. Ho la sensazione che questo percorso andrà avanti ancora per molti anni. In qualche modo ho imparato a convivere con questa attesa, anche se è una consapevolezza molto amara, perché racconta la realtà di tante persone che hanno subito violenza in una società che finisce per giudicare sia chi non denuncia sia chi trova il coraggio di farlo”.


Dal punto di vista artistico, invece, quale futuro sogna?

“Sogno un ambiente cinematografico e teatrale molto più femminista. Sogno scuole nelle quali non si continuino a giustificare comportamenti violenti con frasi come: «Stavamo sperimentando», «Faceva parte del lavoro» o «Era una prova artistica». Su questo si potrebbe aprire un discorso enorme, perché troppo spesso alcuni attori e registi utilizzano il concetto stesso di arte per giustificare comportamenti che, in realtà, sono vere e proprie violenze. Credo che sia importante ricordare un principio: il personaggio non è una giustificazione. Dire «Mi sono lasciato trasportare dal personaggio» non può diventare un alibi. Il personaggio non esiste indipendentemente dalla persona che lo interpreta. Così come nella vita reale, anche sul palco o davanti alla macchina da presa si può scegliere di controllare i propri comportamenti. Al di là di questo, il mio sogno è molto semplice: riuscire a vivere del mio lavoro di attrice, avere continuità professionale, incontrare sempre più persone e far convivere sempre meglio il mio percorso artistico con quello di attivista. Vorrei aggiungere, però, una riflessione”.

Prego…

“Quando parliamo di violenza di genere e degli strumenti necessari per contrastarla, non possiamo limitarci ai singoli comportamenti individuali. Dobbiamo includere nella conversazione anche chi dirige le grandi aziende tecnologiche. Non è casuale che oltre la metà dei commenti d’odio pubblicati su Facebook, compresi quelli che incitano allo stupro o al femminicidio, continui a non essere rimossa. Non è casuale che esistano ancora gruppi dedicati alla diffusione non consensuale di materiale riguardante donne e perfino minori. E non è casuale che grandi piattaforme pornografiche continuino a ospitare categorie che richiamano esplicitamente lo stupro o altre forme di violenza sessuale. Per questo credo che anche le responsabilità delle piattaforme e dei grandi gruppi tecnologici debbano entrare pienamente nel dibattito pubblico. Vorrei aggiungere un ultimo aspetto: quando affrontiamo questi temi dobbiamo ricordarci anche delle persone LGBTQIA+. Secondo alcune stime richiamate anche da Silvia Semenzin, circa il novanta per cento delle vittime di diffusione non consensuale di materiale intimo sono donne, mentre il restante dieci per cento appartiene alla comunità LGBTQIA+. Anche questo dato ci dice molto sulla natura di queste violenze e su chi ne viene colpito più frequentemente”.




Dalia Aly




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