La storica presidente di Princesa, l’associazione delle lavoratrici sessuali transgender, propone incontri gratuiti alle prostitute della Maddalena: non una crociata moralista, ma un corso di mestiere su discrezione, rispetto del quartiere e capacità di stare, ben accolte, nella società della città vecchia

Nel centro storico di Genova, dove la prostituzione di strada è presenza antica, stratificata, rimossa quando fa comodo e riscoperta ogni volta che esplode una polemica sul “decoro”, arriva una proposta che spiazza proprio perché non nasce da un comitato indignato, da una campagna securitaria o da qualche nuova ordinanza. A lanciarla è Rossella Bianchi, presidente dell’associazione delle sex worker transgender Princesa, memoria vivente dell’ex Ghetto ebraico, scrittrice, figura storica di quel mondo di bassi, soglie, tacchi, attese, relazioni e sopravvivenza che Genova conosce da sempre e spesso finge di non conoscere.

La sua “pazza idea”, come l’ha chiamata in un lungo post su Facebook, è un corso gratuito di bon ton per lavoratrici sessuali. Detto così potrebbe sembrare una provocazione da social, una trovata folcloristica o una battuta sul mestiere più antico del mondo. In realtà è una proposta molto concreta, costruita su decenni di esperienza, osservazione e lavoro in strada. Rossella Bianchi non vuole insegnare morale a nessuno. Vuole insegnare mestiere. E, soprattutto, vuole ricordare che anche quel lavoro, quando si svolge nello spazio pubblico, ha regole non scritte, equilibri delicati, rapporti da non bruciare con il quartiere, con i passanti, con i residenti e con gli stessi clienti.

Il punto di partenza è un giro alla Maddalena, quartiere dove la prostituzione non è un incidente urbano ma un dato storico. Lì le prostitute furono spinte alla metà del ‘500, buttate fuori dalla loro zona storica, il “Monte Albano” dove esercitavano legalmente, per la prima lottizzazione edilizia che si ricordi, quella di via Garibaldi, quella dei palazzi dei rolli. Le autorità del tempo avrebbero voluto confinarle su a Castelletto (che come quartiere non sarebbe esistito ancora per circa tre secoli), loro si arroccarono tra San Luca e “Strada Nuova”. E lì restano da svariati secoli, nonostante le cicliche crociate dei benpensanti, non necessariamente conservatori ultracattolici di destra. L’ultima fu quella dell’allora sindaca Marta Vincenzi, una storia politica radicata nel Pci, poi Pds, poi Ds, poi Pd. Fu sua l’idea di bandire prostitute e transgender dai bassi, quelli del Ghetto per le transgender, quelli della Madddalena per le lastre. Si mise di traverso niente di meno che don Andrea Gallo, che con Rossella e le altre ragazze del ghetto fondò, appunto, l’associazione Princesa (dal titolo della canzone di Fabrizio De Andrè).
Rossella Bianchi racconta di essersi trovata, durante la sua passeggiata, in un negozio mentre gestore e clienti parlavano proprio delle lavoratrici sessuali presenti in strada. Non con scandalo per la loro esistenza, ma con fastidio per certi comportamenti: frasi urlate, racconti di lavoro fatti arrivare fino alle finestre dei piani alti, approcci troppo aggressivi, abbigliamento scarso volutamente esibito, clienti messi in imbarazzo davanti a mogli o compagne. Una residente, nel racconto di Rossella, avrebbe detto in sostanza che chi abita lì non si scandalizza: quelle presenze c’erano già quando era bambina. Il problema, però, è la mancanza di discrezione.
È una distinzione decisiva. Non il moralismo contro il sesso a pagamento, ma la fatica quotidiana della convivenza. Non la richiesta di cancellare un pezzo di città, ma quella di non trasformare ogni incontro in una scena pubblica. Alla Maddalena, come in altri angoli del centro storico, case, botteghe, famiglie, anziani, adolescenti, turisti, clienti e lavoratrici sessuali condividono lo stesso spazio ristretto, spesso la stessa soglia, lo stesso vicolo, lo stesso pezzo di marciapiede. In un contesto così, la differenza tra presenza tollerata e conflitto aperto la fanno i dettagli: il tono della voce, il modo di rivolgersi a chi passa, la capacità di capire quando fermarsi, la misura.
Da qui nasce l’idea del corso. Incontri serali, magari in piazza don Gallo, gratuiti, pensati per spiegare alle più giovani come comportarsi con gli abitanti del quartiere, come conquistare simpatie invece di alimentare ostilità, come approcciare i clienti senza offendere chi attraversa la strada, come gestire il prima, il durante e il dopo senza perdere i rapporti col quartiere. Per Rossella Bianchi, il bon ton non è un vezzo da salotto, ma uno strumento professionale. Serve a lavorare meglio, a proteggersi, a non farsi terra bruciata intorno, a conservare un cliente invece di spingerlo a non tornare più.
La proposta ha un peso particolare perché arriva da una donna che quella storia l’ha attraversata da protagonista. Rossella Bianchi è una delle poche trans della vecchia generazione che ancora si possono incontrare sull’uscio del basso nell’ex Ghetto ebraico. Intorno, però, il mondo è cambiato. Le più giovani non stanno più necessariamente in strada, non aspettano più sulla porta o su uno sgabello: oggi molti contatti passano da app, social e internet. La strada resta, per le transgender, rimane il luogo di lavoro solo per le donne con più esperienza. E Rossella, nata nel 1942, di esperienza (e di storie da raccontare nei suoi libri) ne ha da vendere. Per le donne registrate come tali alla nascita all’anagrafe che continuano a esercitare in strada, invece, alcune vie del centro storico restano ancora un presidio fisso, soprattutto nell’area della Maddalena.
Anche il nome di Rossella Bianchi racconta questa lunga lotta per il riconoscimento. Per decenni tutti l’hanno conosciuta come Rossella, anche quando sui documenti era scritto un altro nome, quello registrato alla nascita. La possibilità di assumere legalmente il nome in cui ci si riconosce ha dato forma amministrativa a una verità sociale già consolidata: per il suo mondo, per il quartiere, per chi l’ha incontrata, lei era Rossella da sempre. Questo dettaglio non è secondario, perché spiega da dove parli. Non da una posizione esterna, non da un ufficio, non da una cattedra. Parla da dentro una vita.
E proprio per questo il suo corso di bon ton non ha nulla a che vedere con la rispettabilità imposta dall’alto. Non viene da qualche beghina, non nasce dalle donne bacchettone e gelose di Bocca di Rosa, non è un tentativo di rendere invisibile il lavoro sessuale per tranquillizzare la città perbene. Nasce da una sex worker storica, da una donna che di classe ne ha da vendere, sempre sui tacchi, sempre curata, sempre capace di distinguere la presenza dalla volgarità, l’ironia dall’aggressione, l’esibizione dal mestiere.
Nel suo post, Rossella Bianchi racconta anche l’incontro con una lavoratrice che conosce bene, una donna ormai oltre i sessant’anni, elegante, composta, vestita in modo normale, riconoscibile come sex worker solo per la postura, il luogo, forse per quelle scarpe di vernice rossa con tacco dodici. È lei a confermare il ragionamento: il lavoro è in crisi, le presenze sono molte, e soprattutto alcune giovani si comportano in modo talmente volgare da far vergognare le colleghe più esperte. La frase più dura, nel racconto, riguarda una ragazza molto più giovane che, nonostante l’esibizione, a fine giornata non riuscirebbe neppure a pagarsi una pizza, mentre la collega più anziana continua ad avere clienti conosciuti anni prima e a portare a casa ogni giorno circa 200 euro. In quella differenza c’è tutto il senso della proposta: non basta attirare lo sguardo, bisogna saper costruire relazione, fiducia, ritorno.
Il corso immaginato da Rossella Bianchi sarebbe dunque una scuola di strada, non una scuola di buone maniere in senso borghese. Non insegnerebbe a chiedere permesso alla città, ma a viverci senza farsi odiare. Anzi, addirittura ad essere considerata un membro riconosciuto della società. Non cancellerebbe il conflitto, perché la prostituzione di strada resterà sempre un tema scomodo, ma proverebbe a governarlo con l’esperienza di chi sa che la sopravvivenza passa anche dalla reputazione. Nel lavoro sessuale, come in molti altri mestieri, il cliente occasionale conta meno del cliente che torna. E il cliente torna se trova discrezione, sicurezza, intelligenza, non se viene esposto, ridicolizzato o trascinato in una scena davanti a tutti.
La questione riguarda anche il quartiere. La Maddalena non è una quinta teatrale per l’eterna commedia genovese del vizio e del controllo. È un luogo abitato, fragile, complicato, attraversato da contraddizioni sociali fortissime. Chi ci vive spesso non chiede la cancellazione di ciò che esiste da generazioni, ma un minimo di equilibrio. Da questo punto di vista, l’idea di Rossella Bianchi intercetta una domanda reale: come si può convivere senza trasformare ogni presenza in un problema di ordine pubblico? Come si può riconoscere che certe attività esistono, senza lasciare che la strada diventi terra di nessuno? Come si può pretendere rispetto per le lavoratrici sessuali, se alcune di loro non rispettano chi vive sopra e accanto a quello stesso pezzo di strada?
La risposta di Rossella è ruvida e pragmatica: si insegna. Si tramanda. Si spiega a chi arriva dopo che la strada ha una grammatica, e che ignorarla può costare caro. In questo c’è qualcosa di profondamente genovese: non l’illusione di ripulire il mondo, ma l’arte di tenere insieme ciò che non si riesce a separare. Il basso e il palazzo, il cliente e il residente, la soglia e la finestra, la notte e la mattina, il lavoro e il giudizio sociale.
La sua iniziativa, se davvero prenderà forma, potrebbe diventare uno dei pochi discorsi sensati su un tema che di solito viene affrontato solo con ipocrisia. Da un lato chi invoca repressione, sgomberi, divieti e invisibilità. Dall’altro chi, per paura di sembrare moralista, evita di dire che anche nel lavoro sessuale possono esserci comportamenti sbagliati, dannosi, irrispettosi. Rossella Bianchi sceglie una terza strada: difendere la dignità delle sex worker pretendendo da loro professionalità, misura e responsabilità. È una strada che prevede un impegno per migliorare, con le frecce al suo arco, il centro storico, un impegno sociale vero e proprio per il quartiere che diversi lustri fa la accolse all’arrivo dalla sua città natale, Lucca.
È una posizione scomoda, ma proprio per questo interessante. Perché non assolve tutto in nome della marginalità, ma non condanna tutto in nome del decoro. Dice che quel mondo ha una sua cultura, e che quella cultura può essere trasmessa. Dice che la classe non dipende dal mestiere, ma da come lo si esercita. Dice che un quartiere non si governa solo con le ordinanze, ma anche con le relazioni. E dice, soprattutto, che talvolta la lezione più utile alla città non arriva dai palazzi, ma da una donna sui tacchi, all’uscio di un basso, che ha visto passare sessant’anni di strada e sa ancora distinguere una professionista da una dilettante rumorosa.
Sotto: un’intervista a Rossella Bianchi di qualche anno fa, in occasione della presentazione di uno dei suoi libri.
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