«… A seguito di un calcio d’angolo concesso inutilmente da Lusenti (al 34esimo)». Il mio cuore ha un sussulto: non lo sapevo. La partita in questione era Brasile (Paese ospitante) contro Svizzera, 28 giugno 1950, fase a gironi dei primi Mondiali di calcio del dopoguerra. Finì 2-2: al minuto 4 segnò Alfredo II, Jacques Fatton pareggiò al 19esimo e avrebbe raddoppiato all’88esimo, ma, intanto, a causa di quel «calcio d’angolo concesso inutilmente da Lusenti», il Brasile si era portato in vantaggio per 2 a 1 con un gol di Baltazar al minuto 34. Quel Lusenti era mio nonno.
Mio padre mi ha raccontato di avergli sentito dire che il muro di spettatori lo spaventò un po’, quando le squadre entrarono nello stadio, secondo lui il Maracanà, di lì a poco palcoscenico impotente del disastro della finale (il Brasile, che aveva dato per scontata la vittoria, fu battuto dall’Uruguay) passata alla storia come Maracanazo con annesse leggende di suicidi e infarti. E così, fidandomi del genitore, per anni ho blaterato (anche sulla tv della Svizzera italiana) dello stadio sbagliato (era, invece, il Pacaembu di San Paolo, città in cui la nazionale brasiliana andò a giocare malvolentieri) e del fatto che la squadra svizzera, secondo la versione paterna, viaggiò in nave. Sbagliato. Fu l’Italia, invece, a rinunciare all’aereo sull’onda della commozione per l’incidente di Superga che il 4 maggio 1949 aveva annientato il Grande Torino.
Memoria
Il fatto è che mi mancano i racconti di prima mano: ho incontrato mio nonno solo quando avevo 24 anni e lui stava morendo. Steso nel letto, mi vide con mio fratello (appena più giovane di me) sulla soglia della sua camera, si girò dall’altra parte e pianse. O almeno così ricordo. L’emozione che provai potrebbe avermi giocato un brutto tiro, facendomi vedere sul suo volto bello e duro, come appare nelle fotografie ufficiali della Nati (così è chiamata in Svizzera la nazionale), addirittura le lacrime per il rimpianto di aver perso vent’anni di vita di due nipoti. O forse piangeva per quel calcio d’angolo.
Senza qualche errore di troppo, la Svizzera avrebbe ottenuto «la più sensazionale vittoria della sua storia», leggo sull’edizione del 23 maggio 1970 del Journal du Jura e immagino, vista l’appartenenza geografica di quel quotidiano, che l’abbia letto anche mio nonno. Poco prima, sotto il titoletto L’exploit impossibile, ce n’è anche per un altro giocatore: «Se Friedlander, lanciato da Fatton, non avesse mancato il bersaglio all’ultimo minuto quando si presentò solo davanti al portiere brasiliano, la Svizzera avrebbe ottenuto, a San Paolo» etc.
L’articolo ricostruisce come i verdeoro arrivarono ai due gol «piuttosto fortunati»: il primo su un pallone che finì in aerea dopo, secondo gli svizzeri che protestarono inutilmente, essere uscito e il secondo colpito «con la nuca» da Baltazar «a seguito di un calcio d’angolo inutilmente» etc. La mia passione per il calcio e per i Mondiali era già scritta, corner o non corner concesso «inutilmente».
Gerhard Lusenti aveva lasciato a casa la moglie, i primi due gemelli e il figlio più piccolo, che aveva da poco compiuto un anno, mio padre. Entrambi i maschi avrebbero giocato a calcio. Gli ultimi due gemelli, ancora una volta un maschio e una femmina, non erano ancora nati (e il maschio non sarebbe diventato un calciatore). Chissà se anche mia nonna ricevette la telefonata del ct Franco Andreoli, ticinese di Lugano, per gli aggiornamenti dopo il lungo viaggio in aereo, con più scali, come capitò a Georgette, moglie di un altro giocatore che partecipò a quell’avventura, Jean Tamini.
Generazioni
Gerhard è stato un nome tramandato in famiglia per qualche generazione, passando per mio zio, detto ‘Lusi’, che alzò la Coppa Svizzera con il Lugano il 15 aprile 1968 (un exploit, per una squadra del piccolo Cantone Ticino, quasi come per la Svizzera pareggiare con il Brasile ai Mondiali in casa loro). Per questo, sempre, a scuola, all’appello, mi sentivo chiedere: “Figlia?” e io sempre a rispondere “Nipote”, con imbarazzo, perché non conoscevo quello zio visto che mio padre aveva rotto con tutta la sua famiglia quando avevo poco più di un anno.
Gerhard Lusenti nonno era nato in Italia, a Castelnuovo di Sotto (provincia di Reggio Emilia), il 24 aprile 1921, e arrivò in Svizzera al seguito dei genitori. Nei racconti di famiglia si dice che suo padre fosse un contadino anarchico, Gherardo Lusenti. Di sicuro sua madre era austriaca, Theresia, nata Schranz. Il primo febbraio 1943 il comune di Zurigo attestò che quel figlio di emigrati era ora un figlio suo, rilasciando un certificato che fungeva da carta di identità a interim: da quel momento, infatti, il ragazzo era anche cittadino del Cantone Zurigo e, quindi, della Confederazione elvetica. È per questo che sul mio passaporto, alla voce “attinenza” (che sostituisce la città di nascita indicata invece sui documenti, per esempio, italiani, e si eredita), c’è scritto, appunto: Zurigo.
Dev’essere stato un giorno importante, quel primo febbraio in piena guerra mondiale (tra il 1942 e il 1943 la Svizzera agì le politiche più dure sui respingimenti al confine con la Francia occupata e con l’Italia del dopo 8 settembre) per il giovane uomo che era ancora celibe, “ledigen Standes”, come indicato sulla Interims-Ausweis, un foglio A4 con un francobollo del valore di 1 franco svizzero e il bollo della città di Zurigo, dove era stato registrato tra le file dell’esercito: “Militärisch in Zürich, St. K. 984, gemeldet”.
Trovai quel documento in un cassetto nel soggiorno di mia nonna anni dopo, quando anche lei stava morendo, e lo fotografai di nascosto con il cellulare. Non sapevo quasi nulla di quelle persone. Qualche volta avevo chiesto a mio padre il permesso di conoscerli, di andare a trovarli da sola: “no”, mi sentivo rispondere. E loro, fino al giorno del pianto del nonno, non mi avevano cercata.
Nella mia memoria, eravamo lì perché gli restava poco da vivere e aveva chiesto di vederci. Non ricordo altro di lui. Sapevo di avere due zii, due zie e numerosi cugini e, infatti, quel giorno nella casa vidi le fotografie di tutti: da piccoli, da giovani, ai battesimi, al mare, al ristorante, a Natale. Tutti, tranne me e mio fratello. C’era la fotografia del matrimonio dei miei genitori che, pensai, mia nonna doveva aver tirato fuori all’ultimo da chissà quale armadio. Non credetti possibile che fosse sempre stata in vista, ma forse…
Domande appese
A mio nonno avrei fatto mille domande su quel giorno al Pacaembu (evitando così, in seguito, di diffondere notizie imprecise) e su come andò la faccenda del corner e su com’era giocare a calcio da semi-professionista, perché non ci si campava e bisognava lavorare per davvero. “Idraulico”, risultava essere da uno dei suoi documenti di italiano che diventa svizzero, ma poi venne assunto negli uffici della General Motors che aveva aperto uno stabilimento nella città di Bienne (no, non Vienna, devo specificare ogni volta, in Italia, quando mi chiedono dove sono nata) e si fece una posizione.
Il figlio del suo compagno di squadra Tamini (e di Georgette che si preoccupava che suo marito fosse arrivato sano e salvo di là dall’oceano), che nel 1950 non era ancora nato, ha raccontato al Journal de Jura che suo padre gli parlava spesso di quei Mondiali, ricordando l’umidità che rendeva il clima «spaventoso» e la sera della finale che finì in un «silenzio di morte».
Non so se in tribuna c’era mio nonno (devo chiederlo al suo ultimo figlio che da anni è diventato veramente uno zio per me). Qualche giorno fa, la Nati ha superato ai Mondiali un turno a eliminazione diretta per la prima volta in 88 anni: non succedeva dal 9 giugno 1938 quando sconfisse la Germania di Hitler al Parco dei Principi di Parigi (la Coppa fu poi alzata dall’Italia, per la seconda volta di fila). Poi ha battuto agli ottavi di finale anche la Colombia. Hop Suisse.
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Natascha Lusenti
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