Nuovi abitanti, lavoro da remoto e servizi: la sfida dei piccoli comuni contro lo spopolamento
A Santa Fiora, borgo dell’Amiata in provincia di Grosseto, il problema non era soltanto riempire case vuote, ma convincere qualcuno a viverci tutto l’anno. Per questo il Comune ha puntato sul progetto “Vivi in paese”, che copre il 50 per cento delle spese di affitto per chi sceglie di trasferirsi, puntando sulla connessione digitali e sul lavoro da remoto.
Non è un caso isolato. È l’immagine di un’Italia dei borghi che sta cambiando.
Per decenni il racconto è stato quello dello spopolamento. Paesi svuotati, abitazioni chiuse, servizi ridotti, giovani costretti a partire. Un fenomeno reale che continua a interessare molte aree interne del Paese. Ma accanto a questa tendenza ne sta emergendo un’altra. Alcuni borghi stanno cambiando abitanti, funzioni e modello economico.
Non si tratta di una rinascita nel senso tradizionale, ma di una trasformazione che procede a velocità diverse e che rischia di creare una nuova frattura. Da una parte i piccoli comuni capaci di attrarre nuovi residenti e investimenti, dall’altra quelli destinati a perdere gli ultimi servizi essenziali.
Un’Italia di piccoli comuni
Secondo l’ISTAT, oltre il 55 per cento dei comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti e più di 1.000 hanno visto dimezzare la popolazione dal 1951. Il rapporto “Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste”, curato da Antonio De Rossi, evidenzia come circa 3 milioni di persone vivano oggi in aree interne a rischio spopolamento.
Sono realtà che custodiscono una parte significativa del patrimonio storico, culturale e paesaggistico nazionale, ma che da decenni convivono con una progressiva riduzione della popolazione.
Nei comuni delle aree interne aumentano gli anziani, diminuiscono le nascite e molti giovani, dopo il trasferimento verso le città universitarie o i poli produttivi, difficilmente fanno ritorno.
Il risultato è visibile nella vita quotidiana. Chiude una scuola, poi un ufficio postale riduce gli orari, l’ambulatorio medico fatica a trovare un sostituto, il trasporto pubblico diventa sempre più difficile da garantire. Ma il quadro non è uniforme.
Dalla città al paese
Negli ultimi anni qualcosa ha iniziato a muoversi. Lo smart working, pur ridimensionato rispetto agli anni dell’emergenza sanitaria, ha dimostrato che alcune professioni possono essere svolte anche lontano dai grandi poli urbani. Architetti, consulenti informatici, grafici, professionisti della comunicazione e lavoratori autonomi stanno scegliendo luoghi dove il costo della casa è inferiore e la qualità della vita appare migliore.
Non è un esodo di massa. Nel 2025 i piccoli comuni italiani hanno comunque registrato un aumento delle presenze turistiche vicino al 7 per cento e degli arrivi di quasi l’8 per cento rispetto all’anno precedente, secondo i dati presentati al Forum Internazionale del Turismo. Sebbene la maggior parte resta ancora flusso turistico e non trasferimento di residenza.
I casi che funzionano
A Gerfalco, borgo maremmano ridotto a poche decine di abitanti e tre negozi, la cooperativa di comunità La Bandita mette a disposizione terreni in comodato d’uso per castagneti e uliveti. Un appartamento di tre vani si acquista con 30.000 euro e un prestito agevolato.
Poli, a circa 40 km da Roma, lavora a un progetto di valorizzazione dell’eredità della Famiglia Conti. Storia, arte e paesaggio diventano una leva di sviluppo del territorio attraverso un museo diffuso, un archivio digitale e nuovi percorsi culturali.
Gerfalco (Grosseto). La cooperativa di comunità La Bandita punta su terreni agricoli e recupero delle case per favorire la rigenerazione del borgo (ph. LigaDue)
Le politiche pubbliche
Il Piano Nazionale Borghi, finanziato con oltre un miliardo di euro, ha destinato risorse a 294 comuni storici sotto i 5.000 abitanti per progetti di rigenerazione culturale, sociale ed economica dei territori più fragili.
A queste risorse si aggiungono le iniziative regionali. In Sardegna il programma “Ritornas” prevede contributi fino a 30.000 euro per l’acquisto della prima casa nei comuni sotto i 3.000 abitanti.
In Calabria il programma “Reddito di Residenza Attiva” eroga fino a 20.000 euro a chi si stabilisce in un borgo montano e avvia un’attività.
Sono risorse importanti, ma non risolutive, che richiedono una gestione competente e la capacità di costruire progetti sostenibili nel tempo.
Gli stranieri che comprano casa
Un altro fenomeno riguarda gli acquirenti stranieri. In Toscana, Umbria, Sicilia, Puglia, Abruzzo e Calabria cittadini europei e nordamericani acquistano abitazioni attratti dai prezzi più accessibili, dal paesaggio e dalla qualità della vita.
Ma anche questo fenomeno presenta un lato complesso. Una casa recuperata non sempre significa un nuovo abitante permanente. Molti proprietari stranieri vivono nei borghi soltanto per alcuni mesi all’anno.
Nei centri più conosciuti emerge inoltre il rischio opposto, quello dell’overtourism. Le botteghe artigiane lasciano il posto a negozi di souvenir e l’aumento degli affitti brevi spinge i prezzi delle case fuori dalla portata di chi vorrebbe restarci a vivere tutto l’anno.
Il problema è restare
Per anni il dibattito si è concentrato sulle abitazioni vendute a un euro. La realtà racconta una storia diversa. Comprare una casa può essere semplice. Restare a vivere nel borgo è molto più difficile.
Servono connessione internet stabili, servizi sanitari accessibili, scuole, trasporti, assistenza agli anziani, negozi di prossimità, spazi di socialità e opportunità di lavoro.
Le amministrazioni locali lo sanno bene. Il problema non è convincere qualcuno a comprare un immobile, ma creare le condizioni perché decida di viverci dodici mesi l’anno.
Una nuova idea di borgo
Il borgo del futuro probabilmente non sarà quello del passato. Avrà meno agricoltori e più professionisti digitali. Meno residenti originari e più cittadini provenienti da altre regioni e Paesi. Più turismo esperienziale e meno turismo di massa. Più lavoro online che pendolarismo quotidiano.
La sfida sarà evitare paesi belli ma vuoti, restaurati ma privi di comunità, oppure luoghi soffocati dal proprio successo turistico.
Perché un borgo non vive grazie alle sue case. Vive grazie alle persone che ogni mattina aprono una finestra, accompagnano un figlio a scuola, fanno la spesa dal negoziante sotto casa e si salutano in piazza.
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Giovanni Ierfone
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