Dalla solidarietà bolivariana alla normalizzazione con gli apparati militari occidentali. Il caso delle fotografie diffuse da Cuba in Resumen
Le immagini, più ancora delle dichiarazioni ufficiali, hanno spesso la forza di un simbolo politico. E alcune fotografie circolate nei giorni scorsi, rilanciate dal sito cubano Cuba en Resumen nell’articolo intitolato “No es ayuda ni cooperación, es invasión silenciosa”, stanno suscitando sconcerto e interrogativi in una parte del mondo che per anni ha guardato al Venezuela come a uno dei principali bastioni dell’antimperialismo latinoamericano.
Nelle fotografie si vedono esponenti delle istituzioni venezuelane accanto a militari stranieri, tra cui figure con uniformi riconducibili alle Forze armate israeliane (IDF) e rappresentanti militari statunitensi. Le immagini vengono interpretate dai loro critici come il segnale di una possibile svolta geopolitica di Caracas verso un rapporto più stretto con gli apparati di sicurezza di Washington e Tel Aviv.
È necessario precisare che una fotografia, da sola, non consente di stabilire automaticamente la natura, la durata o gli obiettivi di un rapporto istituzionale. Tuttavia, il valore politico di quelle immagini risiede soprattutto nella loro carica simbolica: mostrano una scena difficilmente conciliabile con la tradizione politica costruita da Hugo Chávez, fondata sulla contrapposizione all’egemonia statunitense, sulla solidarietà con la Palestina e sull’alleanza con i governi progressisti latinoamericani.
Il Venezuela di Chávez e Maduro: una storia di rottura con Washington
Per oltre vent’anni il chavismo ha rappresentato in America Latina un progetto dichiaratamente anti-egemonico. Chávez fece della sovranità nazionale, della critica al neoliberismo e del rifiuto delle ingerenze esterne alcuni dei pilastri della sua azione politica.
Caracas divenne un punto di riferimento per i movimenti del Sud globale: dalla costruzione dell’ALBA alla cooperazione energetica con i Paesi caraibici, fino alla denuncia delle guerre statunitensi in Medio Oriente e del sostegno occidentale alle politiche israeliane nei territori palestinesi.
Proprio per questo, eventuali immagini di collaborazione con apparati militari statunitensi o israeliani assumono un peso enorme nel dibattito politico internazionale. Non vengono lette soltanto come un episodio diplomatico, ma come il possibile simbolo di una trasformazione dell’identità stessa del processo bolivariano.
La domanda che scuote la sinistra internazionale
La questione che molti si pongono è semplice e radicale: può un governo nato dalla Rivoluzione Bolivariana, che ha costruito gran parte della propria legittimità sulla resistenza all’imperialismo, arrivare a una normalizzazione con gli stessi centri di potere contro cui ha combattuto per anni? E dai quali il 3 gennaio scorso ha subito una aggressione militare (criminale) culminata nel sequestro del suo legittimo presidente Nicolas Maduro con la consorte Ciilia Flores (oggi entrambi illegalmente detenuti a New York).
Per molti osservatori è una contraddizione storica. Una sorta di rovesciamento del paradigma: dal Venezuela che denunciava l’interventismo statunitense al Venezuela che accoglie strutture militari occidentali; dal sostegno politico alla causa palestinese alla possibile collaborazione con rappresentanti dell’apparato militare israeliano.
Una contraddizione che rischierebbe di produrre una frattura profonda tra Caracas e quella parte del movimento internazionale che ha sostenuto il chavismo non soltanto per ragioni diplomatiche, ma per una comune visione del mondo fondata sul multipolarismo e sulla resistenza alle pressioni delle grandi potenze.
Aiuto umanitario o nuova dipendenza?
I sostenitori della nuova linea potrebbero sostenere che si tratti semplicemente di cooperazione tecnica, sicurezza, gestione delle emergenze o rapporti pragmatici dettati dalla difficile situazione interna del Paese.
Ma i critici ribattono che nella storia latinoamericana la parola “cooperazione” è stata spesso utilizzata per accompagnare processi di penetrazione politica e militare. L’esperienza del continente, dall’America Centrale al Sud America, ha lasciato una memoria molto forte sulle conseguenze delle missioni militari straniere presentate come assistenza.
Il timore espresso da Cuba en Resumen è proprio quello di una “invasione silenziosa”: non necessariamente un intervento militare diretto, ma una progressiva trasformazione delle strutture dello Stato attraverso la presenza di attori esterni.
Il dramma di una possibile svolta
Al di là delle polemiche contingenti, il punto politico centrale riguarda l’identità del Venezuela contemporaneo. Se davvero Caracas stesse imboccando una strada di avvicinamento strategico agli Stati Uniti e a Israele, ci troveremmo davanti a una delle più grandi inversioni di rotta della storia recente latinoamericana.
Un Paese che per anni è stato presentato come simbolo della resistenza al dominio unipolare rischierebbe di diventare, agli occhi dei suoi stessi sostenitori storici, un esempio di adattamento alle pressioni dell’ordine internazionale dominante.
La memoria di Chávez, il progetto bolivariano, il rapporto con Cuba e con i movimenti antimperialisti del Sud globale non sono soltanto questioni di politica estera: sono parte dell’immaginario fondativo del chavismo.
Per questo quelle fotografie, indipendentemente dalle interpretazioni definitive che emergeranno, hanno avuto un impatto così forte. Perché pongono una domanda politica prima ancora che diplomatica: che cosa resta del chavismo quando i suoi simboli storici vengono sostituiti da immagini di collaborazione con gli apparati militari dei suoi antichi avversari?
Una domanda alla quale Caracas dovrà rispondere non soltanto davanti ai suoi oppositori, ma anche davanti a quella vasta comunità internazionale che per anni ha visto nel Venezuela bolivariano un laboratorio di alternativa all’ordine imperiale.
Salvatore Izzo
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
redazione
Source link


