La giornata è cominciata in salita. Sono appena le otto e fanno già sessanta gradi.
O almeno così credo, perché la signora accanto a me sulla panchina messa a bordo strada e affaccio su Posillipo, fuori dal mio parco, non fa che ripetere:
– Fa caldo, eh?
All’inizio ho convenuto con lei su quanto facesse effettivamente caldo, ma, alla quarta volta (nel frattempo che ve lo racconto lei è arrivata alla diciottesima), ho smesso di risponderle.
Credo che lei lo stia dicendo proprio a Dio, quanto fa caldo.
Pensare che ero venuta sulla strada in cerca di un fresco che non c’è dentro casa, e del condizionatore ho talmente abusato che credo dovrò consegnare direttamente la pensione dall’INPS all’ENEL, il mese prossimo.
Mio nipote Davide mi ha proposto la gita salvifica al Centro Commerciale, oramai panem et circenses, e avrei anche accettato, perché, tutto sommato, mi pare che questi centri in cambio di qualche spesuccia, ci consentano di aggregarci e goderci spettacoli che hanno cominciato a fare nelle loro arene, proprio come i romani, appunto.
La percentuale di vecchi che si incontrano di questi tempi nei Centri Commerciali ha battuto pure quelli sul campo delle bocce, o al corso di ceramica, mentre i balli latino americani sono lasciati al massimo ai settantacinquenni, ribattezzati dal mio amico Antonio, il gruppo dei rotula dance.
Ho detto di no solamente perché dopo due ore di benessere, il mio corpo fatica ad accettare quei trenta gradi in più che fanno all’esterno, una volta usciti, nonché dentro casa mia.
Dunque, alla sofferenza della caldissima mattina, che sopporto, rispondo con un dolce lasciarsi andare del pomeriggio, ma resto comunque meno a rischio sincope di quanto non accada con i repentini passaggi di temperatura da un negozio all’altro.
Questo, si intende, a meno che nel Centro Commerciale non si organizzi pure il servizio di lettini per la notte e, tenendo al fresco i sofficini, si dispongano a tenere freschi anche noi prossimamente surgelati.
Intanto, sulla panchina, vengono ad aggiungersi nuovi personaggi, privi di nipoti o egualmente refrattari ai sofficini, e io azzardo conversazioni, come quando incontri vecchi e nuovi amici alle stazioni di snodo.
– Ma che esiste una banana di montagna?!
– Te lo giuro esiste! Guarda qua?
La signora mostra un telefonino e l’uomo sobbalza.
– Ma che siete impazzita!
– Uh scusate, ahhhaahha guardate, guardate era questa!
Mostra il cellulare anche a me e alla signora-fa-caldo, ed effettivamente la asimina triloba (a me sembra una via di mezzo tra un kiwi e un’albicocca) è una banana di montagna.
– Non vedo cosa ci sia da essere impazziti…
Dico curiosa.
– E quella la signora mi ha fatto vedere il pisello di un africano, prima!
– Mamma mia e che esagerazione, ho sbagliato a digitare. Ma mica siete razzista? Guardate che non si porta più il razzismo, è passato di moda.
Io vorrei che fosse vero, e intanto questa nuova conoscenza mi sta simpatica, ma la mia attenzione viene attratta da un gruppone che avanza deciso nella nostra direzione.
Saranno almeno una ventina, armati di cartelloni contro il sindaco e l’amministrazione comunale, come una falange compatta, ancora capace di respirare solo perché sono appena le otto, mentre si incede sul piede di guerra.
La signora-banana-di-montagna chiede loro per cosa protestano.
– Hanno aperto l’acqua delle fontane in centro e tutti si possono…
Non faccio in tempo a sentire il seguito perché, con un’energia che ignoravo di avere, sono scattata a chiamare a raccolta i nipoti rimasti in città.
Mi accompagna comunque Davide, di ritorno dal Centro Commerciale, ma, con nostra grande sorpresa, comitati a parte, nelle fontane cittadine è assolutamente vietato il bagno.
Sono così delusa che mi metterei a piangere. Questo solo perché insieme alla vecchia che sono diventata, si ostinano a convivere ancora la bambina, la ragazza, la giovane donna e la MILF!
E la bambina è delusissima. Voleva i piedi a bagno nella fontana, come vedeva fare agli scugnizzi in quella che una volta stava a piazza Municipio.
Ho cominciato pure a parlarne a mia sorella Maria, morta e stramorta, in presenza di Davide, che adesso mi guarda seriamente preoccupato.
– Zia ma come mai ci tenevi tanto…
– Una volta alle donne e ai vecchi, tante cose per decoro, si diceva, non erano consentite. E devo dirti che sono pure d’accordo. Ma quanto avevo invidiato, in quel calore degli anni 60, i ragazzi che si bagnavano nelle fontane a piazza Diaz e a piazza Municipio. Mi pareva giusto che fosse il turno mio. Voglio dire, oggi le vecchie fanno di peggio che mettere i piedi nudi a mollo nelle fontane, o no?
Sono infantile lo so, ma a 86 anni, è consentito.
Poi mi assale una rabbia da MILF, che mi riporta agli anni della menopausa.
– Ma allora perché quei mentecatti protestavano? Qui si tratta di mistificazioni belle e buone! Si inventano le notizie pur di far cadere il Comune.
Nonostante Davide cerchi di trattenermi, io non sento ragioni e pretendo di andare al Municipio, anche se oramai sono le 11 e fanno 230 gradi.
Il corteo è effettivamente ancora in corso, anche se dei venti, saranno rimasti in cinque.
Avvicino il più grosso.
– Allora??
– Allora che?
– Perché protestavate? Non si può fare il bagno nelle fontane!
– E quindi? Non si può fare da tanti anni.
– E perché dicevate di sì?
– Ma chi?
– Voi?
Il tizio si rivolge a Davide:
– ‘A nonna ha pigliat’ ‘o colpo ‘e calore?
– Non sono sua nonna!
Il tizio è molto grosso e io sono troppo vecchia perché mi dia una lezione a schiaffi, riassume, quindi, la situazione nei nuovi giri turistici alle otto fontane di Napoli.
Lui e gli altri ciceroni della città non riescono a fare il tour fontane, a causa delle lotte tra scugnizzi e tutori della legge. Schiamazzi e rincorse impediscono le spiegazioni.
I ragazzi provano, comunque e sempre, a tuffarsi e i vigili li fermano, a ripetizione. I ciceroni, quindi, propongono di lasciare le fontane senza acqua.
Il monumento rimane bello e lo scugnizzo perde interesse, si leva l’acqua ed è fatta. Ma il Comune non vuole, perché fa troppo caldo e l’acqua delle fontane, un po’ di refrigerio lo fa.
– Va bene, grazie. Davide andiamo.
Mi sento così leggera e felice. Davide, invece, tituba, e mi conosce troppo bene per non sapere che cosa ho in mente.
– Zia Tita tu non ci andrai, vero?
– Ma figurati. Solo, ho chiarito, che non era una presa in giro.
Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, mi apposto al bar vicino alla rotonda Diaz, accompagnata dalla signora-fa-caldo, che mi ha seguito per inerzia.
Tengo d’occhio un gruppo di ragazzini e uno di vigili urbani, che tra poco se le daranno.
Ho calcolato tre, massimo quattro minuti, per raggiungere il bordo della fontana; un altro minuto per sedersi e roteare con il culo, sul detto bordo, e almeno altri due per immergere in sicurezza i piedi nell’acqua senza cadere.
In tasca un paio di occhiali di plastica, che fingerò di aver appena recuperato dalla fontana.
La mia complice fa-caldo sarà lì, pronta a salutare con la mano alta, per avvalorare la tesi che:
… mentre ero al bar con la mia amica fa-caldo, mi sono alzata per prendere una boccata di fresco dallo zampillo della fontana, nello sporgermi sono caduti gli occhiali e mi sono trovata costretta a bagnarmi per recuperare le lenti. Giudice le giuro, è andata così.
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Barbara Napolitano
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