Il prezioso Libro d’Ore custodito alla Biblioteca Berio è stato studiato con tecnologie non invasive. Le analisi ricostruiscono la tavolozza, i materiali e le raffinate tecniche impiegate oltre cinque secoli fa da Francesco Marmitta

Ha le dimensioni raccolte di un libro destinato alla devozione privata, ma ogni sua pagina possiede la ricchezza visiva di un dipinto e la preziosità di un oggetto di corte. L’Offiziolo Durazzo, uno dei tesori più importanti custoditi dalla Biblioteca civica Berio, torna al centro della ricerca internazionale grazie a uno studio scientifico dedicato ai materiali e alle tecniche utilizzati per realizzarlo.

L’indagine, pubblicata sulla rivista internazionale “Applied Sciences”, ha coinvolto un gruppo multidisciplinare di studiosi e istituti di ricerca, con la collaborazione della Biblioteca Berio. Per esaminare il manoscritto sono state impiegate tecniche spettroscopiche e sistemi avanzati di acquisizione delle immagini, tutti rigorosamente non invasivi: il codice non è stato sottoposto a prelievi e la sua integrità è rimasta intatta.


Lo studio è consultabile all’indirizzo https://www.mdpi.com/2076-3417/16/14/7051.
Il termine “offiziolo” indica un piccolo libro liturgico destinato soprattutto alla preghiera personale. In questo caso si tratta di un Libro d’Ore, cioè di un manoscritto che raccoglieva testi, preghiere, salmi e uffici da recitare nelle diverse ore della giornata secondo il calendario religioso.
Tra la fine del Medioevo e il Rinascimento, questi volumi divennero anche oggetti di prestigio. Le famiglie più ricche e i committenti di alto rango ne ordinavano esemplari personalizzati, decorati con miniature, iniziali istoriate, bordure vegetali e materiali particolarmente costosi. Non erano quindi soltanto strumenti di devozione, ma autentici simboli di cultura, ricchezza e appartenenza sociale.
L’Offiziolo Durazzo appartiene alla categoria più alta di questa produzione. Venne realizzato nei primi anni del Cinquecento dal parmense Francesco Marmitta, pittore, miniatore e orafo, protagonista di una cultura figurativa nella quale pittura, decorazione libraria e lavorazione dei metalli preziosi si intrecciavano continuamente. La sua attribuzione rientra tra le opere più significative dell’artista insieme al Messale del cardinale Della Rovere e ad altri codici miniati.
Il manoscritto è celebre soprattutto per due caratteristiche che lo distinguono nettamente dalla maggior parte dei Libri d’Ore rinascimentali: la pergamena purpurea e la crisografia, vale a dire la scrittura eseguita in oro. Le pagine, anziché presentare il normale colore chiaro della pelle animale lavorata, sono immerse in una tonalità viola intensa sulla quale lettere dorate, miniature e decorazioni emergono con straordinaria luminosità.
La scelta della porpora non era puramente estetica. Fin dall’antichità questo colore era associato al potere imperiale, alla regalità e alla sacralità. Nel codice, la superficie purpurea trasforma ogni pagina in un fondale solenne, facendo risaltare l’oro e i colori delle miniature come se fossero pietre preziose incastonate.
Il nuovo studio ha analizzato proprio la composizione di questa pergamena, insieme ai pigmenti, ai coloranti e ai metalli presenti nelle decorazioni. Gli strumenti hanno permesso di osservare la risposta fisica e chimica dei materiali senza toccare o alterare le pagine, costruendo una sorta di mappa invisibile della tavolozza usata nella bottega di Francesco Marmitta.
Le indagini hanno confermato l’impiego di sostanze di grande valore. Tra queste figura il blu oltremare naturale, ricavato dal lapislazzuli e considerato per secoli uno dei pigmenti più costosi disponibili agli artisti europei. La pietra doveva essere importata da regioni lontane, frantumata e sottoposta a una lavorazione complessa per separare la componente blu dalle impurità.
L’utilizzo dell’oltremare non era mai casuale. Il suo costo poteva essere paragonabile, in determinati contesti, a quello dei metalli preziosi, e la sua presenza in un manoscritto indicava la disponibilità economica del committente e l’eccezionale importanza attribuita all’opera.
Accanto al blu sono stati individuati il vermiglio, la malachite e coloranti organici ottenuti da insetti. Il vermiglio, caratterizzato da un rosso acceso, era tradizionalmente prodotto attraverso materiali a base di mercurio. La malachite, minerale di rame, forniva invece tonalità verdi brillanti, particolarmente adatte alle parti vegetali, alle vesti e alle decorazioni ornamentali.
I coloranti estratti dagli insetti consentivano di ottenere rossi e porpora intensi e trasparenti. La loro preparazione richiedeva esperienza, dosaggi precisi e conoscenze pratiche tramandate nelle botteghe. La compresenza di sostanze minerali, organiche e metalliche mostra quanto fosse sofisticata la costruzione cromatica del codice.
L’oro non venne utilizzato soltanto per scrivere i testi. Compare nelle iniziali, nelle decorazioni e nelle miniature, creando effetti di luce che cambiano a seconda dell’inclinazione della pagina. Anche l’argento contribuiva alla costruzione visiva dell’opera, benché questo metallo sia particolarmente delicato perché tende a ossidarsi e scurirsi nel tempo.
L’analisi scientifica aiuta quindi a comprendere non soltanto quali materiali furono impiegati, ma anche come vennero sovrapposti, miscelati e applicati. Dietro l’apparente immediatezza delle miniature si nascondeva una successione rigorosa di fasi: preparazione della pergamena, colorazione purpurea, tracciamento del disegno, stesura dei pigmenti, applicazione dei metalli e rifinitura dei particolari.
Il lavoro rivela la doppia identità di Francesco Marmitta, artista capace di pensare come pittore e operare con la precisione di un orafo. Le miniature contengono infatti dettagli architettonici, gioielli, cornici e superfici metalliche trattati con un’attenzione quasi microscopica.
Il codice risale all’inizio del XVI secolo, ma l’identità del primo committente non è stata definitivamente chiarita. È stata avanzata l’ipotesi che l’opera fosse destinata inizialmente a un magistrato o a un esponente dell’ambiente veneziano, per poi passare a un collezionista legato a Parma. Una delle ricostruzioni mette inoltre in relazione il manoscritto con il “Ritratto di un collezionista” attribuito al Parmigianino, nel quale l’effigiato tiene tra le mani un volume identificato proprio con l’Offiziolo Durazzo.
Il nome con cui oggi è conosciuto deriva invece dalla famiglia genovese Durazzo. Il marchese Marcello Durazzo, che ne era entrato in possesso, lo destinò alla Biblioteca Berio nel 1847. Da allora il manoscritto è parte delle raccolte civiche genovesi e viene conservato tra i fondi antichi e speciali dell’istituto.
Il nuovo studio offre informazioni fondamentali anche sul piano conservativo. Conoscere la composizione dei pigmenti e delle leghe metalliche permette infatti di prevedere meglio le reazioni dei materiali alla luce, all’umidità, alle variazioni termiche e agli agenti presenti nell’ambiente.
Ogni elemento richiede attenzioni differenti. La pergamena può deformarsi in presenza di sbalzi climatici, l’argento può annerirsi, alcuni coloranti organici possono perdere intensità e determinati pigmenti possono reagire con le sostanze vicine. Una mappa scientifica dei materiali consente quindi di impostare condizioni di conservazione e modalità espositive più precise.
È anche per questo che un manoscritto simile non può essere mostrato continuamente. L’esposizione alla luce deve essere controllata e limitata, perché il danno prodotto sulle sostanze più sensibili può essere progressivo e irreversibile. Le analisi appena concluse contribuiranno a stabilire tempi, illuminazione e condizioni più sicure per le future occasioni in cui il pubblico potrà vedere direttamente il codice.
L’assessore comunale alla Cultura Giacomo Montanari interpreta la ricerca come la dimostrazione del ruolo attivo delle istituzioni culturali. «Le biblioteche e i musei civici non sono luoghi che semplicemente racchiudono memorie storico-artistiche, ma veri e propri laboratori di ricerca, innovazione e produzione culturale», osserva.
Per Giacomo Montanari, l’Offiziolo Durazzo rappresenta una gemma unica nel panorama rinascimentale mondiale. La collaborazione tra il personale della Biblioteca Berio, con il contributo di Emanuela Ferro, e i centri di ricerca consente di approfondire la tecnica esecutiva di Francesco Marmitta e di costruire una base documentaria indispensabile per la tutela del manoscritto.
Il valore del progetto supera quindi il singolo caso. Applicare la diagnostica scientifica ai beni culturali significa permettere alla storia dell’arte, alla chimica, alla fisica, alla conservazione e all’elaborazione delle immagini di lavorare sullo stesso oggetto, formulando domande differenti ma complementari.
La lettura storico-artistica può riconoscere lo stile di un miniatore e i riferimenti iconografici, mentre la scienza può individuare un pigmento, osservare un ritocco, distinguere due campagne decorative o segnalare un processo di alterazione non ancora visibile a occhio nudo.
La Biblioteca Berio assume così il ruolo di custode e, contemporaneamente, di centro di produzione della conoscenza. L’Offiziolo non viene trattato come una reliquia immobile, ma come un documento ancora capace di fornire informazioni nuove sulla circolazione delle materie prime, sull’organizzazione delle botteghe e sulla cultura del lusso nel Rinascimento.
Indagini analoghe sono già state avviate o interesseranno altri capolavori conservati nei Musei di Strada Nuova, nel Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone e nell’Archivio storico del Comune. L’obiettivo è costruire un metodo condiviso nel quale lo studio scientifico preceda e sostenga ogni scelta di conservazione, restauro e divulgazione.
A più di cinquecento anni dalla sua realizzazione, l’Offiziolo Durazzo continua dunque a raccontare una storia che non riguarda soltanto la devozione privata o la miniatura. Nelle sue pagine si incontrano il commercio internazionale dei pigmenti, il sapere degli artigiani, la ricchezza dei committenti, la spiritualità rinascimentale e la capacità di un artista di trasformare un piccolo libro in un universo di luce, metalli e colore.
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