La Pinault Collection di Venezia nell’anno della 61° Esposizione Internazionale d’arte 2026 ha organizzato quattro mostre d’arte contemporanea, nelle due sedi museali di Palazzo Grassi e Punta della Dogana.
Questi due palazzi fanno parte della Pinault Collection, che dal 2005 realizza mostre d’arte contemporanea a Venezia e dal 2021 nella sede parigina della collezione, la Bourse de Commerce. Entrambe le location sono state restaurate dall’architetto giapponese Tadao Ando (TAAA – Tadao Ando Architect & Associates).
A Palazzo Grassi le mostre messe in scena sono “The Promise of change” di Michael Armitage e “Co – Travellers” di Amar Kanwar. A Punta della Dogana, “Algebra” di Paulo Nazareth e “Third Person” di Lorna Simpson.
Ci focalizzeremo sulle mostre di Michael Armitage e Paulo Nazareth perchè i due artisti trattano la tematica delle migrazioni, raccontando i loro Paesi d’origine, le tensioni sociopolitiche, la violenza, le ideologie e la crisi migratoria globale.
Palazzo Grassi è stato costruito a partire dal 1748, dalla ricca Famiglia Grassi che volle ispirarsi, per gli interni alle antiche case romane, come dimora affacciata sul Canal Grande.
Il primo e secondo piano del palazzo ospitano fino a Gennaio 2027 la mostra di Michael Armitage “The Promise of Change”, titolo esplicativo di come si vorrebbe cambiare la situazione sociale e politica dell’Africa, scontrandosi invece con una realtà profondamente problematica.
L’artista keniota britannico è nato nel 1984 a Nairobi e presenta un nucleo di quarantacinque dipinti, tra lavori storici e nuove produzioni, e più di cento studi che rivelano il suo linguaggio pittorico, ricco e sensibile, e mettono in scena figure e composizioni complesse con una notevole intensità cromatica, unendo diversi canoni estetici.
Il pittore non esita ad affrontare temi violenti e difficili, ritenendo che l’arte non possa ignorare la realtà: le conseguenze delle guerre, la corruzione, l’instabilità nelle regioni equatoriali, la crisi migratoria, il peso dello sguardo altrui e ancora l’abuso di potere costituiscono lo sfondo di alcune sue opere particolarmente toccanti.
Dividendo la propria vita tra Kenya e Indonesia, Armitage trae ispirazione da una molteplicità di fonti: fatti storici e attualità contemporanea, manifestazioni politiche, letteratura, cinema, rituali locali, architetture coloniali e moderne, fauna e flora, oltre alla storia globale dell’arte. Al centro della sua iconografia si trova l’Africa orientale, e il Kenya in particolare, che esplora con una sensibilità al tempo stesso critica e satirica, così come con una profondità visionaria.
Se alcune scene sono precisamente collocate nello spazio e nel tempo — ad esempio quando l’artista ha seguito una squadra di giornalisti che documentava i movimenti d’opposizione e la loro violenta repressione durante le elezioni del 2017 in Kenya, o quando rappresenta fatti legati al confinamento del 2020–2021 — altre restano più elusive e universali. Questa ambiguità conduce Armitage verso territori fluttuanti.
Le opere dell’artista sono dipinte a olio su un tessuto ricavato dalla corteccia di alberi secondo le tradizioni ugandese e indonesiana, liberandosi così dalla tela convenzionale occidentale. Le irregolarità naturali di questo materiale — fori, pieghe e una texture ruvida — influenzano direttamente le composizioni visive dell’artista. Eseguite con una tavolozza lussureggiante e sensuale, le pitture di Armitage sono il risultato di un processo di sovrapposizione e stratificazione: la pittura viene applicata a strati dando vita a un’immaginazione evocativa e singolare. La pratica del disegno, cui è dedicata una vasta sala all’interno della mostra, rivela inoltre l’attenzione che l’artista riserva ai dettagli, alla composizione e agli studi preparatori.
Punta della Dogana o “Dogana da Mar” chiamata così sin dai tempi della Repubblica di Venezia, per la sua posizione centrale tra il Bacino di San Marco e l’imbocco del Canal Grande e del Canale della Giudecca, veniva utilizzata come sede doganale per le merci e beni oggetto del commercio navale.
Dopo un importante restauro realizzato da Tadao Ando nel 2008, insieme ad un gruppo di professionisti italiani, Punta della Dogana è diventata la seconda sede espositiva veneziana della Pinault Collection.
Al primo piano dell’edificio il visitatore può ammirare la mostra personale dell’artista brasiliano Paulo Nazareth: “Algebra”. Il progetto espositivo riunisce oltre vent’anni di pratica artistica. La mostra trae il suo titolo Algebra, dall’arabo al – jabr, dal rimettere insieme le ossa rotte, evocando l’essenza dell’algebra come arte del risolvere gli incogniti e ricomporre ciò che è stato fratturato. Per Paulo Nazareth questo diventa una metodologia per affrontare le fratture irrisolte della storia attraverso camminate epiche nelle Americhe, nei Caraibi e nel continente africano: una pratica apparentemente semplice per comunicare un messaggio complesso ed importante come quello di appartenere ad un luogo.
Infatti, la sua pratica del camminare svela la violenza coloniale e razziale che ha modellato i confini contemporanei, proponendo forme di conoscenza radicate nella relazione, nella saggezza ancestrale anziché nella mappatura coloniale.
Una spessa linea di sale attraversa ogni sala, segnando una soglia tra ciò che è visibile e ciò che resta sommerso. Per i visitatori più attenti, questa linea rivela lentamente la geometria di una nave fantasma – un tumbeiro, il termine portoghese per le navi negriere che attraversavano l’Atlantico. Il sale funziona come metafora sia come agente materiale: guarisce, corrode e si accumula. Rappresenta altresì una linea di confine, che può essere percepita come un luogo liminale da poter oltrepassare.
Centrale tra le creazioni esposte è “Noticias de America”, che condensa i dieci mesi di cammino di Nazareth dal Brasile a New York. Fotografie, testi, Havaianas consumate tracciano momenti in cui identità e confini si scontrano, offrendo una testimonianza diretta della migrazione come esperienza vissuta e come finzione costruita. Armitage e Nazareth, due artisti diversi con medium ed estetiche differenti ma accomunati da una fortissima relazione con il loro Paese d’origine, la storia e i rituali religiosi e quotidiani.
Particolarmente significativo appare anche il progetto “Altri Sguardi”, il laboratorio di scambio culturale che Palazzo Grassi – Punta della Dogana dedica ogni anno a persone rifugiate, richiedenti asilo e partecipanti con una storia migratoria. Nato nel 2019, “Altri Sguardi” si configura come un’esperienza di scambio culturale che valorizza la pluralità delle prospettive e favorisce la partecipazione attiva alla vita culturale. I e le partecipanti al progetto osservano, interpretano e mediano le opere d’arte proponendo ai visitatori e alle visitatrici una narrazione inedita e plurale delle mostre ospitate nelle sedi veneziane della Pinault Collection. Il museo si trasforma in uno spazio di riflessione e racconto capace di accogliere differenti esperienze e punti di vista, dando spazio a voci solitamente marginalizzate. Le opere d’arte diventano terreno di dialogo su questioni urgenti della contemporaneità, come l’inclusione sociale e culturale.
L’attenzione all’accessibilità rappresenta un ulteriore elemento di interesse delle due sedi espositive. Osservate alla luce dei principi dell’Universal Design, teorizzato da Ronald Mace, le mostre presentano diverse caratteristiche che favoriscono una fruizione ampia ed inclusiva.
Gli spazi espositivi risultano ampi e ben organizzati, consentendo una mobilità agevole anche alle persone con disabilità motoria. Inoltre, la disposizione e l’altezza delle opere permettono una visione complessiva dei lavori esposti da differenti punti di osservazione.
Tra le risorse disponibili figurano un percorso accessibile e materiali informativi in Lingua dei Segni Italiana (LIS), consultabili attraverso il sito ufficiale di Palazzo Grassi. Anche il personale di sala contribuisce a creare un ambiente accogliente e disponibile all’ascolto delle diverse esigenze dei visitatori e delle visitatrici.
Pur evidenziando numerosi aspetti positivi, un’ulteriore implementazione dei principi dell’Universal Design potrebbe prevedere, laddove compatibile con le esigenze conservative delle opere, l’introduzione di modelli o supporti tattili. Tali strumenti consentirebbero di ampliare ulteriormente le modalità di fruizione, offrendo un’esperienza più accessibile anche alle persone con disabilità visiva.
Infine, è importante sottolineare che anche i servizi igienici risultano conformi ai requisiti di accessibilità contribuendo, quindi, a rendere la visita più agevole.
Nel complesso, si può, quindi, affermare che Palazzo Grassi e Punta della Dogana rappresentano un esempio interessante di come le istituzioni culturali possano promuovere percorsi orientati all’inclusione e all’accessibilità, favorendo la partecipazione del più ampio numero possibile di visitatori e visitatrici.
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Manuela Viezzoli
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