Donald Trump ha avuto almeno il merito della franchezza. Gli Stati Uniti, ha spiegato, non sono intervenuti nel Golfo Persico per garantire la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, ma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. Una dichiarazione che chiarisce la natura della strategia americana: la sicurezza delle rotte commerciali mondiali viene considerata secondaria rispetto agli interessi immediati di Washington. Il problema è che Hormuz non è affatto secondario per l’Europa, per l’Asia orientale e per l’intero sistema energetico internazionale. Lo stesso vale per Bab el-Mandeb, all’ingresso meridionale del Mar Rosso, tornato incandescente dopo la ripresa degli scontri tra Arabia Saudita e Huthi yemeniti.
Quando Bab el-Mandeb diventa impraticabile, le navi sono costrette a circumnavigare l’Africa. I tempi di consegna aumentano, crescono i costi assicurativi e quelli del carburante, mentre il Mediterraneo perde traffici a vantaggio delle rotte atlantiche. Ne soffrono i porti italiani, greci e francesi, ma soprattutto l’Egitto, che dipende in misura rilevante dai pedaggi del Canale di Suez per ottenere valuta estera.
La dottrina del doppio vantaggio americano
L’instabilità del Golfo produce per gli Stati Uniti un paradossale vantaggio geoeconomico. Mentre le esportazioni energetiche attraverso Hormuz incontrano difficoltà, Washington aumenta le vendite del proprio petrolio e del proprio gas. L’Europa, già impegnata a ridurre le forniture russe, si ritrova così più dipendente dall’energia americana e maggiormente esposta alle oscillazioni dei prezzi. È la traduzione concreta di una politica fondata sulla gerarchia degli interessi: prima quelli degli Stati Uniti, poi eventualmente quelli degli alleati. Washington pretende dall’Europa un aumento delle spese militari e l’acquisto di armamenti americani, senza garantire in cambio una tutela efficace delle rotte da cui dipende l’economia europea.
La guerra contro l’Iran, inoltre, continua senza un obiettivo politico chiaramente raggiungibile. Si è parlato della caduta del sistema politico iraniano, della distruzione del programma nucleare e della rinuncia di Teheran ai missili balistici. Nessuno di questi obiettivi appare vicino. L’apparato statale iraniano resta in piedi, la produzione missilistica continua e le basi americane nel Golfo rimangono esposte ad attacchi condotti con missili e velivoli senza pilota.
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La battaglia degli arsenali
Dal punto di vista militare, la questione decisiva non riguarda soltanto i danni inflitti, ma il consumo delle munizioni difensive. Ogni attacco iraniano obbliga gli Stati Uniti e i loro alleati a impiegare costosi intercettori Patriot e missili destinati agli scudi antimissile ad alta quota. Si tratta di sistemi complessi, prodotti in quantità limitate e difficili da sostituire rapidamente. Una guerra prolungata nel Golfo riduce quindi le riserve disponibili non soltanto per le monarchie arabe, ma anche per l’Ucraina e per gli alleati asiatici degli Stati Uniti.
Mosca osserva questa dinamica con evidente interesse. Più Washington consuma intercettori in Medio Oriente, minori sono le risorse che possono essere trasferite a Kiev. La Russia può così intensificare gli attacchi contro le retrovie ucraine utilizzando proprio quei missili balistici che richiedono difese avanzate e numerose.
Anche le notizie relative ad attacchi iraniani contro strutture dell’intelligence americana nel Golfo indicano un’evoluzione significativa. Qualora Teheran avesse ricevuto informazioni satellitari o indicazioni operative da Mosca, si tratterebbe della risposta speculare al sostegno fornito dagli Stati Uniti e da alcuni Paesi europei agli attacchi ucraini contro obiettivi situati in territorio russo. La guerra indiretta tra grandi potenze si starebbe così estendendo dal fronte ucraino al Golfo Persico.
Il nucleare consentito agli amici e proibito ai nemici
La richiesta americana che l’Iran rinunci all’arricchimento dell’uranio appare ancora più contraddittoria alla luce dell’accordo nucleare civile tra Stati Uniti e Arabia Saudita.
Teheran sostiene di non voler costruire armi atomiche, ma dispone di quantità rilevanti di uranio arricchito oltre le necessità ordinarie di un programma civile. Washington considera questa capacità una minaccia intollerabile. Allo stesso tempo, però, offre a Riad tecnologie nucleari che potrebbero consentire in futuro lo sviluppo di capacità autonome di arricchimento. L’Arabia Saudita ha inoltre finanziato per decenni il programma nucleare pakistano. Da tempo circola l’ipotesi che Islamabad possa garantire alla monarchia saudita una protezione atomica o, in circostanze estreme, fornire testate destinate ai missili balistici già presenti nel Regno.
L’Iran è dunque circondato da potenze nucleari dichiarate o potenziali: Israele, Pakistan, Stati Uniti e forse la stessa Arabia Saudita. Pretendere che rinunci unilateralmente ai missili e alle capacità nucleari senza offrirgli un nuovo sistema regionale di sicurezza significa chiedergli una resa strategica, non un accordo.
L’Iran ferito ma non sconfitto
Negli ultimi anni Teheran ha subito importanti sconfitte geopolitiche. La caduta del governo siriano alleato ha interrotto la continuità territoriale che collegava Iran, Iraq, Siria e Libano meridionale. La cosiddetta mezzaluna sciita è stata indebolita e la capacità iraniana di sostenere i propri alleati nel Mediterraneo orientale è diminuita.
Eppure l’Iran ritiene di avere resistito agli attacchi israeliani e americani, conservando il proprio sistema politico, gli arsenali missilistici e la capacità di bloccare Hormuz. Dal punto di vista iraniano, sopravvivere a una guerra condotta da avversari militarmente superiori equivale già a una vittoria. Per questo Teheran difficilmente accetterà un’intesa che non riconosca il suo ruolo di potenza del Golfo. Il messaggio iraniano è semplice: se l’Iran non potrà esportare il proprio petrolio, neppure gli altri produttori potranno farlo liberamente.
L’Europa tra dipendenza e irrilevanza
Il prezzo del petrolio si avvicina nuovamente a livelli capaci di colpire famiglie, imprese e trasporti. Alla crescita delle quotazioni internazionali si aggiungono le consuete speculazioni, con rincari immediati alla pompa e riduzioni molto più lente quando il greggio diminuisce. Per l’Europa, la contemporanea instabilità di Hormuz e Bab el-Mandeb rappresenta uno scenario quasi da incubo: energia più costosa, traffici marittimi deviati, porti mediterranei penalizzati, inflazione e perdita di competitività industriale.
La risposta europea continua tuttavia a limitarsi agli appelli alla riduzione delle tensioni. Ma auspicare la pace senza disporre di strumenti politici, diplomatici ed economici per favorirla significa soltanto assistere agli eventi. L’Unione Europea dovrebbe subordinare almeno una parte della cooperazione militare con Washington alla tutela degli interessi energetici e commerciali europei. Dovrebbe inoltre riconsiderare una politica che ha eliminato le forniture russe senza aver costruito alternative sufficientemente sicure e convenienti.
Non si tratta di sostituire una dipendenza con un’altra, ma di recuperare margini di scelta. La politica estera nasce dalla diversificazione, non dall’obbedienza. Finché l’Europa continuerà a spendere, riarmarsi e pagare l’energia senza pretendere contropartite, Washington potrà difendere esclusivamente i propri interessi. E agli europei resterà il ruolo di finanziare una strategia americana di cui subiscono i costi senza determinarne gli obiettivi.
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Fulvio Scaglione
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