Ue e Usa alzano il muro commerciale ma la Cina è già dentro


La multa da 550 milioni di euro inflitta dalla Commissione europea ad AliExpress non riguarda soltanto la vendita di prodotti contraffatti, pericolosi o non conformi. Segna il passaggio da una politica europea fondata sulla tolleranza commerciale a una strategia di contenimento delle piattaforme cinesi. Bruxelles accusa AliExpress di non aver valutato e ridotto adeguatamente i rischi connessi alla circolazione di merci illegali. La sanzione è la più elevata finora applicata nell’ambito della normativa europea sui servizi digitali e segue altri provvedimenti contro le grandi piattaforme del commercio elettronico.

Pechino risponde accusando l’Europa di utilizzare la tutela dei consumatori e dell’ambiente come copertura per introdurre barriere discriminatorie. Analoga protesta è stata rivolta alla Francia per la legge contro la moda ultrarapida, che colpisce soprattutto Shein, Temu e AliExpress attraverso limitazioni pubblicitarie e penalizzazioni economiche. Il governo francese sostiene che queste imprese aggirino le regole sociali, fiscali e ambientali rispettate dai concorrenti europei; la Cina denuncia invece una violazione del principio di non discriminazione.

Entrambe le letture contengono una parte di verità. Le piattaforme cinesi hanno costruito il proprio successo su prezzi bassissimi, consegne frammentate, grandi quantità di prodotti e una capacità industriale difficilmente eguagliabile. Ma l’Europa, dopo aver favorito per decenni la delocalizzazione della produzione, scopre ora che il consumatore compra dove trova il prezzo più conveniente. La regolamentazione diventa così anche uno strumento di politica industriale.

Europa, la difesa arriva quando l’industria è già indebolita

Il problema non riguarda soltanto l’abbigliamento. Automobili elettriche, batterie, pannelli solari, apparecchi elettronici e piattaforme digitali mostrano lo stesso schema: la Cina conquista quote di mercato attraverso economie di scala, sostegno pubblico, controllo delle catene produttive e rapidità di esecuzione. L’Europa tenta di reagire con multe, dazi e norme ambientali, ma continua a dipendere dalla Cina per componenti, materie prime e capacità manifatturiera. La contraddizione è evidente: Bruxelles vuole limitare l’avanzata cinese senza rinunciare ai vantaggi economici prodotti dagli scambi con Pechino.

Un fronte europeo comune sarebbe certamente più efficace delle iniziative nazionali isolate. Ma la Cina ha imparato da tempo a trattare separatamente con i singoli governi, offrendo investimenti, accesso al proprio mercato o accordi industriali. Le divergenze tra Francia, Germania, Italia, Ungheria e altri Paesi permettono a Pechino di ridurre la forza contrattuale dell’Unione.

La questione, dunque, non è soltanto imporre sanzioni. È stabilire se l’Europa sia disposta a sostenere i costi di una vera politica industriale: energia meno cara, investimenti pubblici, protezione delle imprese strategiche e ricostruzione delle filiere produttive.

L’automobile mostra il rovesciamento dei rapporti di forza

La crisi delle case automobilistiche straniere in Cina è particolarmente significativa. Nel giugno 2026 le vendite dei marchi di lusso sono diminuite del 29,5 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre nel primo semestre la flessione è stata del 17,9 per cento. I consumatori cinesi, anche quelli più ricchi, stanno abbandonando progressivamente le costose automobili a benzina occidentali a favore dei modelli elettrici e tecnologicamente avanzati prodotti in patria.

Per decenni, il mercato cinese ha rappresentato una fonte straordinaria di profitti per le industrie automobilistiche europee. Oggi quella dipendenza si trasforma in vulnerabilità. Le imprese cinesi non si limitano più a produrre a basso costo: competono sulla qualità, sui programmi informatici, sulle batterie e sull’integrazione digitale.

Negli Stati Uniti, intanto, una proposta di legge mira a vietare la vendita di automobili connesse prodotte da società partecipate per oltre il 15 per cento da soggetti cinesi. La misura potrebbe colpire perfino Mercedes-Benz, il cui capitale è detenuto per quasi il 20 per cento da investitori cinesi. Il paradosso è istruttivo: nel tentativo di escludere la Cina, Washington rischia di danneggiare uno dei principali gruppi industriali europei.

Il caso Vanke e il salvataggio controllato

La Cina, tuttavia, non è priva di debolezze. Il prestito concesso dalla metropolitana di Shenzhen a China Vanke serve a evitare nuove difficoltà nel rimborso delle obbligazioni e mostra quanto il settore immobiliare rimanga fragile. Pechino continua a intervenire, ma evita salvataggi illimitati. L’obiettivo è impedire fallimenti disordinati senza cancellare completamente le perdite. È una strategia di sostegno selettivo: lo Stato mantiene in vita le imprese considerate importanti, ma obbliga creditori e investitori ad accettare proroghe, riduzioni e soluzioni temporanee.

Questa prudenza rivela che la forza industriale cinese convive con un problema interno irrisolto: il debito immobiliare, la debolezza della domanda e la necessità di trasferire capitali dalla costruzione alla tecnologia e alla produzione avanzata.

L’intelligenza artificiale e il paradosso americano

Il caso più sorprendente riguarda però l’intelligenza artificiale. Una società statunitense, colpita da un agente autonomo costruito con tecnologia americana, ha utilizzato un modello cinese a codice aperto per analizzare l’incidente, dopo che i sistemi statunitensi avevano rifiutato di collaborare a causa dei propri vincoli di sicurezza.

L’episodio dimostra che una protezione troppo rigida può diventare un vantaggio competitivo per l’avversario. Le imprese americane limitano l’accesso ai propri sistemi per ridurre i rischi di impiego offensivo; i modelli cinesi, più aperti e adattabili, possono invece conquistare utilizzatori proprio nei settori più delicati.

La strategia cinese consiste nel trasformare il codice aperto in uno strumento di penetrazione internazionale. Se aziende, ricercatori e governi iniziano a dipendere da modelli cinesi, Pechino può costruire un ecosistema tecnologico alternativo a quello statunitense, anche senza possedere i semiconduttori più avanzati.

Una guerra economica senza separazione possibile

Europa e Stati Uniti stanno cercando di costruire un fronte più compatto contro la Cina. Ma lo fanno dopo trent’anni di integrazione produttiva, finanziaria e tecnologica. Il capitale cinese è presente nelle imprese occidentali; le industrie europee dipendono dalle catene asiatiche; le società americane possono aver bisogno di strumenti cinesi perfino per difendersi da un incidente informatico.

La vera questione non è più se lo scontro economico con Pechino arriverà. È già cominciato. Il problema è capire chi sopporterà meglio i suoi costi.

La Cina dispone di una strategia industriale, di un mercato interno enorme e di un sistema politico capace di concentrare rapidamente le risorse. L’Occidente dispone ancora della finanza, della ricerca e di grandi imprese, ma procede attraverso decisioni frammentarie, spesso contraddittorie.

Le multe possono rallentare le piattaforme cinesi. I divieti possono ostacolare alcune automobili. Le restrizioni tecnologiche possono limitare l’accesso ai componenti più avanzati. Ma senza una ricostruzione della capacità produttiva occidentale, il muro rischia di essere alzato quando la Cina si trova già dall’altra parte.




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Fulvio Scaglione

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