C’è una lezione che la storia del Novecento e di questi primi decenni del XXI secolo continua a riproporre con impressionante regolarità: l’imperialismo non conosce compromessi stabili. Ogni concessione viene interpretata non come il punto di arrivo di una trattativa, ma come il punto di partenza per una richiesta ulteriore. È una logica che, secondo la lettura antimperialista, si è ripetuta dall’America Latina al Medio Oriente, dall’Africa all’Europa orientale: si cede un’unghia e vengono reclamate la mano, il braccio e infine l’intero corpo. In questa lettura, le tensioni con l’Iran, il Venezuela e Cuba non rappresentano vicende separate, ma tasselli di un’unica strategia geopolitica. Ogni volta che un fronte sembra raffreddarsi, un altro torna immediatamente al centro dell’agenda internazionale. La logica è quella di impedire l’esistenza di governi che perseguano modelli economici e politici alternativi rispetto all’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. E uno alla volta cadono governi che negli anni scorsi hanno riacceso la speranza nel Continente Americano: Argentina, Colombia, Perù, Honduras, Bolivia… Ognuno di questi paesi ha subito una conquista da parte degli USA attraverso strategie giudiziarie, brogli elettorali, campagne di odio.
Ed ora destano forte preoccupazione le nuove dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha nuovamente indicato Cuba come uno dei prossimi obiettivi della politica estera americana, sostenendo che, dopo altri fronti internazionali, Washington sarebbe pronta a “mettere a posto” anche la situazione dell’isola.
Le parole del presidente americano vengono lette da molti osservatori come l’ennesima conferma di una strategia che non considera conclusa alcuna partita geopolitica. Mentre nelle ultime settimane l’attenzione internazionale è stata monopolizzata dalla guerra con l’Iran e dall’enorme richiamo mediatico dei Mondiali di calcio, sullo sfondo sembrano riaffacciarsi le storiche pressioni contro Cuba.
Da una prospettiva antimperialista, non si tratta di episodi isolati, ma di una continuità storica. Cambiano i presidenti, mutano gli strumenti – embargo economico, sanzioni, isolamento diplomatico, operazioni di influenza, minacce militari – ma l’obiettivo rimarrebbe sostanzialmente immutato: favorire un cambiamento di governo pienamente allineato agli interessi strategici degli Stati Uniti.
La storia delle relazioni tra Washington e L’Avana, dall’embargo iniziato negli anni Sessanta fino alle più recenti restrizioni economiche, viene spesso richiamata come esempio di una pressione permanente esercitata nei confronti di un Paese che continua a rivendicare il diritto di scegliere autonomamente il proprio sistema politico ed economico.
È proprio questo il motivo per cui molti movimenti antimperialisti sostengono che non possa esistere una mediazione fondata su rapporti di forza così asimmetrici. Secondo questa impostazione, l’esperienza storica dimostrerebbe che ogni arretramento viene interpretato come un segnale di debolezza e produce richieste sempre più ampie, fino a mettere in discussione la stessa sovranità nazionale.
Le recenti dichiarazioni di Trump riaccendono quindi il dibattito internazionale sul futuro di Cuba e sulla stabilità dell’intera regione caraibica. Al di là delle diverse valutazioni politiche, resta evidente che un ulteriore aumento della tensione rischierebbe di aggravare un quadro internazionale già segnato da numerosi conflitti aperti.
Per chi guarda agli equilibri mondiali con una prospettiva antimperialista, la difesa della sovranità dei popoli resta il principio fondamentale: nessun Paese dovrebbe poter imporre con la forza, con le sanzioni o con la pressione economica il cambio di governo di un altro Stato. È una convinzione che continua ad alimentare il dibattito internazionale e che torna con forza ogni volta che nuove minacce sembrano affacciarsi all’orizzonte.
Il caso del Venezuela, conquistato con un’ incursione criminale e occupato con la scusa del terremoto, un dramma reale che viene utilizzato per scopi sordidi
Il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela, provocando migliaia di vittime e una crisi umanitaria senza precedenti, rischia di trasformarsi anche in un terremoto geopolitico. Secondo quanto riportato dalla rete televisiva americana ABC, l’amministrazione statunitense starebbe infatti valutando l’ipotesi di assumere temporaneamente la gestione del Paese con il dichiarato obiettivo di coordinarne la ricostruzione e preparare nuove elezioni.
La notizia, se confermata, rappresenterebbe uno sviluppo destinato ad alimentare un acceso dibattito internazionale, poiché riguarderebbe una forma di amministrazione diretta di uno Stato sovrano da parte di una potenza straniera.
Secondo le indiscrezioni, il progetto prevederebbe l’invio di circa tremila tecnici specializzati, accompagnati da esperti di infrastrutture, pianificazione urbana, protezione civile e logistica, con il compito di coordinare gli interventi necessari per far fronte alla devastazione causata dal sisma.
Washington giustificherebbe l’iniziativa sostenendo che il Venezuela necessita di una struttura amministrativa efficiente e neutrale per affrontare l’emergenza, ricostruire le città distrutte e predisporre il percorso verso nuove consultazioni elettorali. Il piano arriverebbe in un contesto politico estremamente delicato, dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro e l’assunzione della guida ad interim del Paese da parte della vicepresidente Delcy Rodríguez.
La tragedia naturale si intreccia così con una crisi istituzionale già profonda. Le immagini provenienti dalle aree colpite mostrano edifici crollati, ospedali fuori uso, reti elettriche compromesse e migliaia di persone costrette a vivere in rifugi di fortuna. Il bilancio delle vittime si avvicina ormai ai cinquemila morti, mentre decine di migliaia di sfollati attendono aiuti umanitari.
Sul piano del diritto internazionale, la questione appare particolarmente delicata. La Carta delle Nazioni Unite pone infatti al centro il principio della sovranità degli Stati e della non ingerenza negli affari interni, salvo specifici mandati internazionali o il consenso dello Stato interessato. Un’amministrazione temporanea guidata da Washington rappresenterebbe quindi un precedente di enorme rilievo politico e giuridico.
Questo mentre la comunità internazionale si trova di fronte alla necessità di garantire rapidamente soccorsi, assistenza sanitaria e ricostruzione a una popolazione colpita da una delle peggiori catastrofi naturali della sua storia recente. La sfida è trovare un equilibrio tra l’efficacia degli aiuti e il rispetto delle regole del diritto internazionale. E certo cedere agli USA la sovranità non è la strada giusta, specie dopo l’ azione criminale del 3 gennaio quando incursori dei marines hanno compiuto una strage (100 morti) per sequestrare il legittimo presidente del Venezuela Nicolas Maduro e Cilia Flores, la prima combattente.
Se il piano dovesse concretizzarsi, aprirebbe una nuova fase nei rapporti tra Stati Uniti e America Latina, destinata a suscitare un ampio confronto diplomatico sull’equilibrio tra intervento umanitario, ricostruzione e tutela della sovranità nazionale.
Il Venezuela rappresenta, in questa lettura, il precedente che alimenta oggi le preoccupazioni su Cuba. La vicenda venezuelana viene infatti interpretata come il laboratorio di una strategia criminale che punta a ottenere un cambiamento degli equilibri politici attraverso una combinazione di pressione economica, isolamento internazionale, sanzioni e dimostrazione di forza militare. Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa internazionale, lo stesso Donald Trump avrebbe evocato il cosiddetto “modello Venezuela” come possibile riferimento anche per Cuba, sostenendo che l’isola potrebbe essere il prossimo obiettivo della politica estera statunitense.
Da una prospettiva antimperialista, quanto avvenuto in Venezuela non rappresenta un episodio isolato ma la conferma di una linea di lungo periodo. Dall’America Latina al Medio Oriente, gli Stati Uniti avrebbero perseguito l’obiettivo di riportare sotto la propria influenza governi considerati ostili ai loro interessi strategici ed economici, facendo leva su strumenti differenti: embargo, sanzioni, pressione diplomatica, campagne mediatiche e, quando ritenuto necessario, anche il ricorso alla forza.
È in questo quadro che vengono lette le recenti dichiarazioni di Trump su Cuba. Terminata la fase più acuta della crisi con l’Iran e concluso il grande evento mediatico dei Mondiali di calcio, l’attenzione di Washington sembrerebbe tornare sul Mar dei Caraibi. Lo stesso presidente statunitense ha lasciato intendere che, dopo il Venezuela, Cuba potrebbe essere il prossimo dossier da “chiudere”, evocando la possibilità di replicare una strategia analoga a quella adottata nei confronti di Caracas.
Secondo questa interpretazione, l’obiettivo non sarebbe semplicemente modificare alcuni aspetti della politica cubana, ma favorire la nascita di un governo pienamente allineato agli interessi di Washington. È proprio per questo che il caso venezuelano viene indicato come un monito: quando una potenza imperiale ritiene di aver ottenuto un primo risultato, raramente considera concluso il confronto. Al contrario, ogni successo apre immediatamente un nuovo fronte. Da qui la convinzione, sostenuta da molti ambienti antimperialisti, che ogni concessione venga interpretata come un segnale di debolezza e che la storia dimostri come, ceduta un’unghia, vengano poi reclamate la mano, il braccio e infine l’intero corpo.
Le dichiarazioni pronunciate da Trump, secondo cui entro pochi mesi anche la questione cubana dovrebbe trovare una soluzione favorevole agli Stati Uniti, vengono quindi lette come il segnale di una strategia che non si limita al Venezuela ma investe l’intera America Latina. Cuba rimane il simbolo più evidente di questa contesa geopolitica: un Paese sottoposto da oltre sessant’anni a embargo economico e che continua a rappresentare, per molti movimenti antimperialisti, il banco di prova del principio di autodeterminazione dei popoli.
Luciano Vasapollo
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