Ogni giorno che passa senza una soluzione al transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz, Volodymyr Zelensky si scopre più solo. Dopo dodici settimane di conflitto tra Stati Uniti e Iran, il presidente ucraino sta realizzando come la sua capacità di resistere all’invasione russa sia estremamente dipendente dalle mosse di Donald Trump in Medio Oriente. Così, per una serie concatenata di eventi, pur registrando discreti risultati militari nel Donbass, il leader di Kiev teme di uscire sconfitto dall’altro conflitto, quello che non combatte: nel Golfo Persico. Col blocco della rotta da cui passa un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto scambiati a livello globale, il mondo è entrato nella più grande crisi di astinenza da petrolio mai registrata. Si è aperta una voragine nell’offerta pari a un miliardo di barili mentre le riserve strategiche e commerciali stanno calando a ritmi record, nello sforzo delle economie avanzate di mitigare l’impatto sui prezzi e tenere in piedi la domanda. Diversi Paesi del Golfo, come Iraq, Kuwait e Bahrein, hanno visto crollare le loro esportazioni energetiche e di conseguenza gli incassi, non disponendo di rotte alternative per far uscire il greggio. Ma altri Paesi, del Golfo e non, stanno invece traendo enormi profitti dagli aumenti dei prezzi (saliti del 60% in quasi tre mesi) del barile. E tra questi c’è naturalmente la Russia. È in effetti il petrolio l’anello di congiunzione tra le due guerre, in Iran e in Ucraina. E se a causa della prima crolla la disponibilità di barili, allora va bene comprarli altrove, anche se servono a finanziare la seconda. Di questo sembra essersi convinto anche Keir Starmer, premier del Regno Unito, un tempo alfiere delle sanzioni al Paese guidato da Vladimir Putin.
Londra ha infatti autorizzato l’importazione di gasolio e carburante per aerei prodotti dal petrolio russo in Paesi terzi a tempo indeterminato, fermo restando il diritto del Ministro dell’Interno di modificare, revocare o sospendere la licenza in qualsiasi momento. Si tratta di un clamoroso passo indietro nello sforzo del G7 di colpire le entrate finanziarie di Mosca per l’invasione dell’Ucraina. Da sempre in prima linea nelle ritorsioni alla Russia, spesso anche in anticipo rispetto all’Unione Europea, nell’ottobre del 2025, il Regno Unito aveva vietato l’importazione di prodotti petroliferi derivati dal petrolio russo in paesi terzi. Per dire, l’Ue ha introdotto un divieto analogo, ma solo a partire da gennaio, nell’ambito del diciottesimo pacchetto di sanzioni.
La deroga britannica è già in vigore e riflette le crescenti preoccupazioni per l’approvvigionamento di alcuni carburanti a causa del blocco effettivo dello Stretto di Hormuz. Sono state inoltre revocate alcune sanzioni sul trasporto di gas naturale liquefatto russo. Starmer, nel pieno della crisi che lo ha direttamente investito in seguito alla batosta alle elezioni locali per i laburisti, ha affermato che le sanzioni complessive si sono inasprite, ma che sono necessarie ulteriori flessibilità. Parole che non sono servite a evitargli critiche. La parlamentare Emily Thornberry, che presiede la Commissione Affari Esteri del Parlamento, ha affermato che gli ucraini si sentiranno “molto delusi” da questa mossa e ha aggiunto che gli alleati dell’Ucraina dovrebbero continuare a mettere sotto pressione l’industria petrolifera russa, perché “sta paralizzando completamente la loro economia”. La leader dei Conservatori Kemi Badenoch ha detto al premier che “dovrebbe vergognarsi” per la decisione, per poi aggiungere, durante il primo Question Time alla Camera dei Comuni, che in questo modo il governo offre dei soldi alla Russia tradendo l’impegno britannico a sostenere il popolo ucraino dall’invasione delle truppe di Mosca.
Starmer ha provato a minimizzare, sostenendo che è stato introdotto un nuovo e ampio pacchetto di sanzioni contro la Russia e che il sostegno di Londra a Kiev rimane immutato. Dura la replica di Badenoch, che ha sottolineato le contraddizioni dell’esecutivo nel permettere l’acquisto del petrolio russo e allo stesso tempo vietare i nuovi progetti britannici di trivellazione nel Mare del Nord. “Questo Paese ha bisogno di un governo che funzioni, invece ci troviamo con un primo ministro appeso a un filo, che perde la bussola morale facendo marcia indietro sull’Ucraina e ha un sostegno di facciata da parte dei suoi deputati”, ha detto Badenoch, lanciando un affondo finale contro il primo ministro.
Al netto delle schermaglie politiche, il passo falso di Londra è evidente. Il Commissario per le sanzioni della presidenza ucraina Vladyslav Vasiuk ha criticato la mossa, anche se poi ha eliminato il suo intervento pubblicato sui social. Nel post Vasiuk aveva scritto di “comprendere le ragioni alla base ma non concordiamo con l’approccio”. L’impatto della guerra in Iran del resto si sta facendo sentire anche in Gran Bretagna, con diverse compagnie aeree che hanno cancellato voli e aumentato i prezzi in risposta alle altissime tariffe del carburante per aerei. Ma l’allentamento delle sanzioni è un indubbio favore a Putin. Secondo i calcoli di Reuters, le entrate statali russe derivanti dal petrolio e dal gas, che rappresentano circa un quinto del totale delle entrate di bilancio, sono destinate ad aumentare del 39% su base annua a maggio, sfiorando i dieci miliardi di dollari, grazie al rialzo dei prezzi del petrolio.
Per anni il Regno Unito ha guidato gli sforzi internazionali per esercitare pressioni economiche sulla Russia. Ma alla Casa Bianca non c’è più Joe Biden. L’amministrazione Trump ha disposto per la terza volta, e per altri 30 giorni, una licenza generale per consentire alle nazioni più vulnerabili di accedere temporaneamente al petrolio russo già in mare, anche se caricato su petroliere soggette a sanzioni. L’Unione Europea non ha condiviso l’approccio americano: “Dal punto di vista dell’Ue, non riteniamo che questo sia il momento di allentare la pressione sulla Russia”, ha affermato il Commissario all’Economia Valdis Dombrovskis. Bruxelles ha adottato da soli tre mesi un divieto di acquistare prodotti petroliferi ricavati dal greggio russo. Per questo obbliga gli importatori a fornire la prova dell’origine del petrolio utilizzato nella produzione di prodotti petroliferi, con l’esclusione dei prodotti petroliferi importati dai paesi partner: Canada, Norvegia, Stati Uniti, Svizzera. E naturalmente Regno Unito. Dopo che Londra e Bruxelles hanno vietato le importazioni di petrolio russo alla fine del 2022, e successivamente di prodotti petroliferi russi, la Russia ha reindirizzato la maggior parte delle sue esportazioni di petrolio verso altri paesi, principalmente Cina, India e Turchia, che a loro volta hanno aumentato le esportazioni di prodotti petroliferi verso i paesi europei. Con le deroghe ai divieti ora c’è il rischio che il greggio russo torni a fluire ovunque sul mercato, Europa inclusa.
Del resto il fronte delle sanzioni si sta sgretolando. Il Giappone sta pianificando l’invio di una delegazione economica a Mosca a fine maggio con l’obiettivo di mantenere aperti canali di dialogo in vista di una futura normalizzazione dei rapporti. L’iniziativa, ancora in fase preliminare, si inserisce in una strategia volta a preservare gli interessi industriali e energetici ritenuti sensibili per l’economia nipponica. All’inizio del mese Tokyo è tornata ad approvvigionarsi di petrolio dalla Russia per la prima volta dall’interruzione dei traffici nello Stretto di Hormuz. Il ministero dell’Economia e dell’Industria (Meti) ha fornito i dettagli della transazione che ha coinvolto una petroliera proveniente dal progetto Sakhalin-2, nell’Estremo Oriente russo, comunque non inserito nel registro delle sanzioni. Certo è che il Giappone, privo di risorse energetiche, prima del blocco di Hormuz dipendeva per oltre il 90% dalle importazioni di greggio mediorientale. Prima ancora a rompere gli indugi era stata la Corea del Sud, acquistando 27mila tonnellate di nafta russa, per la prima volta dal dicembre 2022. Da allora Seul aveva smesso di comprare barili russi, ma la guerra in Medio Oriente ha mutato l’approccio. La Corea del Sud importa il 45% del suo petrolio, di cui il 77% proviene dal Medio Oriente.
“Oggi i mercati globali non possono funzionare senza il petrolio e i prodotti petroliferi russi”, ha dichiarato il vice primo ministro russo Alexander Novak. “Anche il Regno Unito ha annunciato di essere pronto ad acquistare prodotti petroliferi derivati dal petrolio russo. Stanno revocando le loro stesse decisioni”. Per Kirill Dmitriev, inviato speciale di Putin, “hanno bisogno dei combustibili russi per sopravvivere”. Così Zelensky si trova più solo, costretto a fare affidamento su Bruxelles e sul suo esercito. Secondo Bloomberg e altre fonti riprese da Reuters,ad aprile l’Ucraina ha effettuato oltre 20 attacchi contro infrastrutture petrolifere russe (raffinerie, terminali e porti), facendo scendere la raffinazione media russa a circa 4,69 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal dicembre 2009. Colpire i centri petroliferi per colpire i ricavi russi è l’unica strategia su cui Kiev può effettivamente fare affidamento. Tuttavia, la Russia ha mostrato nel tempo una discreta capacità di assorbire in tempi rapidi i blocchi agli impianti, dirottando il greggio alle raffinerie in funzione e ripristinando i livelli produttivi di carburanti anche attingendo alle sue riserve di greggio. Per questo avrà sorriso amaro il presidente ucraino alla lettura del comunicato finale del G7 delle Finanze appena concluso. E che recita: “Riaffermiamo il nostro incrollabile impegno a continuare a imporre costi severi alla Russia in risposta alla sua continua aggressione contro l’Ucraina”.
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di Claudio Paudice
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