“A chi appartiene il nostro tempo?” È la domanda che attraversa La Grazia di Sorrentino, sospesa sulle spalle del presidente Mariano De Santis mentre il suo semestre bianco si consuma tra grazie da concedere e leggi da firmare. Nel film è una domanda intima: il tempo dell’amore, del dolore, del potere che finisce.
Ma cosa c’entra Sorrentino con la nuova legge regionale sull’Intelligenza Artificiale approvata dal Consiglio Regionale?
L’IA è la tecnologia rivoluzionaria di questo secolo e regolerà sempre di più il nostro tempo: quello che ci fa risparmiare, quello che ci fa perdere, quello che decide al posto nostro. La domanda di Sorrentino, allora, smette di essere solo intima e diventa politica.
La domanda politica dietro la rivoluzione dell’IA
Da mesi le regioni italiane si dotano di normative sull’IA con un paradigma quasi sempre uguale: promuovere l’adozione, favorire la competitività, aumentare l’efficienza. L’IA vista come un acceleratore da spingere il più velocemente possibile, perché il timore vero è che le norme possano rallentare un processo che altrimenti andrebbe avanti molto velocemente.
Questa è una visione legittima. Ma è una visione a metà. Perché parte dalla domanda sbagliata. Chiede: cosa possiamo fare con questa tecnologia? Quando la domanda giusta, l’unica che tenga insieme innovazione e democrazia, è la stessa del film: a chi appartiene il tempo che questa tecnologia libera, e chi decide come usarla su di noi?
Tre scelte per governare l’innovazione
La nuova legge toscana parte da qui e si innesta su un percorso già avviato con la legge regionale del 2024 sull’innovazione digitale. Non si parte da zero: quella legge aveva già costruito un’infrastruttura pubblica fatta di cittadinanza digitale, governance, facilitazione e strumenti di sperimentazione come le regulatory sandbox. La nuova legge integra fortemente quell’impianto e lo rilancia attraverso tre grandi scelte.
Il tempo liberato deve tornare alle persone
La prima è che i risparmi generati dall’IA devono tornare alle persone. Sembra uno slogan, è invece un principio ordinatore. Se un algoritmo libera il tempo di un funzionario dalle pratiche ripetitive, quel tempo non deve tradursi in un taglio di organico o in uno sportello chiuso: deve tornare come servizio a maggior contenuto relazionale, di cura, di prossimità. Il dividendo dell’efficienza non è incassato dall’amministrazione come mera riduzione di spesa: è restituito al cittadino sotto forma di attenzione umana. È la risposta più diretta alla domanda di Sorrentino: il tempo che la macchina fa risparmiare appartiene a chi la macchina serve, non a chi la compra.
Il diritto al doppio binario nella PA
La seconda è il diritto a non subirla. In mezzo a un coro che canta l’adozione, questa legge afferma la facoltà di scegliere consapevolmente se, quando e come avvalersi dell’IA. E soprattutto istituisce, nel rapporto con la PA, il principio del doppio binario: nessuna decisione amministrativa può essere esclusivamente automatizzata, ogni servizio conserva un’alternativa umana, ogni cittadino ha diritto a una spiegazione comprensibile della logica del sistema e a reclamare davanti a una persona. Non è tecnofobia. È la constatazione, tutt’altro che scontata, che nell’economia dell’IA così com’è l’impostazione predefinita tende all’esclusione dei più deboli. Se non la si corregge deliberatamente, peggiora le condizioni di chi ha meno strumenti.
Algoritmi, autonomia e responsabilità pubblica
La terza è che la scelta tecnologica è una scelta politica. Quando la PA compra un algoritmo, non fa un acquisto neutro: sceglie di chi fidarsi, dove custodire i dati, a quale stato di diritto affidarli. Per questo la legge impone la valutazione preventiva degli algoritmi proposti dai fornitori privati, non come adempimento burocratico ma come garanzia, perché l’esperienza sul campo mostra che una quota significativa di quegli algoritmi risulta potenzialmente lesiva dei diritti. E spinge su standard aperti, interoperabilità, autonomia tecnologica del sistema regionale
Una governance stabile per l’era dell’IA
Attorno a questi principi costruisce una governance stabile: un Osservatorio regionale e una Carta toscana dei diritti digitali nell’era dell’IA.
Competenze e sperimentazione per sostenere lo sviluppo
Sarebbe però un errore leggere questa legge come puramente difensiva, tutta diritti e nessuno sviluppo. Non è così, e qui sta il suo equilibrio. Accanto alle garanzie, rafforza e specializza il Centro di competenza regionale, aggregando università toscane e istituti del CNR attorno a ricerca, formazione e sperimentazione; investe sulle competenze, perché non si governa ciò che non si comprende; valorizza le regulatory sandbox per testare soluzioni in ambiente controllato; sostiene hackathon civici, borse di dottorato, cofinanziamento di corsi e un procurement pubblico orientato alle strategie europee e nazionali. E accompagna le micro, piccole e medie imprese verso un’adozione consapevole e responsabile dell’IA, con linee guida dedicate, strumenti di autoregolazione, percorsi di accompagnamento.
Un ecosistema pubblico dell’innovazione
L’innovazione non si fa con una norma isolata sull’ultima tecnologia del momento, ma indirizzandola nella costruzione progressiva di un ecosistema pubblico dell’innovazione, nel quale sviluppo, competenze e diritti procedono insieme.
Perché la vera frattura politica del nostro tempo non è più tra chi è “pro” e chi è “contro” l’intelligenza artificiale: quella ormai è una dicotomia da talk show. La frattura è tra chi concepisce l’IA come uno strumento al servizio della persona e della comunità, e chi la subisce come una forza a cui adeguarsi, riorganizzando gli esseri umani intorno alle esigenze delle macchine e dei loro proprietari. Tra chi restituisce il tempo e chi lo estrae.
Il primato della decisione democratica
La Toscana ha scelto il primo campo. Non ha promesso di frenare l’innovazione né di inseguirla a testa bassa. Ha rivendicato il primato della decisione democratica sulla scelta tecnologica. L’algoritmo non è il destino, ma una scelta. E le scelte, in una democrazia, si governano insieme.
A chi appartiene il nostro tempo, chiedeva De Santis. La risposta di questa legge è semplice e quasi eversiva, in un’epoca che ha smarrito il senso della parola servizio: il tempo appartiene a tutti noi, e l’IA deve servire a restituircelo, non a portarcelo via.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Marco Bani e Matteo Trapani
Source link


