Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 rappresenta uno dei momenti fondativi della Repubblica italiana. Eppure, a quasi ottant’anni di distanza, continua a essere circondato da polemiche, sospetti e teorie sul presunto broglio che avrebbe privato la monarchia della vittoria.
Una narrazione che periodicamente riemerge, soprattutto negli ambienti monarchici, ma che non trova conferma nella documentazione storica. Le difficoltà, le incertezze e persino alcuni gravi errori commessi durante la gestione della transizione istituzionale contribuirono certamente a creare un clima di sospetto. Tuttavia, i risultati finali furono abbastanza chiari e il vantaggio della Repubblica risultò ampio.
La Repubblica ottenne infatti oltre 12,7 milioni di voti contro i circa 10,7 milioni della Monarchia, con uno scarto superiore ai due milioni di preferenze e una percentuale del 54,3% contro il 45,7%. Una differenza significativa che rende assai difficile sostenere l’ipotesi di una manipolazione generale del risultato.
Una consultazione gigantesca in un Paese devastato
Occorre ricordare il contesto. L’Italia usciva dalla guerra civile, dall’occupazione tedesca, dai bombardamenti e dal collasso dello Stato fascista. Milioni di cittadini si recarono alle urne in quella che fu la prima grande prova democratica del dopoguerra e il primo voto nazionale a suffragio universale con la partecipazione delle donne. L’affluenza superò l’89%.
La macchina organizzativa dovette affrontare enormi difficoltà logistiche. I verbali arrivavano lentamente da molte province, le comunicazioni erano ancora precarie e vi furono migliaia di contestazioni sulle schede. La Corte di Cassazione dovette esaminare oltre ventimila reclami prima della proclamazione definitiva.
Fu proprio questa lentezza a generare una situazione ambigua e pericolosa.
Il 10 giugno la Cassazione comunicò infatti i risultati provvisori, rinviando però la proclamazione definitiva al 18 giugno per consentire l’esame dei ricorsi e delle contestazioni ancora aperte. Quel rinvio, tecnicamente corretto ma politicamente mal gestito, aprì uno spazio enorme alle interpretazioni e alle tensioni.
Napoli, il cuore della protesta monarchica
Le tensioni esplosero soprattutto nel Mezzogiorno, dove la Monarchia aveva ottenuto risultati molto elevati.
Napoli rappresentò il principale epicentro della protesta. Nel capoluogo campano la fedeltà ai Savoia era ancora fortissima e il consenso monarchico sfiorò l’80% dei voti.
Quando i giornali iniziarono a parlare della vittoria della Repubblica mentre la Cassazione non aveva ancora formalizzato definitivamente il risultato, molti monarchici interpretarono la situazione come una sorta di colpo di mano.
Le manifestazioni degenerarono rapidamente. Tra il 10 e l’11 giugno la città fu attraversata da scontri, cortei e proteste che provocarono morti e feriti. Un giovane monarchico ucciso durante quei giorni divenne immediatamente un simbolo della mobilitazione contro la Repubblica nascente.
La sensazione diffusa tra molti manifestanti era che il risultato fosse stato “rubato” prima ancora della conclusione ufficiale delle procedure.
In realtà il problema non fu tanto il conteggio dei voti quanto la gestione politica e comunicativa della fase di transizione.
Gli errori che alimentarono il sospetto
Uno degli aspetti più controversi riguardò la decisione del governo De Gasperi di assumere le funzioni di Capo provvisorio dello Stato prima della proclamazione definitiva del 18 giugno.
Dal punto di vista politico si trattava di evitare un vuoto istituzionale e possibili destabilizzazioni. Dal punto di vista psicologico e simbolico, però, molti monarchici interpretarono quella scelta come la prova che la partita fosse già stata decisa.
Si aggiunse poi una disputa giuridica sulla definizione di “maggioranza”.
Alcuni ambienti monarchici sostennero che per vincere sarebbe stata necessaria la maggioranza dell’intero corpo elettorale e non soltanto dei voti validamente espressi. La questione arrivò fino alla Cassazione, che però respinse questa interpretazione stabilendo che il calcolo dovesse essere effettuato sui voti validi, come avviene normalmente nelle consultazioni referendarie.
Furono proprio queste incertezze procedurali, unite alla forte polarizzazione territoriale tra Nord repubblicano e Sud monarchico, a generare il terreno fertile sul quale nacque il mito del broglio.
Lo storico Oliva e la leggenda del referendum rubato
Tra gli studiosi che hanno affrontato questo tema vi è lo storico Gianni Oliva, il quale ha sottolineato come la vicenda del presunto referendum truccato appartenga più alla memoria politica e alle narrazioni identitarie che alla ricostruzione storica dei fatti.
Oliva evidenzia che le anomalie organizzative, i ritardi nella proclamazione e la confusione istituzionale contribuirono certamente ad alimentare i sospetti. Tuttavia non esistono prove storiche capaci di dimostrare un broglio sistematico tale da modificare l’esito della consultazione.
Lo stesso numero delle schede contestate, pur elevato, non avrebbe potuto colmare il divario superiore ai due milioni di voti che separava Repubblica e Monarchia.
Secondo questa lettura, il vero problema fu l’ingenuità con cui venne gestita una fase estremamente delicata della storia nazionale. In un Paese appena uscito dalla guerra, attraversato da profonde divisioni ideologiche e territoriali, sarebbe stata necessaria una maggiore chiarezza procedurale e comunicativa.
Una scelta contestata ma democratica
Il referendum del 1946 non fu una consultazione perfetta. Sarebbe impossibile pretenderlo in un Paese devastato dal conflitto mondiale e impegnato a ricostruire le proprie istituzioni democratiche quasi da zero.
Vi furono ritardi, contestazioni, polemiche e tensioni. Vi furono errori politici e giuridici che contribuirono a creare incomprensioni e diffidenze.
Ma una cosa appare chiara alla luce della documentazione disponibile: la Repubblica vinse con un margine sufficientemente ampio da rendere poco credibile la teoria di un risultato alterato.
Paradossalmente, proprio la scelta di Umberto II di non trascinare il Paese in uno scontro istituzionale o addirittura in una guerra civile contribuì a consolidare la nuova democrazia italiana. Il “Re di maggio”, pur contestando alcuni aspetti della procedura, preferì lasciare il Paese piuttosto che alimentare un conflitto tra italiani.
La Repubblica nacque dunque in mezzo a difficoltà enormi e a una transizione convulsa. Non da un broglio, ma da una scelta popolare che, pur contestata da una parte del Paese, risultò alla fine netta e storicamente irreversibile.
Chiara Lonardo
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