“Il paese è tutto nostro”. È una delle frasi più nette annotate dagli investigatori nelle carte della recente inchiesta antimafia sul clan Sinesi-Francavilla di Foggia. Il paese è Vieste, territorio che per anni ha fatto gola alle organizzazioni criminali per il controllo della droga e che, dopo l’omicidio di Girolamo Perna e l’arresto di Marco Raduano, oggi collaboratore di giustizia, avrebbe attraversato una fase di vuoto di potere e di progressiva ridefinizione degli equilibri.
Tra il 2015 e il 2020 sul Gargano si sono susseguiti omicidi e tentati omicidi. Poi una pace soltanto apparente, favorita anche dagli arresti che hanno colpito i principali gruppi criminali. Negli ultimi mesi, però, tre episodi hanno nuovamente acceso l’allarme: il ferimento del pregiudicato Hechmi, l’agguato a Danilo Notarangelo, parente dello storico boss Angelo Notarangelo detto “Cintaridd”, assassinato nel 2015, e l’omicidio di Antonello Scirpoli.
Fatti che sembrano restituire l’immagine di una città nella quale le tensioni non sono mai state realmente superate e dove gli interessi economici legati soprattutto al narcotraffico restano altissimi. Uno scenario che emerge con forza dalle conversazioni intercettate nel maggio del 2022 e ora finite nei maxi faldoni dell’inchiesta.
Figura centrale è Umberto Sforza, indicato dagli inquirenti come un potente narcotrafficante cerignolano. Sarebbe stato lui a intervenire nei contrasti sorti tra i gruppi viestani, presentandosi come mediatore ma, secondo la ricostruzione investigativa, assumendo contemporaneamente il ruolo di fornitore della cocaina destinata non soltanto a Vieste, ma anche a Manfredonia e Canosa di Puglia.
L’incontro con Emiliano Francavilla
Il 3 maggio 2022 Sforza avrebbe incontrato Emiliano Francavilla, esponente della criminalità organizzata foggiana e storico alleato dei montanari del clan Li Bergolis-Miucci. Poco dopo avrebbe raccontato l’esito del confronto alla moglie.
La donna gli chiedeva se fosse più tranquillo dopo l’incontro con i tre uomini arrivati da Foggia e quale di loro fosse quello con “i capelli bianchi”. Dalla conversazione, secondo gli investigatori, emergeva che il confronto aveva avuto un esito favorevole: grazie all’appoggio della Società foggiana sarebbe stata ristabilita una certa calma a Vieste. “A Vieste non litigano più”, avrebbe detto Sforza. E ancora: “A Vieste tutto a posto”.
Alla domanda della donna sulle sorti di Franco Raduano (parente dell’ex boss), Sforza rispondeva con due parole: “Hanno sistemato”. Un passaggio che nelle carte viene collegato alla ridefinizione dei rapporti tra le famiglie impegnate nella gestione delle piazze di spaccio.
Il punto centrale dell’accordo sarebbe stato anche economico. Sforza parlava di diecimila euro che la “famiglia di Vieste” avrebbe dovuto consegnargli. Denaro derivante, secondo la ricostruzione investigativa, dall’aumento del prezzo della cocaina a 55mila euro al chilogrammo e destinato successivamente a Francavilla.
“La responsabilità l’ho presa tutta io, personale, e i dieci li vengono a prendere da me”, diceva Sforza. Poi precisava il nuovo prezzo: “Mi pagate 55 totale e lavorate come volete”.
La moglie, però, riportava la conversazione sull’aspetto che riteneva fondamentale: non il prezzo, ma il fatto che il marito avesse chiuso le controversie attraverso il confronto con uomini di peso della mafia foggiana. “Tu ringrazia che è tutto a posto così”, gli diceva.
“Ora è tutto nostro là sopra”
Poche ore dopo, Sforza incontrava Danilo Notarangelo e Stefano Langi. In quella conversazione, annotano gli investigatori, si attribuiva il ruolo di mediatore tra i due e il gruppo riconducibile a Gennaro Cariglia.
Notarangelo e Langi avrebbero sostenuto che gli uomini di Cariglia li avevano sminuiti. Dopo l’intervento di Sforza, però, i rapporti sarebbero cambiati e i due avrebbero rivendicato il dominio sulle piazze viestane.
“Abbiamo sistemato, ragazzo”, ripeteva Sforza. Notarangelo aggiungeva: “Ora è tutto il nostro là sopra, tutto quanto”, con un riferimento che gli investigatori collegano direttamente alle piazze di spaccio di Vieste.
Sforza descriveva poi l’accordo raggiunto con l’appoggio foggiano: “Abbiamo sistemato tutto. Renzo è dalla parte nostra e stiamo a posto”. Il Renzo citato nelle carte sarebbe Renzo Miucci, indicato come figura di vertice del clan montanaro Li Bergolis-Miucci.
Subito dopo Sforza faceva riferimento ai Francavilla: “Allora salgono le persone là sopra, Vieste, Antonello Francavilla, vengono ad avvisare tutti quanti”.
Il significato del patto veniva ribadito ancora più chiaramente: “Stamattina io ho fatto un favore al nostro amico di Foggia che è venuto. Abbiamo parlato e sistemato. Abbiamo parlato di quanto gli devo dare ogni mese, però tutta Vieste è nostra”.
Non soltanto, dunque, una mediazione tra gruppi rivali, ma un accordo che, secondo l’impostazione accusatoria, avrebbe previsto il pagamento di una quota periodica e il riconoscimento dell’egemonia sulle piazze di spaccio.
La guerra per le forniture di cocaina
Dalle intercettazioni emerge anche il tentativo di imporre un unico canale di approvvigionamento. Sforza avrebbe voluto che tutti i pusher attivi a Vieste acquistassero la cocaina esclusivamente dal suo gruppo, eliminando i fornitori concorrenti.
La svolta sarebbe arrivata quando Valentino Mastromatteo, detto “Pescecane”, noto alle forze dell’ordine come pusher viestano, si sarebbe rivolto a Franco Raduano per acquistare droga. Per gli interlocutori, quello era il segnale che il gruppo antagonista aveva smesso di rifornirlo.
Sforza diceva che, una volta rientrati a Vieste, avrebbero dovuto comunicare a tutti gli spacciatori il cambio di fornitore: “Dovete cambiare tutto là sopra. Io stamattina ho sistemato con l’amico nostro. Ora deve venire a prendere tutti quanti quelli che stanno là e fanno la giostra”.
E ancora: “Tagliamo i viveri a tutti quanti, finito il discorso”.
Sforza informava anche Franco Raduano di aver messo Emiliano Francavilla al corrente di quanto stava avvenendo a Vieste, chiedendogli di controllare se la situazione fosse stata davvero ristabilita o se la famiglia rivale continuasse ad acquistare sostanza da altri canali.
Il controllo non avrebbe riguardato soltanto la vendita al dettaglio, ma anche prezzi, debiti e pagamenti. In una conversazione veniva richiamato un conto relativo alla droga ceduta a Raduano: “Erano 50 meno 3, ti ricordi? Erano 47”. Sforza spiegava di annotare ogni operazione e ogni data: “Stanno tutti segnati, non puoi sgarrare. A me non scappa niente”.
Il prezzo portato a 55mila euro al chilo
Il nuovo assetto sarebbe stato fondato anche sull’aumento del prezzo della cocaina. Sforza sosteneva di aver fissato la fornitura a 55mila euro al chilogrammo, ricavando una quota di diecimila euro da consegnare a Francavilla.
“Se devo metterli io i dieci a questi qua, ovviamente loro si devono mettere a lavorare tanto e basta”, diceva alla moglie.
Nelle conversazioni successive spiegava che la cifra era stata concordata perché ogni mese sarebbe arrivato un emissario indicato come “Mariottello”, al quale doveva essere corrisposto del denaro.
Il narcotrafficante cerignolano avrebbe così assunto una funzione di raccordo tra il mercato viestano e soggetti appartenenti alla criminalità foggiana e garganica: da una parte i gruppi locali incaricati della vendita, dall’altra i fornitori e i clan chiamati a garantire gli equilibri.
Notarangelo e la frase sull’uomo seguito con moglie e figli
Tra i protagonisti delle conversazioni c’è Danilo Notarangelo, ferito nei mesi scorsi in un agguato a Vieste. Le carte lo collocano accanto a Sforza e Langi nella discussione sul controllo delle piazze di spaccio e sul ridimensionamento del gruppo rivale.
Gli interlocutori parlavano anche di un uomo che avrebbe dovuto consegnare denaro a Sforza e che, in alcune occasioni, si era presentato accompagnato dalla moglie e dai figli.
“Hai voglia, aspetta, non sai dove sono arrivato con il vecchio. Stanno i replay, sta uno che va scappando avanti”, diceva Sforza.
Poi aggiungeva: “Purtroppo si è presentato un paio di volte con i bambini e la moglie. Non gli posso fare nulla. Ha sbagliato pure a parlare”.
Un passaggio che per gli investigatori mostrerebbe la volontà di intimorire il soggetto e la natura violenta dei rapporti legati alla gestione del mercato della droga.
La presenza di Notarangelo nelle conversazioni assume oggi un rilievo ulteriore alla luce del suo recente ferimento. Il suo nome si lega inoltre a una delle famiglie storiche della criminalità viestana: è parente di Angelo Notarangelo, detto “Cintaridd”, ucciso nel gennaio del 2015, delitto che segnò l’inizio di una lunga stagione di sangue.
Gli interessi su Manfredonia e Mattinata
Sforza non avrebbe limitato i propri interessi a Vieste. Durante un incontro con Langi, parlava di una consegna di cocaina da effettuare a Canosa e dell’arrivo di un acquirente da Manfredonia.
“Stavo con il pacco in mano a spaccare”, diceva, con un riferimento che gli investigatori interpretano come la suddivisione di un carico di cocaina. “Stamattina dovevo consegnare qua, a Canosa, però non ho fatto in tempo. Ora sta venendo uno da Manfredonia”.
Nella stessa conversazione riferiva che un uomo e il fratello di “Renzino” avrebbero tentato di prendere il controllo di Manfredonia e Mattinata.
“Lui e il fratello di Renzino si stanno prendendo Manfredonia e Mattinata. Adesso gli devo togliere Manfredonia”, affermava Sforza.
Poi la minaccia: “La verità è che vogliono essere solo uccisi”.
Anche in questo caso il riferimento a “Renzino” viene inserito dagli investigatori nel contesto dei rapporti con il gruppo dei montanari e con Renzo Miucci.
Una pace costruita sugli accordi criminali
Le carte restituiscono l’immagine di una Vieste solo apparentemente pacificata. Terminata la fase più violenta della guerra tra i gruppi riconducibili a Raduano e Perna, l’interesse per il mercato della droga non sarebbe diminuito. Al contrario, il vuoto lasciato dagli omicidi e dagli arresti avrebbe aperto lo spazio a nuovi mediatori, fornitori e alleanze.
La Società foggiana, i Francavilla, il clan Li Bergolis-Miucci e i gruppi viestani compaiono nelle conversazioni come parti di un sistema nel quale la cocaina rappresenta il principale terreno di confronto e di accordo.
L’apparente tregua, secondo la lettura investigativa, non sarebbe stata quindi il risultato dell’abbandono degli affari illeciti, ma di una spartizione: prezzi stabiliti, forniture imposte, quote mensili e rapporti regolati attraverso l’intervento di figure criminali di primo piano.
I recenti agguati e l’omicidio Scirpoli mostrano però quanto quegli equilibri possano essere fragili. A Vieste la droga continua a muovere denaro, alleanze e contrasti. E le parole registrate nel 2022 sembrano anticipare il rischio che, dietro una calma soltanto apparente, la contesa non sia mai realmente finita.
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Francesco Pesante
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