Per diverso tempo la ricerca sui droni ha inseguito un obiettivo preciso: renderli invisibili. Materiali trasparenti, rivestimenti mimetici, sistemi ottici sofisticati e tecnologie di occultamento hanno rappresentato le strade più battute nei laboratori di ricerca e nei programmi militari. Alla Northwestern University, però, il punto di partenza è stato completamente diverso: più che nascondere il velivolo, gli ingegneri hanno deciso di sfruttare un limite della percezione umana, quello che impedisce all’occhio di distinguere con precisione un oggetto quando ruota a velocità molto elevata.
Da questa intuizione è nato Phantom Twist, un drone sperimentale che non diventa realmente invisibile, ma si trasforma in una sagoma sfocata, tanto da confondersi con lo sfondo e risultare molto più difficile da individuare rispetto ai velivoli tradizionali. Il progetto – presentato alla conferenza internazionale Robotics: Science and Systems 2026 di Sydney – introduce un approccio inedito alla progettazione dei sistemi a pilotaggio remoto: invece di modificare l’ambiente circostante o il materiale del drone, modifica il modo in cui il cervello umano lo percepisce. È una differenza sostanziale, perché apre una nuova linea di ricerca nella cosiddetta bassa osservabilità, destinata a interessare non soltanto il mondo della robotica ma anche quello della sicurezza, della sorveglianza e, inevitabilmente, delle applicazioni militari.
Come nasce Phantom Twist: quando è l’AI a progettare il velivolo
Il cuore dell’innovazione è il progetto stesso del drone: nei comuni quadricotteri il corpo centrale resta fermo mentre ruotano soltanto le quattro eliche, lasciando sempre visibile la struttura principale. Phantom Twist adotta invece una soluzione completamente diversa: dispone di un solo motore e di un’unica elica, mentre l’intero corpo del velivolo ruota in senso opposto fino a circa 25 volte al secondo. A questa velocità il sistema visivo umano non riesce più a ricostruire nitidamente la forma dell’oggetto, che appare come una leggera foschia sospesa nell’aria.
Per arrivare a questo risultato i ricercatori hanno affidato un ruolo decisivo all’intelligenza artificiale: gli algoritmi hanno generato circa 20 mila possibili configurazioni del drone, valutandone stabilità aerodinamica, distribuzione delle masse e livello di visibilità. Successivamente hanno riorganizzato migliaia di volte la posizione di batteria, circuito elettronico, contrappesi ed elica fino a individuare la disposizione più efficace. Ogni configurazione è stata poi simulata su oltre cento scenari reali e analizzata attraverso un modello capace di riprodurre il funzionamento della percezione visiva umana. Secondo i test del gruppo di ricerca, il risultato finale è un drone circa dieci volte meno visibile rispetto a un quadricottero convenzionale, senza compromettere la stabilità del volo.
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Dalla ricerca ambientale alla sicurezza: le applicazioni di una tecnologia a doppio uso
Le possibili applicazioni vanno ben oltre l’esercizio di laboratorio. I ricercatori immaginano innanzitutto un impiego in ambito civile, dove un drone meno evidente potrebbe monitorare colonie di uccelli, osservare ecosistemi fragili, ispezionare ponti, dighe, linee elettriche o impianti industriali riducendo al minimo l’impatto della propria presenza. In molti casi, infatti, animali e persone modificano il proprio comportamento non appena notano un velivolo in volo, alterando la qualità delle osservazioni. Ridurre questa interferenza significa ottenere dati più affidabili senza ricorrere a tecnologie particolarmente invasive.
Allo stesso tempo è difficile ignorare le implicazioni strategiche di un sistema concepito per essere meno percepibile, in quanto un drone di questo tipo potrebbe trovare spazio nelle missioni di ricognizione, nella sorveglianza discreta di infrastrutture critiche o nelle operazioni di raccolta informazioni. Il prototipo, tuttavia, è ancora lontano da una maturità operativa: il rumore dell’elica rimane facilmente udibile, alcune barre di supporto e i cavi sono ancora visibili e la particolare configurazione rotante limita la manovrabilità rispetto ai quadricotteri tradizionali, soprattutto quando si tratta di effettuare cambi di direzione rapidi o trasportare sensori aggiuntivi. Sono limiti che i ricercatori riconoscono apertamente e sui quali stanno già lavorando.
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La nuova frontiera della competizione tecnologica passa anche dalla percezione umana
Più che un prodotto destinato ad arrivare presto sul mercato, Phantom Twist rappresenta un’indicazione della direzione che potrebbe prendere la prossima generazione di sistemi autonomi. Negli ultimi anni la competizione internazionale si è concentrata sull’intelligenza artificiale, sulla miniaturizzazione dell’elettronica e sull’autonomia decisionale dei droni. Ora si aggiunge un’altra variabile: la progettazione della percezione. Rendere una macchina meno riconoscibile senza ricorrere a sofisticati sistemi di occultamento significa sfruttare direttamente il funzionamento dell’occhio umano, trasformando un limite biologico in un vantaggio tecnologico.
È una prospettiva che interessa tanto la ricerca scientifica quanto le industrie della difesa, sempre più orientate verso piattaforme autonome difficili da individuare e capaci di operare in ambienti complessi. Il gruppo della Northwestern University sta già sviluppando versioni future con materiali ancora più trasparenti e sistemi di propulsione meno rumorosi. Se questi ostacoli verranno definitivamente superati, il valore di Phantom Twist non risiederà soltanto nella sua forma o nella sua meccanica, ma nell’aver dimostrato che la prossima evoluzione dei droni potrebbe non passare dall’invisibilità assoluta, bensì dalla capacità di rendersi quasi impercettibili agli occhi di chi li osserva.
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Claudia Maria Iannello
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