Il presidente americano Donald Trump ha annunciato il 20 luglio un nuovo ciclo di dazi di ritorsione nei confronti del Canada, richiamandosi allo Smoot-Hawley Tariff Act, la legge tariffaria risalente all’epoca della Grande Depressione, in un gioco di ritorsioni reciproche che non può avere vincitori.
L’amministrazione sostiene che i nuovi dazi siano necessari per contrastare quella che definisce una discriminazione dannosa del Canada nei confronti dell’industria automobilistica statunitense e che siano giustificati dalla Sezione 338 dello Smoot-Hawley Tariff Act. Tuttavia, la Sezione 338 non era mai stata utilizzata per imporre dazi prima di quest’anno. Era stata concepita per scoraggiare le ritorsioni commerciali straniere, consentendo al presidente di aumentare i dazi nei confronti di un Paese che applicasse tariffe discriminatorie o restrizioni commerciali ai prodotti americani.
Sebbene non vi siano dubbi sul fatto che i dazi canadesi del 25% sulle automobili statunitensi siano discriminatori, poiché colpiscono esclusivamente i prodotti americani senza imporre oneri analoghi ai beni provenienti da altri Paesi, le prove presentate dall’amministrazione a sostegno dei nuovi dazi appaiono, nella migliore delle ipotesi, poco convincenti.
Nel proclama con cui sono stati annunciati i nuovi dazi, l’amministrazione ha sostenuto che la tariffa canadese del 25% sulle automobili e sui componenti auto statunitensi, introdotta pochi giorni dopo il decreto del 2 aprile 2025, il cosiddetto “Liberation Day”, con cui Trump annunciò nuovi dazi contro il Canada e quasi tutti gli altri Paesi del mondo, discrimina ingiustamente l’industria automobilistica americana, «svantaggiando il commercio degli Stati Uniti rispetto a quello degli altri Paesi».
A sostegno di questa tesi, l’amministrazione afferma che le importazioni canadesi di automobili statunitensi siano «crollate drasticamente», diminuendo di oltre 5 miliardi di dollari, pari a circa il 22%, mentre le importazioni provenienti da Messico, Giappone, Corea del Sud e Germania sarebbero aumentate di quasi 3 miliardi di dollari.
Un’analisi più approfondita dei flussi commerciali racconta però una storia diversa. Come mostra il grafico riportato nell’articolo originale, storicamente le importazioni canadesi di automobili statunitensi sono state di gran lunga superiori rispetto a quelle provenienti dagli altri Paesi citati. Dall’aprile 2025 le importazioni dal resto del mondo sono aumentate leggermente o sono rimaste sostanzialmente stabili, mentre quelle dagli Stati Uniti hanno registrato oscillazioni: un forte calo nella parte finale dello scorso anno, una netta ripresa nel primo trimestre del 2026 e un nuovo rallentamento successivo, tornando comunque su livelli simili a quelli registrati nell’aprile 2025.
Inoltre, non è affatto certo che i dazi siano la causa del lieve calo delle esportazioni automobilistiche americane verso il Canada. Una spiegazione più plausibile è che i consumatori canadesi, proprio come quelli statunitensi, stiano mantenendo più a lungo le proprie automobili, riducendo così gli acquisti di veicoli nuovi. Una dinamica che colpisce indistintamente sia le importazioni dagli Stati Uniti sia quelle provenienti dagli altri Paesi.
A conferma di questa tendenza, un recente sondaggio realizzato per Toyota Canada ha rilevato che il 56% dei canadesi sta rinviando gli acquisti più importanti, comprese le automobili, a causa di problemi di accessibilità economica. Anche i dati di metà anno dell’Automotive News Research and Data Center, che mostrano una modesta flessione dell’1% delle vendite complessive di auto nuove in Canada, sembrano confermare questa lettura. General Motors si è confermata ancora una volta il costruttore con il maggior numero di vendite nel Paese, seguita da Ford.
In sintesi, nonostante i dazi discriminatori introdotti da entrambe le parti, il Canada continua a rappresentare un importante mercato per l’industria automobilistica americana. Sebbene le esportazioni di auto dagli Stati Uniti verso il Canada possano essere diminuite leggermente nell’ultimo anno, gli Stati Uniti restano comunque il principale fornitore di automobili importate dal Canada.
È interessante notare che, pur ricordando come il dazio canadese del 25% si applichi anche ai componenti automobilistici statunitensi, l’amministrazione ha evitato di sostenere che ciò abbia provocato danni economici. Probabilmente perché anche i dati relativi ai componenti auto indeboliscono la sua argomentazione.
Come evidenziato dal secondo grafico dell’articolo, nell’ultimo anno le importazioni canadesi di componenti automobilistici provenienti dagli Stati Uniti sono rimaste pari o superiori ai livelli storici. Analogamente a quanto osservato per le automobili, anche le importazioni di componenti hanno registrato un forte incremento nel primo trimestre del 2026, raggiungendo il picco nel mese di marzo. Le esportazioni di componenti, inoltre, non rappresentano una quota marginale: storicamente hanno avuto un valore molto vicino a quello delle esportazioni di automobili e, nell’ultimo anno, lo hanno persino superato. I dazi canadesi non sembrano quindi aver avuto alcun effetto negativo evidente sulle esportazioni statunitensi di componentistica automobilistica.
I dazi imposti dal Canada possono danneggiare l’economia canadese, ma non sembrano arrecare danni a quella americana, almeno nel settore automobilistico, che rappresenta il fulcro dell’azione di ritorsione avviata dall’amministrazione ai sensi della Sezione 338.
I nuovi dazi annunciati dagli Stati Uniti rappresentano una risposta a un problema originato proprio dai dazi americani. Cercare di colpire il Canada con ulteriori tariffe perché Ottawa ha reagito ai dazi imposti unilateralmente da Washington è una strategia destinata al fallimento. Una guerra commerciale con il Canada rischia di trasformarsi in un altro conflitto economico degli Stati Uniti senza vincitori e senza una reale prospettiva di conclusione. I perdenti, con ogni probabilità, saranno i consumatori statunitensi e canadesi, insieme alle economie dei due Paesi.
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Caleb Petitt
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