Mentre il traffico navale nello Stretto di Hormuz continua a essere pesantemente compromesso dalla guerra tra Iran e i suoi avversari, un’azienda sta traendo un vantaggio diretto dal caos che sta investendo il commercio mondiale.
Clarksons, il più grande broker marittimo al mondo, ha registrato il miglior risultato operativo della sua storia. Nei sei mesi conclusi il 30 giugno, la società britannica ha riportato un utile operativo di 64,8 milioni di sterline (circa 87 milioni di dollari), in crescita di oltre il 55% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I ricavi sono aumentati di quasi il 40%, raggiungendo 413,5 milioni di sterline (circa 555,5 milioni di dollari).
Fondata nel 1852, Clarksons attribuisce questo risultato alle profonde trasformazioni delle catene di approvvigionamento globali, provocate dal conflitto con l’Iran, che hanno fatto aumentare la domanda di servizi di intermediazione nel trasporto marittimo.
I broker marittimi sono società indipendenti che mettono in contatto gli armatori, come Maersk, con i proprietari delle merci, tra cui grandi distributori e catene commerciali.
Il boom alimentato dalla volatilità del commercio globale
“Clarksons ha ottenuto una performance record nel primo semestre, frutto sia degli investimenti realizzati nella nostra attività sia dell’eccezionale volatilità provocata dalle interruzioni del commercio mondiale causate dai conflitti internazionali, compresa la situazione nello Stretto di Hormuz“, ha dichiarato lunedì l’amministratore delegato Andi Case.
Secondo il manager, il gruppo prevede di chiudere l’intero esercizio con risultati “significativamente superiori alle aspettative del mercato”.
Case ha inoltre spiegato che le interruzioni dei traffici hanno provocato “un forte shock nei mercati marittimi globali”, modificando le rotte commerciali e dando origine a una fase di forte discontinuità operativa, accompagnata da un aumento sia dei noli marittimi sia delle attività di copertura del rischio (hedging).
Lo Stretto di Hormuz sempre più isolato
Dall’inizio della guerra, scoppiata a febbraio, il traffico nello Stretto di Hormuz è crollato. Secondo la società di analisi marittima Kpler, prima del conflitto attraversavano questo passaggio strategico oltre 100 navi al giorno; oggi il numero si è ridotto a circa 33.
Nonostante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump abbia annunciato la ripresa dei colloqui di pace dopo aver annullato una nuova offensiva contro l’Iran, le prospettive di normalizzazione restano limitate. Teheran, infatti, continua ad ampliare il conflitto nell’intera regione del Golfo.
Tra le conseguenze vi è anche il blocco del traffico marittimo saudita vicino allo Stretto di Bab el-Mandeb, imposto dal movimento yemenita degli Houthi. Parallelamente, gli attacchi con droni dell’Ucraina contro la Russia hanno sospeso parte delle spedizioni dirette ai porti del Mar Nero, fondamentali per il commercio internazionale dei cereali.
Gli effetti sulle imprese: alcuni perdono, altri prosperano
Gli sconvolgimenti nelle catene di approvvigionamento stanno mettendo sotto pressione numerosi comparti industriali.
Nel settore aeronautico, ad esempio, il costo del carburante per aerei è aumentato sensibilmente. L’agricoltura, invece, deve fare i conti con la carenza di importanti sostanze chimiche utilizzate nella produzione di fertilizzanti, conseguenza diretta delle difficoltà di transito nello Stretto di Hormuz.
Mentre molte aziende cercano di contenere gli effetti della crisi, realtà come Clarksons stanno invece beneficiando della nuova situazione.
“In qualsiasi mercato, ogni interruzione genera inevitabilmente una sorta di gioco a somma zero”, ha spiegato Jean-Paul Rodrigue, professore di Business marittimo presso la Texas A&M University di Galveston, in un’intervista a Fortune. “Alcuni operatori perdono e altri ottengono un guadagno equivalente”.
Perché Clarksons sta guadagnando dalla crisi geopolitica
Secondo Rodrigue, gli utili record della società sono il risultato di una semplice dinamica di domanda e offerta. Con un numero molto inferiore di navi in grado di attraversare lo Stretto di Hormuz, aumenta infatti la necessità di affidarsi a intermediari specializzati come Clarksons, capaci di mettere in contatto gli esportatori con le poche imbarcazioni disponibili.
Come ogni intermediario, il broker percepisce una commissione sulle transazioni concluse tra le due parti. Di conseguenza, quando aumentano i costi di trasporto, cresce anche il valore delle commissioni incassate.
“Quando c’è instabilità geopolitica, il mercato viene inevitabilmente sconvolto”, osserva Rodrigue. “Si crea incertezza, manca una visione chiara di ciò che sta accadendo e, proprio per questo, il ruolo di società come Clarksons diventa ancora più importante. Le aziende sono più disposte ad affidarsi a chi può aiutarle a trovare rapidamente soluzioni”.
Non tutte le crisi, però, favoriscono i broker
L’incertezza geopolitica non rappresenta sempre un vantaggio per il settore. Nel marzo 2025, prima dell’introduzione dei pesanti dazi commerciali dell’amministrazione Trump e mentre proseguiva il conflitto tra Russia e Ucraina, Clarksons aveva avvertito che le tensioni commerciali avrebbero avuto un impatto negativo sui ricavi.
La guerra con l’Iran, invece, ha prodotto l’effetto opposto. Secondo i dati dell’International Rescue Committee, nei primi due mesi del conflitto i costi del trasporto marittimo sulle rotte vicine allo Stretto di Hormuz sono quasi quadruplicati, soprattutto a causa del forte aumento dei premi assicurativi richiesti per navigare nell’area.
L’impennata dei costi e della domanda di servizi logistici ha quindi creato un’opportunità particolarmente favorevole per società come Clarksons. “Le aziende si limitano a reagire in modo razionale”, conclude Rodrigue. “Le posizioni di mercato cambiano e, quando cambiano domanda e offerta, chi si trova dalla parte giusta del mercato finisce inevitabilmente per trarne beneficio”.
L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.
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Sasha Rogelberg
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