AGI – Stamattina a Roma è iniziato un nuovo round di colloqui tra Israele e Libano: le delegazioni guidate da Yechiel Leiter e Simon Karam si riuniscono nuovamente nella capitale fino a giovedì 6 agosto per portare avanti il negoziato volto ad attuare l’accordo quadro firmato il 26 giugno scorso a Washington.
L’incontro avviene dopo che il 21 luglio ha preso il via sul terreno l’attuazione dello schema delle zone pilota, a cominciare dal villaggio di Zawtar Al-Gharbiya, nel sud del Paese dei Cedri. Qui è iniziato il graduale dispiegamento dell’esercito libanese (Laf), chiamato a riprendere il controllo del centro abitato e a metterlo in sicurezza smantellando le strutture di Hezbollah. Tra le difficoltà, un primo gruppo di residenti vi ha fatto ritorno, e ieri il premier libanese Nawaf Salam ha sottolineato che sono in corso sforzi per realizzare “ritiri israeliani progressivi dal territorio libanese, culminanti in un ritiro completo”.
Tajani: “Roma è capitale di pace”
Il dispiegamento delle Laf è stato salutato dagli Usa, mediatori nel processo negoziale, come “risultato diretto dei colloqui” avvenuti il 14 e 15 luglio sempre a Roma, celebrata come ‘capitale di pace’ dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il titolare della Farnesina, che ieri ha sentito telefonicamente Leiter e Karam, ha espresso apprezzamento per i primi risultati registrati nelle “zone pilota” e ha incoraggiato le parti a proseguire con spirito costruttivo, individuando soluzioni condivise che consentano di dare piena attuazione all’accordo quadro.
Di auspicio per “un risultato positivo” dai nuovi colloqui ha parlato anche l’ambasciatore americano a Beirut, Michel Issa, che su X ha sottolineato come “resta ancora molto lavoro tecnico da fare per garantire la sicurezza dei civili sul campo”. Il rappresentante diplomatico di Washington ha messo in guardia dal “procedere troppo in fretta”, rischiando di “mettere a repentaglio proprio i civili che questo processo dovrebbe proteggere”. Da qui, l’appello di Issa alle parti a “prendersi il tempo necessario per fare le cose per bene fin da subito” in modo che “le prossime zone pilota” possano procedere in modo più efficiente”.
I temi sul tavolo di Washington
Per la prima volta dall’avvio dei negoziati, Washington vuole ampliarne il raggio d’azione: tra i temi sul tavolo, ha sottolineato un portavoce del dipartimento di Stato Usa, ci sono “il progresso nell’attuazione del processo delle zone pilota, la risoluzione delle questioni di confine ancora irrisolte, la garanzia del disarmo verificato di Hezbollah, la completa rimozione delle infrastrutture terroristiche dal Libano meridionale e il compimento di progressi concreti verso un accordo globale di pace e sicurezza”.
Allargata è anche la delegazione che Beirut ha deciso di inviare a Roma: insieme a Karam, ci sono l’ambasciatrice del Libano a Washington, Nada Hamadeh Moawad, e il direttore delle operazioni al Comando dell’esercito, il generale George Rizkallah, insieme a cinque ufficiali specializzati, oltre al consigliere legale della presidenza, Antoine Sfeir, e Najib Masihi, esperto di affari marittimi. Per Israele, Leiter è accompagnato dal vice consigliere per la Sicurezza Nazionale Joseph Draznin.
L’affondo dell’Iran al presidente Aoun: “Parziale e divisivo”
Nell’attuale situazione, Beirut si trova stretta tra due fronti, a cominciare da quello politico interno, dove si fa sentire con forza l’opposizione di Hezbollah, sostenuto dal movimento Amal del presidente del Parlamento, Nabih Berri. Il leader del gruppo sciita filo-iraniano, Naim Qassem, oggi ha ribadito la netta contrarietà ai colloqui, sostenendo che il nuovo round – il settimo diretto – porterà “solo vergogna, umiliazione e continui compromessi” al popolo libanese.
Il successore dello storico leader Hassan Nasrallah ha attaccato duramente anche il presidente libanese Joseph Aoun che “non ha agito da arbitro o da fattore di unione, ma si è mostrato parziale e divisivo, il che è incompatibile con il suo ruolo e con la forza del Libano”.
Continuano i raid nel sud del Libano
Se sul fronte politico le acque sono agitate, sul terreno la situazione resta molto tesa: le truppe dell’Idf continuano a operare nel sud del Paese dei Cedri e nei giorni scorsi hanno compiuto numerosi bombardamenti e distruzioni in diverse località, con raid tra i più violenti dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a giugno. Tra le zone prese di mira, anche quella del castello di Beaufort, patrimonio dell’Unesco. L’esercito israeliano ha riferito di aver usato 700 tonnellate di esplosivo per far saltare in aria un sistema sotterraneo di tunnel di Hezbollah sotto la cresta di Beaufort come ritorsione per un attacco del gruppo sciita filo-iraniano a soldati dell’Idf, in violazione della tregua. Aoun ha denunciato una “escalation estremamente pericolosa” e una “minaccia diretta al processo negoziale” e anche le Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione per “l’entità delle esplosioni e delle demolizioni in corso”. Dalla sua, il capo di Stato libanese può ‘vantare’ – innanzitutto in patria – il successo dell’incontro a Washington con il presidente Donald Trump del 21 luglio. Nessuna indicazione concreta dal capo della Casa Bianca ma tante promesse di “aiuto” e una generale propensione verso il nuovo leader libanese, in carica da un anno e mezzo dopo un lungo impasse politico.
Le incognite tra Tel Aviv e Beirut
Anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato ricevuto da Trump alla Casa Bianca la settimana scorsa, in un incontro fortemente atteso e voluto dal leader di Tel Aviv di cui gli esiti tuttavia sono stati più incerti, in un momento non proprio idilliaco tra i due alleati. In questo contesto, tante restano le incognite e gli ostacoli sul cammino del negoziato tra i due Paesi: se Beirut punta a estendere le zone pilota, con la ‘liberazione’ di città dal più alto valore simbolico ma anche sostanziale, presenti all’interno della zona cuscinetto demarcata dalla Linea Gialla indicata dall’Idf come ‘confine’ provvisorio, da parte sua Israele avrebbe già fatto sapere di non avere intenzione di ulteriori ritiri senza passi più decisi dell’esercito libanese contro Hezbollah.
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