Gli interessi sul debito americano potrebbero raggiungere il 5,3% del Pil. Georgieva avverte Washington: «Necessari interventi su tasse e spesa». E poi: «La Cina deve spendere di più, gli Stati Uniti devono risparmiare di più e l’Europa deve investire di più»
Non basterà la crescita economica per alleggerire il debito degli Stati Uniti, ormai superiore ai 40 mila miliardi di dollari. Washington dovrà intervenire anche sui conti pubblici, aumentando le entrate o contenendo la spesa. È il monito del Fondo monetario internazionale, arrivato da Bangkok durante le assemblee annuali con la Banca mondiale. Un avvertimento che va oltre gli Stati Uniti: il debito pubblico mondiale si avvicina al 100% del Pil, un livello che non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale, mentre gli interessi sempre più elevati rendono difficile per i governi tenere sotto controllo i bilanci.
«Le autorità fanno molto affidamento sulla forte crescita negli Stati Uniti» per ridurre il debito, ha osservato la direttrice generale del Fmi, Kristalina Georgieva. «La crescita naturalmente aiuta, ma non può produrre abbastanza rapidamente gli aggiustamenti necessari. Serviranno quindi misure di bilancio». Secondo Georgieva, anche il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, assente ai lavori di Bangkok, riconosce che deficit e debito hanno raggiunto livelli troppo elevati. Il Fondo ritiene però che affidarsi alla sola espansione dell’economia non sia una strategia sufficiente per riportarli sotto controllo.
Gli interessi costano quanto le pensioni
Il problema, infatti, non è soltanto quanto debito uno Stato abbia accumulato, ma quanto gli costi mantenerlo. Negli Stati Uniti, secondo le proiezioni del Fmi, la spesa per interessi potrebbe raggiungere il 5,3% del Pil, contro il 2,8% precedente alla pandemia: un importo paragonabile a quello destinato alla Social Security, il principale sistema pensionistico pubblico americano. In altre parole, Washington rischia di spendere per pagare gli interessi quanto per finanziare le pensioni. E ogni volta che deve sostituire titoli in scadenza con nuove emissioni a rendimenti più elevati, il conto aumenta.
Il fenomeno riguarda anche le altre economie avanzate. Tra febbraio e settembre il rendimento medio dei titoli di Stato decennali dei Paesi del G7 è salito di oltre 1,1 punti percentuali, raggiungendo i livelli più alti da quasi vent’anni. A spingerlo sono l’inflazione persistente, il rincaro dell’energia e la maggiore domanda di capitali, alimentata anche dagli investimenti nell’intelligenza artificiale. Intanto i governi devono finanziare nuove spese per la difesa, la sicurezza energetica e l’invecchiamento della popolazione.
Il rischio di un circolo vizioso
Il Fondo teme soprattutto che si inneschi un meccanismo difficile da fermare: più debito significa maggiore esposizione agli aumenti dei tassi e, se gli investitori cominciano a dubitare della sostenibilità dei conti pubblici, possono chiedere interessi ancora più alti per prestare denaro agli Stati. Secondo le stime del Fmi, il costo medio effettivo del finanziamento dei governi potrebbe salire dal 2,3% del 2021 al 3,7% nel 2031. Il debito pubblico mondiale, già al 94% del Pil nel 2025, potrebbe raggiungere il 100% entro il 2029.
«Abbiamo rafforzato il senso di urgenza del nostro messaggio», ha spiegato Rodrigo Valdés, direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo. I conti pubblici stanno andando peggio di quanto previsto appena sei mesi fa e molti governi continuano ad aumentare la spesa anziché ridurre i disavanzi. Per questo il Fmi chiede programmi di risanamento credibili, con interventi concreti e previsioni realistiche. Aspettare, avverte, significa rischiare di dover adottare in futuro misure molto più pesanti.
L’allarme per i Paesi più poveri
Le conseguenze si fanno sentire anche lontano dalle grandi economie. Quando aumentano i rendimenti dei titoli americani ed europei, i Paesi emergenti possono essere costretti a offrire interessi più alti per attirare investitori. La situazione è ancora più difficile per quelli a basso reddito, dove il servizio del debito assorbe ormai in media il 14% delle entrate pubbliche, contro il 6% di dieci anni fa. Sono risorse che non possono essere impiegate per la sanità, l’istruzione o gli investimenti.
Il richiamo del Fondo riguarda infine gli altri grandi protagonisti dell’economia mondiale. Alla Cina viene chiesto di puntare meno sulle esportazioni e più sui consumi interni, all’Europa di investire maggiormente per recuperare competitività. Georgieva ha riassunto le diverse priorità in una frase: «La Cina deve spendere di più, gli Stati Uniti devono risparmiare di più e l’Europa deve investire di più». Per tutti, però, vale lo stesso avvertimento: più si rinvia il riequilibrio dei conti, più costoso diventerà raggiungerlo.
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