Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente
Nell’altra riunione che si svolse (non ha specificato a distanza di quanto tempo) a casa di Vasile egli si presentò con una strategia propria di carattere intimidatorio, che era quella di seminare di siringhe infette le spiagge di Rimini, per colpire il turismo, nonché di disseminare panini avvelenati in alcuni supermercati.
Ha detto che avevano in animo, però, di avvertire le Autorità, telefonando prima che si verificassero danni gravi alle persone.
Dice, a proposito del contenuto di quest’incontro: «Il primo obiettivo era questo. Cioè, trovare il sangue, ci stavamo adoperando per trovare il sangue. E riempire alcune spiagge del Nord con delle siringhe. Però, telefonando, facendole ritrovare, in maniera che si scoprisse il danno. Perché, una volta distrutta una spiaggia di Rimini, il turismo sarebbe stato… al Nord sarebbe stato colpito in maniera forte. Quindi, sotto questo punto di vista, era un buon progetto.
Poi, il Gioè, prendendo l’iniziativa, non so se i cinesi, i giapponesi, quelli che erano, per dire, possiamo fare anche questa. Cioè, avvelenare delle briochine e riempire alcuni supermercati. Però subito telefonare, in maniera che nessuno li mangiasse. Però già quelle delle siringhe era quasi, ci stavamo adoperando per trovare il sangue».
Si parlò anche della Torre di Pisa, ma a livello astratto, senza pensare ad un progetto concreto contro la stessa. Ha detto, infatti, a proposito di un attentato a questo monumento:
«Dunque, come fatto, che ho detto, così… come fatto nel senso di dialogo, per dire: se succede questo fatto lo Stato può subire questo… può subire questa immagine.
E, in particolar modo, veniva ripresa sempre come punto, cioè, come spunto, la Torre di Pisa.
Quindi se ne parlò… quasi era sempre oggetto di argomento. Ma in quella occasione, le posso dire, che ne abbiamo parlato. Però mai stabilito cento per cento, per dire: iniziamo l’attività per andar a mettere l’esplosivo sulla Torre di Pisa».
Furono lui e Gioè ad introdurre l’argomento della Torre: «Ma l’argomento fu riportato da noi. Cioè, da me e da Gioè. Non mi ricordo chi dei due prima lo… prospettò. Ma credo che lo prospettò il Gioè, in quanto era quello che diceva, d’accordo con me, con il Bellini. E lui era, spiegava molto meglio gli effetti che potevano subire e quali potevano essere le conseguenze e gli eventuali benefici. Quindi ne abbiamo parlato, in quella occasione, tra me, Gioè. Che siamo stati noi a portare per primi questo presunto obiettivo, a Bagarella e a Giuseppe Graviano. E il Messina Matteo Denaro, che ricordo che c’era».
Ha detto che nel corso di quest’incontro non si parlò più di attentati in Sicilia, probabilmente perché si sapeva già che i palermitani (Cancemi, Ganci, ecc.) non erano d’accordo. Per questo si parlò di fare attentati fuori della Sicilia.
Si riparlò, in ogni caso, dell’attentato a Costanzo. Non esclude che si possa essere parlato di attentati da commettere in Sicilia. Se ciò avvenne, dice, avvenne in maniera accademica, astratta, ma non perché si dovesse commettere qualche attentato in concreto.
Ecco perché, a suo dire, non si parlò più di attentati in Sicilia:
«Imputato Brusca G.: In quella sede, in quell’occasione non si parla più degli attentati in Sicilia.
Pubblico ministero: Ma perché?
Imputato Brusca G.: Onestamente, non mi ricordo, ma non… Credo perché già sapevamo che i palermitani non erano d’accordo, quindi non se ne parlò più perché o io per un verso, o loro per un altro verso, sapevamo che non eravamo tutti d’accordo; quindi, non si parlò più per gli obiettivi in Sicilia, ma bensì si parlò per fuori, per commettere attentati fuori.
Pubblico ministero: Di questa sua affermazione lei si sente sicuro, oppure la formula così, a titolo di interpretazione di quello che era successo? E che stava succedendo.
Imputato Brusca: Noi dobbiamo parlare, siccome mi rifaccio sempre alla domanda se andiamo su fatti che dovevamo… concreti, eh, l’obiettivo da colpire, ripeto, era Costanzo e il sangue infetto con le siringhe.
Poi, ripeto, ce ne furono discorsi, tanti, in quella sede, in quell’occasione, in linea generale.
Pubblico ministero: Sì.
Imputato Brusca G.: Non ricordo di avere parlato dei famosi obiettivi in Sicilia; però non escludo che se ne abbia potuto anche parlare. Non so se… Però in maniera molto accademica. Ma non perché si doveva commettere qualche attentato.
Che, quando si doveva commettere qualche attentato, cioè mi rimane in testa registrato, nel senso sapevo che c’era un’attività, sapevo che si doveva fare qualche cosa, si comincia a vedere dove abita, dove va. Siccome di queste attività non ne abbiamo fatto nulla, almeno per quello che mi riguarda non ne ho fatto niente; quindi, se se n’è parlato, è così, in maniera molto accademica. Ma non per dire: ‘Dobbiamo fare questo attentato’.
Ha precisato che, per le regole di «cosa nostra», ognuno, al di là dello stretto, può fare quello che vuole. In Sicilia, invece, per attuare un qualche progetto criminoso occorre l’avallo del capo mandamento locale:
«Io le posso dire che o uno o l’altro fuori dalla Sicilia, possono fare quello che gli passa per la mente, senza che nessuno gli può dire niente».
«Pubblico ministero: Cosa vuol dire “o l’uno o l’altro, fuori della Sicilia può fare quello che gli pare”?
Imputato Brusca G.: E allora, come ho detto poco fa, il progetto inizialmente era quello di portare a termine sia l’attentato a Costanzo e sia una serie di attentati in Sicilia; quelli in Sicilia non sono stati potuti portare a termine, in quanto altri capimandamento non hanno voluto. E fuori dalla Sicilia, siccome per le regole di Cosa Nostra, passando lo Stretto di Messina, uno può fare e sfare tutto quello che gli passa per la mente.
Che sia uomo d’onore, che non sia uomo d’onore, le regole stagno vanno solo per la Sicilia. Fuori dalla Sicilia, quello che ognuno voleva fare, fa.
Quindi, essendo che si doveva fare un attentato fuori dalla Sicilia che riguardava Costanzo o altri personaggi, nessuno doveva chiedere niente a nessuno.
Quindi, sia stato Bagarella, sia stato Graviano, sia stato il Messina Matteo Denaro, non glielo so dire chi per primo abbia definitivamente dato questo star bene».
Lo scopo degli attentati discussi in questo periodo, ha ribadito più volte, era sempre quello di costringere lo Stato a scendere a patti con «cosa nostra»(«si vuole continuare in questa strategia perché si cerca di riportare lo Stato a trattare con noi, cioè con la mafia per potere usufruire sempre di quei benefici per avere una trattativa per riscendere a patti e per avere, ripeto, sempre qualche beneficio»).
Incontro a casa di Guglielmino
Giovanni. Ha aggiunto che, nel periodo di questi incontri di Santa Flavia (non ricorda se prima o dopo, comunque), si incontrò nuovamente con Ganci Raffaele e Cancemi Salvatore nel magazzino di tale Guglielmino Giovanni (detto «Giovanni U Secco») per discutere di altri argomenti di comune interesse («per una messa a posto, per motivi di lavoro»). All’esito, egli mise a parte i due del suo progetto di attentati al Nord, per mettere in ginocchio il turismo italiano (siringhe infette, panini avvelenati, ecc.).
Ganci gli rispose che ne avrebbero riparlato. Invece, non ne fecero più parola.
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Sentenza della Corte d’Assise di Firenze
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