Il 6G rischia di trasformare la competizione sulle telecomunicazioni in qualcosa di molto più ampio della battaglia che ha accompagnato il 5G. Non sarà più sufficiente stabilire chi fornisce antenne, apparati radio e core network. La nuova generazione delle reti dovrà integrare AI, cloud, edge computing, sistemi satellitari, sensing e infrastrutture industriali. Ciò renderà le telecomunicazioni una componente sempre più profonda dello stack tecnologico. È su questo terreno che Stati Uniti, Europa e Cina stanno già preparando una partita destinata a intrecciare politica industriale, sicurezza nazionale, standard e capacità di finanziamento.

A delineare il quadro è un’analisi del Center for European Policy Analysis (Cepa), firmata da Alexis Serfaty, secondo cui Washington non è riuscita a raggiungere uno degli obiettivi centrali perseguiti durante la diffusione del 5G: ridurre drasticamente il ruolo di Huawei, Zte e degli altri fornitori cinesi nelle infrastrutture mobili mondiali.

Al di fuori del Nord America, sottolinea Cepa, Huawei deterrebbe circa il 40% del mercato degli apparati telecom e Zte un ulteriore 14%. La presenza cinese resta particolarmente rilevante in America Latina, Medio Oriente, Africa subsahariana e Sud-est asiatico.

Verso la nuova generazione con un quesito chiave

Il punto, tuttavia, non è soltanto stabilire chi abbia “vinto” il 5G. L’interrogativo strategico è se le condizioni che hanno favorito i vendor cinesi possano ripetersi con la generazione successiva. Oppure se Stati Uniti ed Europa possano trasformare i propri punti di forza nell’AI, nei chip, nel software e nel cloud in un’offerta infrastrutturale alternativa.

Il vantaggio costruito dalla Cina non è soltanto tecnologico

La diffusione internazionale di Huawei e Zte dimostra quanto la competizione nelle telecomunicazioni non possa essere ridotta alle prestazioni degli apparati. Prezzo, accesso al credito, velocità di realizzazione delle reti, assistenza e capacità di fornire soluzioni integrate hanno avuto un peso almeno altrettanto rilevante.

Secondo Cepa, è proprio questa combinazione ad aver consentito alla Cina di consolidare la propria posizione. Gli operatori e i governi che devono costruire reti mobili non valutano infatti soltanto sicurezza e affidabilità del fornitore. Devono confrontare costi, modalità di finanziamento, tempi di rollout, manutenzione e possibilità di acquistare un’infrastruttura end-to-end. Nei mercati con minori disponibilità di capitale, questi fattori possono diventare decisivi.

La forza del modello cinese

Il modello cinese ha potuto contare inoltre su un sistema finanziario capace di accompagnare l’espansione internazionale delle imprese. Il Cepa richiama le attività di banche commerciali controllate dallo Stato, fondi sovrani e istituzioni multilaterali legate a Pechino. Questo ha inserito le telecomunicazioni in una più ampia strategia di finanziamento delle infrastrutture nei mercati emergenti. È uno degli elementi che spiegano perché le politiche occidentali concentrate principalmente sull’esclusione dei fornitori considerati ad alto rischio abbiano incontrato limiti.

In Europa il nodo dei costi resta aperto

La questione riguarda direttamente anche l’Unione europea. Il dibattito sulla progressiva eliminazione degli apparati cinesi dalle reti mobili si confronta infatti con investimenti già effettuati, tempi di sostituzione e sostenibilità economica per gli operatori.

L’analisi del Cepa richiama una stima di Gsma Intelligence secondo cui la rimozione dei fornitori cinesi dalle infrastrutture telecom europee potrebbe comportare costi fino a 40 miliardi di euro. È un elemento che aiuta a comprendere perché il percorso europeo sia stato meno uniforme rispetto a quello statunitense. Al contempo spiega perché alcuni Paesi abbiano adottato approcci graduali.

La sfida della transizione

Il problema diventa ancora più rilevante in vista della generazione successiva. Se il passaggio al 6G venisse affrontato esclusivamente attraverso una politica di sostituzione dei fornitori, gli operatori rischierebbero di sostenere contemporaneamente i costi della transizione dal 5G e quelli necessari per preparare nuove architetture.

L’Europa dispone però di una base industriale strategica. Ericsson e Nokia restano due dei principali vendor globali di infrastrutture mobili, mentre il continente possiede competenze rilevanti nella ricerca, nella componentistica, nella cybersecurity e nelle applicazioni industriali. La questione è trasformare queste risorse in un ecosistema capace di competere non solo nei mercati maturi ma anche nelle aree dove prezzo e accesso ai finanziamenti determinano le decisioni di investimento.

Con la nuova generazione cambiano i confini della rete

La differenza più importante rispetto al 5G è però tecnologica. Le reti future saranno progettate per integrare funzioni che oggi appartengono ancora a domini relativamente distinti.

L’AI entrerà sempre più direttamente nella gestione dell’infrastruttura, dall’ottimizzazione delle risorse radio alle reti autonome. Edge computing e cloud diventeranno componenti strutturali del servizio, mentre comunicazione e sensing potranno convergere. A questo si aggiunge il ruolo crescente delle reti non terrestri, con satelliti e infrastrutture mobili destinati a operare in modo progressivamente più integrato.

6G: una tecnologia “strategica”

È anche per questo che Washington considera il 6G una tecnologia strategica. Nel memorandum “Winning the 6G Race“, pubblicato dalla Casa Bianca il 19 dicembre 2025, gli Stati Uniti hanno collegato esplicitamente la nuova generazione delle comunicazioni alla sicurezza nazionale, alla competitività economica e allo sviluppo di tecnologie come AI e robotica. Il documento indica inoltre standard internazionali, disponibilità di spettro armonizzato e collaborazione con partner industriali e Paesi alleati tra gli strumenti necessari per conquistare una posizione di leadership.

La competizione, quindi, si allargherà. Il vendor che produce la radio sarà soltanto uno dei protagonisti. Chip, piattaforme cloud, modelli AI, cybersecurity, software di rete e infrastrutture satellitari entreranno nella stessa catena del valore.

Gli standard diventano terreno geopolitico

Nonostante la crescente attenzione politica, il 6G è ancora nella fase in cui si definiscono architetture e specifiche. Ed è proprio questo a rendere il momento attuale strategicamente importante.

Nel giugno 2026 il 3Gpp ha approvato il primo studio sugli scenari e sui requisiti radio della 6G e definito la roadmap della Release 21, destinata a contenere le prime specifiche normative della nuova generazione. La timeline prevede il congelamento funzionale della Release 21 entro la fine del 2028.

La partita sugli standard avrà conseguenze industriali rilevanti. Definire protocolli, interfacce, architetture e bande di frequenza significa influenzare la direzione nella quale si muoveranno investimenti, brevetti e prodotti per molti anni.

L’invito del Cepa a Europa e Usa

Da questo punto di vista, Cepa invita Stati Uniti ed Europa a coordinare le rispettive posizioni in organismi come Itu e 3Gpp, promuovendo interfacce aperte, interoperabilità e sicurezza by design. Una frammentazione delle strategie occidentali, sostiene l’analisi, finirebbe per indebolire le economie di scala e rendere ancora più competitiva un’offerta cinese maggiormente integrata.

È una questione particolarmente delicata per l’Europa, che storicamente ha esercitato un ruolo significativo nella standardizzazione delle tecnologie mobili. Conservare questa influenza nel 6G significherà evitare che la competizione tra blocchi geopolitici produca standard incompatibili o ecosistemi tecnologici separati.

Costruire un’offerta, non soltanto imporre vincoli

Il passaggio più rilevante dell’analisi del Cepa riguarda tuttavia la politica industriale. Limitare la presenza dei vendor cinesi può essere uno strumento di sicurezza, ma non costituisce di per sé una strategia internazionale.

Per competere nei mercati emergenti, Stati Uniti ed Europa dovrebbero essere in grado di proporre pacchetti completi: accesso radio, core network, fibra, cloud, cybersecurity, formazione e manutenzione finanziati attraverso strumenti in grado di sostenere progetti pluriennali.

È qui che il rapporto transatlantico potrebbe assumere un ruolo centrale. Gli Stati Uniti dispongono di punti di forza difficili da replicare nell’AI, nella progettazione dei semiconduttori, nel software e nel cloud. L’Europa mantiene una presenza industriale di primo piano nelle reti mobili. Combinare queste componenti potrebbe creare una filiera alternativa con dimensioni sufficienti per competere con l’offerta cinese.

Il tassello mancante rimane il finanziamento. La Commissione europea ha già individuato nel Global Gateway lo strumento per sostenere connessioni digitali, energetiche e di trasporto considerate sostenibili e affidabili, con l’obiettivo di mobilitare anche capitale privato. Per diventare una leva realmente competitiva nel settore telecom, tuttavia, queste risorse dovranno tradursi in progetti capaci di combinare infrastruttura, tecnologia e condizioni economiche attraenti.

Dalla connettività alla sovranità tecnologica

Per operatori e imprese la transizione al 6G apre dunque una fase più complessa rispetto ai precedenti cicli tecnologici. Le decisioni sugli apparati saranno sempre più intrecciate alle scelte sul cloud, alla gestione dei dati, alla cybersecurity e alle piattaforme AI. La struttura della rete potrà diventare parte integrante dei processi industriali e delle infrastrutture critiche.

Questo significa anche che la definizione di “vendor affidabile” tenderà ad ampliarsi. Non riguarderà soltanto chi realizza antenne e core network, ma potenzialmente l’intera catena tecnologica che collega semiconduttori, software, data center, satelliti e sistemi di gestione automatizzata.

La corsa al 6G non parte dunque da zero. La Cina porta con sé la scala industriale e commerciale costruita nell’era 5G; gli Stati Uniti una leadership significativa in AI, cloud e chip; l’Europa una filiera telecom che resta strategica e un peso rilevante nella definizione degli standard. Nel frattempo la stessa industria cinese continua a spingere sull’evoluzione delle reti. Gsma Intelligence prevede oltre 1,7 miliardi di connessioni 5G in Cina entro il 2030, mentre il mercato si muove verso 5G Advanced, mobile AI e reti non terrestri.


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