Da un anno presidio per Gaza in piazza Duomo a Milano. Il silenzio che scortica la pietra: la geopolitica della presenza (Laura Tussi)


In Piazza Duomo a Milano da 12 mesi si svolge un presidio quotidiano e permanente organizzato da gruppi di cittadini e attivisti per denunciare la crisi a Gaza e chiedere la pace. Ogni giorno dalle 18 alle 19 (18.30-19.30 secondo l’«orario invernale») arrivano in Piazza Duomo, ognuno con un cartello con citazioni di poeti palestinesi, e si dispongono in fila, distanziati 3 metri ciascuno in modo da occupare più spazio e farsi attraversare e guardare dai cittadini e dai turisti che passano. Sono un gruppo spontaneo, praticamente senza nome, nato sullo sdegno per quanto succede nella striscia di Gaza. Hanno poche regole: rispettare il loro posto, stare in silenzio, scegliere citazioni che non siano violente o volgari. 

Nel cuore iperaccelerato della metropoli tardo-capitalista, dove il tempo è monetizzato e lo spazio pubblico viene progressivamente ridotto a mero corridoio del consumo, accade un’anomalia che scardina la grammatica della distrazione globale. Ogni sera, alle 18.30, il sagrato del Duomo di Milano cessa di essere soltanto la cartolina della finanza e del turismo internazionale per trasformarsi in un dispositivo di resistenza etica.

Un gruppo eterogeneo di cittadini – insegnanti, studenti, pensionati e lavoratori – si fa corpo politico. Non attraverso l’urlo o la retorica incendiaria, ma attraverso il silenzio. Un silenzio ostinato, protratto per dodici mesi, che agisce come un reagente chimico sulla coscienza di una città distratta, denudando l’indifferenza dell’Occidente di fronte al dramma palestinese.

Questa mobilitazione spontanea, capace di irradiare la propria eco da Milano a Cagliari, fino a rimbalzare sugli schermi digitali dei turisti provenienti da Pechino, impone una riflessione profonda sui concetti di memoria, responsabilità e spazio pubblico nell’epoca della disintermediazione geopolitica.

Tra la carne e il marmo: il silenzio come rottura del consenso

La scelta di occupare il sagrato della cattedrale milanese non rappresenta un semplice elemento scenografico: è un atto di profonda risignificazione simbolica. Il Duomo costituisce il centro identitario della narrazione urbana occidentale e uno dei luoghi più rappresentativi della città. Inserirvi la “Presenza per Gaza” significa costringere il flusso incessante dei passanti a confrontarsi con ciò che la coscienza collettiva tende a rimuovere.

Mentre il discorso pubblico ufficiale si avvita in formule diplomatiche sterili e in tregue solo apparenti — come quelle promosse dalle grandi potenze occidentali, incapaci di arrestare la spirale di violenza che coinvolge Gaza, la Cisgiordania e il Libano — i corpi immobili sul sagrato strappano il velo dell’assuefazione. Il contrasto è netto.

Da una parte, la vertigine del turismo di massa che consuma immagini, esperienze e merci. Dall’altra, il lutto collettivo, i sudari portati in corteo, le canzoni di Silvia Zaru e i cori che restituiscono voce e identità a un popolo che molti vorrebbero relegare all’invisibilità.

In questo contesto il silenzio non rappresenta un’assenza di parola, ma una forma di linguaggio estremamente concentrato. È la denuncia di una complicità strutturale. Il cittadino che si ferma con un cartello tra le mani smette di essere un consumatore passivo di notizie tragiche e assume il peso della testimonianza.

Quel silenzio sembra scorticare la pietra del Duomo, costringendola a riflettere il dramma di una guerra osservata in tempo reale attraverso gli schermi del mondo, mentre le istituzioni internazionali appaiono spesso impotenti o incapaci di incidere realmente sugli eventi.

La rete dei corpi: dalla piazza locale allo schermo globale

L’aspetto più propriamente politico di questa esperienza risiede nella sua natura molecolare e transgenerazionale. Non vi è un’avanguardia ideologica che detta i tempi e le modalità della mobilitazione; vi è piuttosto una convergenza spontanea di persone che riconoscono nel dolore dell’altro il proprio limite etico.

La “Presenza” dimostra che la solidarietà internazionale non è un’astrazione burocratica, bensì una pratica quotidiana, un esercizio di perseveranza che sfida il logoramento del tempo e l’apatia sociale.

Il fenomeno rivela inoltre uno dei paradossi più interessanti della contemporaneità: lo stesso turismo globale che alimenta la spettacolarizzazione degli spazi urbani finisce per diventare veicolo della protesta.

I visitatori che fotografano il Duomo non possono evitare di includere nelle loro immagini le bandiere palestinesi, i cartelli e i volti di chi manifesta. L’immagine del dissenso viene così catturata, digitalizzata e diffusa in migliaia di flussi comunicativi che raggiungono Pechino, New York, il Medio Oriente e ogni altra parte del mondo.

La piazza fisica di Milano diventa così l’epicentro di una propagazione visuale globale. La denuncia locale assume una dimensione universale non grazie ai grandi network televisivi, ma attraverso la capacità di inserirsi nei circuiti comunicativi spontanei della società contemporanea.

L’orizzonte della testimonianza

Finché continueranno l’occupazione e la mobilitazione, finché la violenza continuerà a colpire Gaza, la Cisgiordania e il Libano, la presenza quotidiana in Piazza Duomo rimarrà un monito aperto.

Essa ricorda che la pace non coincide semplicemente con l’assenza dei bombardamenti o con tregue fragili e asimmetriche, ma con il ripristino della giustizia, del diritto e della dignità dei popoli.

La comunità spontanea che si ritrova nel cuore di Milano sembra aver compreso che l’unica risposta eticamente adeguata all’orrore non è l’indignazione effimera dei social network, bensì la fedeltà concreta a chi soffre.

Ritrovarsi ogni sera alla stessa ora significa istituire, nel centro della città, una sorta di tribunale permanente della coscienza. Una denuncia che non necessita di schemi ideologici rigidi, perché si fonda sulla più radicale delle evidenze: l’umanità è un destino condiviso e, finché un solo popolo sarà privato dei propri diritti fondamentali, nessuno potrà dirsi veramente libero nella propria città, nella propria casa, nel proprio sagrato.

 

 

Laura Tussi


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