19 agosto 2026 – ore 16:00 – Premessa – Mentre il conflitto in Ucraina continua e lo stallo nello stretto di Hormuz sta determinando, tra molto altro, un’impennata dei costi dei fertilizzanti con ricadute gravi per le produzioni agricole non solo in Europa ma anche in Asia e Africa, oggi cercheremo di analizzare le diverse posizioni all’indomani dello storico accordo intercorso tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita oggetto di precedenti trattazioni. Cercheremo di comprendere, in particolare, il punto di vista di diversi analisti, medio orientali, occidentali e israeliani. Ricordiamoci che l’Italia appare pienamente coinvolta in queste dinamiche, atteso che il nostro principale focus politico diplomatico e militare dovrebbe essere il Mediterraneo allargato, perché in questo quadrante potremmo concretamente recitare un ruolo non indifferente di mediazione e influenza. Non a caso ricordiamo ai pochi distratti del web, che le negoziazioni tra Israele e Libano mediate dagli USA si sono svolte a Roma e verosimilmente continueranno in Italia anche nel prossimo futuro. Questa tematica, di mio grande interesse e oggetto di diversi interventi, non trova in verità ampio spazio nei social media e, purtroppo, neppure nei dibattiti televisivi.
Un breve passo indietro per capire
Nell’egemonia politico-militare dell’epoca di Augusto, l’appellativo Mare Nostrum descriveva concretamente la situazione mediterranea caratterizzata da un attivo scambio non solo commerciale ma di popoli e culture che avevano piena coscienza di appartenere e di condividere la medesima area geografica. “Il vicino era al di là dello specchio d’acqua. Bisognava a volte combattere ma principalmente convivere”.
Il Mediterraneo è luogo di cultura, storia, civiltà, religioni. Il Mare nostrum è stato ed è un crogiuolo di identità e tradizioni differenti. Esso si sviluppa in connessione e interdipendenza con i Paesi del Medio Oriente, del Golfo e del Mar Nero. La sua storia, la sua peculiare collocazione geografica e le sue risorse lo rendono uno spazio per alcuni versi autonomo, ma al contempo crocevia di incessanti traffici economici e oggetto di fortissimi interessi geo-politici.
I caratteri peculiari del Mediterraneo allargato, per molti versi, rappresentano le cause stesse dei numerosi problemi che lo riguardano. Com’è noto, infatti, i paesi di quest’area sono da lungo tempo percorsi da crisi e conflitti di diversa natura, che ne hanno lacerato profondamente il tessuto sociale e gravemente indebolito l’assetto delle istituzioni economiche e politiche. La natura di ciascun conflitto interno agli stati del Mediterraneo, come ben sappiamo, ha origini proprie, spesso risalenti nel tempo.
In estrema sintesi, tra i fattori che possiamo annoverare tra le cause di questa situazione vi è in primo luogo la difficile relazione tra potere politico, società civile e fattori religiosi che ha, da una parte, rallentato il processo di coesione sociale e, dall’altra, indebolito quello di maturazione degli assetti democratici. In secondo luogo, la repentina evoluzione demografica e sociale degli ultimi cinquant’anni che ha inevitabilmente alterato gli equilibri preesistenti, ponendo domande inedite, spesso provenienti dalle generazioni più giovani.
Merita ricordare che oggi la popolazione di madrelingua araba che vive nei paesi del bacino del Mediterraneo (soprattutto in Nordafrica e Medio Oriente) supera i 250 milioni di persone. Se si considerano l’intera Lega degli Stati Arabi e le migrazioni moderne, il totale globale sale a circa 450 milioni, di cui circa il sessanta per cento ha un’età inferiore ai venti anni. Com’è comprensibile, tale evoluzione sta favorendo il forte e continuo incremento della domanda sociale, soprattutto da parte degli oltre novanta milioni di giovani. In tale contesto, la fotografia odierna del Mediterraneo allargato contrasta in maniera evidente con gli sforzi di stabilizzazione promossi dagli Attori internazionali e regionali negli ultimi decenni.
La costruzione di un sistema di sicurezza mediterranea ha rappresentato infatti da almeno trent’anni uno degli obiettivi più esibiti, da parte della comunità internazionale. Già all’indomani della fine della guerra fredda, con il crollo delle rassicuranti certezze garantite da un condiviso ordine globale congelato, la pacificazione della regione balzò in cima all’agenda delle varie diplomazie occidentali che, infervorate dallo “spirito di Oslo”, misero in cantiere una serie di iniziative volte a garantire un sistema di sicurezza condiviso per l’Oriente mediterraneo.
Nel recente passato ricordiamo che la strage dell’11 settembre 2001, aveva tragicamente riaperto la stagione della guerra totale al terrorismo che, dall’Afganistan all’Iraq, avrebbe a lungo infestato il primo decennio del nuovo secolo. Le rivolte delle cosiddette “primavere arabe”, le connesse crisi nella vasta e poco conosciuta Regione del Sahel, il collasso della Libia e della Siria, la crisi libanese, il conflitto israelo-palestinese, le criticità in Egitto, hanno e stanno riproponendo con forza, l’estrema necessità di rimuovere i fattori di destabilizzazione dal Mediterraneo, nel tentativo di rilanciare la collaborazione fra i popoli che vi si affacciano.
In questo ginepraio di aspettative, conflitti, criticità permanenti e interessi contrastanti si innesca l’Accordo della Mecca, che oggi cercheremo di approfondire.
L’ordine mediorientale guidato dagli Stati Uniti è finito. L’accordo della Mecca lo dimostra.
Steven Cook, esperto di politica araba e turca, nonché di politica statunitense in Medio Oriente, dalle pagine del prestigioso Council on Foreign Relations, il noto think tank statunitense specializzato in politica estera e affari internazionali, traccia un’analisi decisamente meritevole di riflessione, in cui dedicata attenzione viene rivolta alla politica statunitense nell’intero quadrante del Mediterraneo allargato.
Dalla lettura di questa analisi, emerge il timore che si possa realizzare in Medio Oriente una sorta di frattura tra due blocchi: i paesi che sono rimasti fedeli agli Accordi di Abramo e la loro alternativa, l’Accordo della Mecca. In estrema sintesi, il nostro analista evidenzia che dopo circa cinquanta anni non appare più possibile parlare di un ordine guidato dagli Stati Uniti in Medio Oriente e nell’intero quadrante mediterraneo.
Leggiamo insieme:
Il 7 agosto , Pakistan, Arabia Saudita e Turchia hanno firmato l’ Accordo di Difesa Congiunta della Mecca. Le parti non hanno pubblicato un testo ufficiale, ma secondo alcune fonti i tre Paesi avrebbero sostanzialmente concordato una clausola simile all’articolo 5 della NATO: un attacco a uno dei firmatari verrebbe considerato un attacco a tutti. Questa garanzia di sicurezza è significativa in quanto impegna Arabia Saudita e Turchia a intervenire in difesa del Pakistan in caso di guerra nell’Asia meridionale e, presumibilmente, le forze saudite e pakistane si unirebbero al conflitto qualora Israele e Turchia si scontrassero in Siria o nel Mediterraneo orientale.
Questi impegni sono stati messi alla prova solo quarantotto ore dopo la cerimonia di firma, quando Ansar Allah (o Houthi) ha aperto il fuoco contro una raffineria di petrolio della Saudi Aramco nella città sud-occidentale di Jazan. Nonostante l’Arabia Saudita sia sotto il fuoco costante degli Houthi dal 13 luglio, i leader sauditi non hanno chiesto aiuto ai loro nuovi partner. Forse perché non ritengono che la minaccia degli Houthi sia grave. Ma è più probabile che, nonostante l’audace annuncio di un nuovo patto di sicurezza, i leader sauditi non credessero che i leader turchi e pakistani fossero desiderosi di unirsi alla lotta nella penisola arabica.
Ciò non sminuisce l’Accordo della Mecca, poiché la sua importanza non risiede nelle garanzie di sicurezza che offre. Piuttosto, riflette un cambiamento in atto nell’ordine regionale del Medio Oriente, un cambiamento che sta riducendo il ruolo di leadership che gli Stati Uniti hanno ricoperto per decenni.
Dagli anni ’70, gli Stati Uniti hanno coltivato e guidato un ordine regionale che ha incluso Bahrein, Egitto, Giordania, Marocco, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti (EAU) e (de facto) Israele. Anche altri paesi, come l’Oman e il Kuwait, hanno svolto ruoli specifici in questa architettura regionale. Tali relazioni hanno reso relativamente più facile ed economico per Washington perseguire i suoi interessi principali in Medio Oriente: prevenire minacce al libero flusso del petrolio, contribuire a garantire la sicurezza di Israele e impedire a qualsiasi paese o gruppo di paesi di sfidare il primato americano nella regione.
Gli Stati Uniti hanno generalmente raggiunto questi obiettivi, pur tenendo conto di alcune notevoli battute d’arresto come l’embargo petrolifero arabo del 1973 e la rivoluzione iraniana del 1979, che rovesciò un regime autoritario amico. Dopo la breve crisi del mercato petrolifero globale e la profonda recessione che ne derivò negli anni ’70, il petrolio non è mai più stato utilizzato efficacemente come arma, la sicurezza di Israele è stata in gran parte garantita e gli Stati Uniti sono rimasti i garanti della sicurezza regionale. Tutto ciò sarebbe stato più difficile – e avrebbe richiesto molte più risorse – senza l’aiuto dei partner regionali di Washington.
Il momento culminante di quest’ordine regionale risale forse a trentacinque anni fa, quando gli Stati Uniti formarono una coalizione per difendere l’Arabia Saudita e ripristinare la sovranità del Kuwait dopo l’invasione e l’occupazione irachena del Paese. Più recentemente, quest’ordine è stato messo a dura prova dall’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, dal sostegno degli Stati Uniti ai manifestanti durante la cosiddetta Primavera araba, dalla riluttanza degli Stati Uniti ad intraprendere azioni significative per rovesciare il regime del presidente siriano Bashar al-Assad, dal tiepido sostegno di Washington all’intervento dell’Arabia Saudita nella guerra civile yemenita, dalla riluttanza del presidente Donald Trump a difendere direttamente l’Arabia Saudita dopo l’attacco iraniano agli impianti petroliferi del Regno nel 2019 e dalla campagna israeliana nella Striscia di Gaza dopo gli attentati del 7 ottobre 2023. Tutti questi fattori hanno esercitato pressione su quest’ordine regionale.
Dopo le guerre inconcludenti in Afghanistan e Iraq, il dibattito all’interno della comunità politica statunitense – a cui i leader mediorientali prestano molta attenzione – si è concentrato sulle questioni del ritiro e del ridimensionamento dalla regione. L’idea che il Medio Oriente non fosse più importante coincideva con la convinzione che garantire il flusso di risorse energetiche dalla regione stesse rapidamente diventando un ricordo del passato. Una versione di questa argomentazione evidenziava il significativo aumento della produzione interna di petrolio e gas, spingendo alcuni a suggerire che gli Stati Uniti, non più dipendenti dalle risorse energetiche mediorientali, avrebbero potuto abbandonare la regione. Un’altra linea di ragionamento postulava, in modo piuttosto semplicistico, che la protezione dei giacimenti petroliferi della regione fosse superflua, dato che la transizione verso fonti energetiche alternative era in corso. La prima argomentazione ignorava convenientemente il fatto che i mercati energetici sono globali e che le minacce in una parte del mondo avrebbero comunque avuto ripercussioni sui consumatori statunitensi. La seconda affermazione minimizzava enormemente la difficoltà di decarbonizzare il sistema energetico e la società in generale.
Ad accrescere la dissonanza degli anni 2010 contribuì l’imprevedibilità degli Stati Uniti, che si manifestò in due forme correlate. Riflettendo la polarizzazione politica degli Stati Uniti, cambiamenti significativi e improvvisi divennero una costante della politica statunitense nella regione. Nel 2015, il presidente Barack Obama si accordò con l’Iran per l’ Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA). Il suo successore, Donald Trump, abrogò l’accordo tre anni dopo, dopo aver inizialmente esplorato la possibilità di rientrare nel JCPOA. Gli Stati Uniti promossero la democrazia nella regione, poi la abbandonarono, per poi riprovarci dopo le rivolte arabe, e infine rinunciarvi definitivamente. Successivamente, si è adottato un approccio alla regione basato sui valori, ma questo è stato abbandonato quando il presidente Joe Biden ha scoperto di aver bisogno dell’aiuto dell’Egitto a Gaza nel 2021 e della flessibilità dell’Arabia Saudita sulla produzione petrolifera nel 2022. Un tempo i leader regionali potevano contare sulla continuità nella politica estera statunitense, ma negli ultimi decenni sono stati costretti a confrontarsi con politiche basate su “tutto tranne ciò che ha fatto il presidente precedente”, a prescindere dalla loro validità.
Lo stile diplomatico di Trump, basato sull’intuito e sulla volontà di tenersi aperte tutte le opzioni, ha accentuato l’imprevedibilità degli Stati Uniti. Di conseguenza, nel conflitto in corso con l’Iran, gli Stati Uniti hanno alternato l’uso della forza, la minaccia di ricorrere alla forza e la negoziazione. I partner regionali di Washington spesso non hanno alcun preavviso delle svolte di Trump e hanno pagato un prezzo elevato, ovvero la disponibilità dell’Iran a colpirli in risposta alle azioni statunitensi. L’apparente impulsività di Trump ha ora indotto alcuni Paesi della regione a chiedersi se saranno abbandonati a se stessi ad affrontare un Iran rafforzato.
Ci sono stati momenti in cui sembrava che il vecchio ordine guidato dagli Stati Uniti potesse essere rafforzato e sviluppato. Gli Accordi di Abramo, gli accordi di normalizzazione del 2020 tra Israele e Bahrein, Marocco ed Emirati Arabi Uniti, suggerivano una via da seguire. Tale accordo ha dato vita a un “minilaterale” tra Stati Uniti, India, Israele ed Emirati Arabi Uniti che a sua volta ha stimolato l’idea del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) combinato con la (non realizzata) normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. Nel complesso, ciò offriva la prospettiva di istituzionalizzare gran parte di ciò che gli Stati Uniti avevano incoraggiato i loro partner regionali a fare nei quattro decenni precedenti. Tuttavia, l’attacco di Hamas a Israele, le tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti su Israele, Sudan e Yemen, e la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno frammentato la regione.
Oggigiorno, i sauditi, chiaramente preoccupati per l’affidabilità degli Stati Uniti, stanno cercando alternative, come ad esempio l’Accordo della Mecca. Non è rilevante che turchi e pakistani non siano in grado di schierare la stessa potenza militare degli Stati Uniti. I sauditi e i loro nuovi partner in materia di sicurezza aspirano a un nuovo ordine che permetta loro, e non a Washington, di plasmare gli equilibri regionali.
Per il Pakistan e la Turchia, entrambi partner degli Stati Uniti ma che mal sopportano l’esercizio del potere americano nelle loro rispettive aree geografiche, l’Accordo della Mecca accresce la loro influenza nel Golfo a scapito dei loro avversari: India e Israele, rispettivamente. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è inoltre motivato ideologicamente da questo nuovo patto di sicurezza, dato il consolidato interesse degli islamisti turchi per una “NATO musulmana”. Arabia Saudita e Turchia si sono spinte oltre, proponendo una deviazione del collegamento ferroviario che fa parte dell’IMEC. Invece di partire dalla Giordania, arrivare a Israele e poi collegarsi all’Europa via Cipro e Grecia, le merci aggirerebbero Israele e proseguirebbero dall’Arabia Saudita attraverso la Giordania, verso nord fino alla Siria e infine in Turchia, prima di essere trasbordate verso gli europei.
L’ordine regionale allineato agli Stati Uniti potrebbe ora trasformarsi in un Medio Oriente diviso in due blocchi: i paesi che sono rimasti fedeli agli Accordi di Abramo e la loro alternativa, l’Accordo della Mecca. In precedenza, le rivalità e le controversie regionali erano contenute perché i leader davano priorità alle relazioni con gli Stati Uniti, che costituivano il vincolo che teneva unita la regione. Ora, con Pakistan, Arabia Saudita e Turchia che portano avanti una visione in diretta concorrenza con gli Accordi di Abramo, questa situazione non sembra più essere valida.
Si tratta di un cambiamento epocale, ed è difficile sottovalutarne l’importanza. Dopo cinque decenni, non è più possibile parlare di un ordine guidato dagli Stati Uniti in Medio Oriente.
https://www.cfr.org/articles/the-u-s-led-middle-east-order-is-over-the-mecca-agreement-proves-it
L’accordo della Mecca analizzato nel dettaglio
Azeema Cheema, una delle fondatrici e direttrici di Versus Consulting, dove dirige il portfolio su Conflitto, Fragilità e Violenza, in comunione con Mohanad Hage Ali, Vicedirettore del Malcolm H. Kerr Carnegie Middle East Center, noto think tank internazionale con sede nella capitale libanese di Beirut, tracciano un quadro storico politico molto interessante e per certi versi inedito, evidenziando le ricadute negative in termini di fiducia e sicurezza verso gli Stati Uniti, all’indomani del conflitto con l’Iran. Gli analisti pongono, infine, interessanti interrogativi geo politici sulla reale concretezza dell’accordo in esame intercorso tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita che, qualora risultasse sostanzialmente effettivo, potrebbe realmente rappresentare l’avvio di un nuovo ordine di sicurezza regionale.
Leggiamo insieme:
Il 7 agosto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato l’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca. I monumenti di Riyadh, Istanbul e Islamabad si sono illuminati di rosso, bianco e verde – i colori principali delle bandiere dei paesi firmatari – per celebrare l’evento. Sebbene il testo non sia ancora stato pubblicato, la stipula di un simile accordo rappresenta un momento cruciale in una regione in rapida evoluzione. L’Accordo della Mecca è un tentativo da parte di tre potenze regionali di prevenire il riemergere di un vuoto di sicurezza nel Golfo, simile a quello creato dal conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran.
In seguito alla ripresa del conflitto, dopo il cessate il fuoco concordato in aprile, l’affermazione del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz è stata il primo segnale del crollo dell’ordine di sicurezza guidato dagli Stati Uniti. Teheran non aveva mai esercitato una tale influenza in precedenza. Inoltre, i danni significativi inflitti dai missili e dai droni iraniani alle basi militari statunitensi in Arabia Saudita e in altre zone del Golfo hanno creato una sfida importante per i Paesi che per lungo tempo si erano affidati agli Stati Uniti per la sicurezza regionale. Dal punto di vista di Riyadh, bisognava fare qualcosa.
Ankara e Islamabad non erano da meno. Con molti nel Golfo che consideravano sempre più la presenza militare americana nella regione come un peso , Turchia e Pakistan iniziarono a intravedere un’opportunità per sostituire gli Stati Uniti come garanti della sicurezza. Essendo stati esclusi dal Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), entrambi i paesi compresero anche che una nuova architettura di sicurezza regionale avrebbe potuto portare benefici economici e inserirli saldamente nel percorso di sviluppo globale. Inoltre, Turchia e Pakistan colsero l’opportunità di espandere i propri complessi militari-industriali con i finanziamenti sauditi.
Sebbene ad alcuni possa essere sembrato improvviso, l’accordo della Mecca si basa direttamente sui termini dell’Accordo di mutua difesa strategica tra Pakistan e Arabia Saudita (SMDA), firmato appena otto giorni dopo un attacco aereo israeliano contro la leadership di Hamas a Doha, in Qatar, nel settembre 2025. L’SMDA stabiliva un impegno di sicurezza vincolante in base al quale qualsiasi aggressione contro il Pakistan o l’Arabia Saudita sarebbe stata trattata come un’aggressione contro entrambi, rendendolo il precursore bilaterale dell’accordo trilaterale della Mecca. In particolare, quest’ultimo, come l’SMDA, non identifica esplicitamente un avversario.
Mantenere tale ambiguità strategica consente ai tre firmatari di presentarlo come uno strumento volto a facilitare la stabilità regionale.
Tuttavia, le dichiarazioni rilasciate dai firmatari specificavano che l’accordo “mira a rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione”. La domanda è: deterrenza contro chi? L’Iran, Israele, attori non statali o qualcun altro? La risposta non è del tutto chiara.
Un’altra questione riguarda la misura in cui l’ingresso della Turchia (e in futuro forse dell’Egitto o del Qatar, o di entrambi) modifichi la natura dell’accordo della Mecca e possa influenzare la percezione delle minacce da parte del blocco, ora composto da tre nazioni.
L’SMDA si basava su un’equazione relativamente semplice tra sicurezza ed economia: le forze armate pakistane, collaudate in combattimento, potevano essere dispiegate in Arabia Saudita per servizi di difesa, se e quando necessario, mentre i fondi sauditi potevano rappresentare un’ancora di salvezza fondamentale per la fragile economia pakistana. L’adesione di Ankara al blocco potrebbe spostare l’attenzione sui comuni avversari. La Turchia è una potenza regionale di rilievo, con l’obiettivo di ridimensionare la posizione egemonica di Israele nel Levante, sia in Siria che in Libano, e di riorientare la politica araba lontano dalla traiettoria, ormai indebolita, degli Accordi di Abramo. Ankara e Islamabad non possono influenzare le relazioni di Riyadh con i rispettivi rivali, Grecia e India; tuttavia, un obiettivo comune di dissuadere le ambizioni regionali di Israele e Iran potrebbe rappresentare un valido punto di partenza per l’alleanza.
È chiaro che l’accordo potrebbe rivelarsi utile anche per la Turchia e il Pakistan nella ridefinizione dell’IMEC. Annunciato a Nuova Delhi al vertice del G20 del 2023, l’IMEC indebolisce sia la Turchia che il Pakistan costruendo rotte commerciali attorno a loro. Secondo quanto riferito da funzionari pakistani in via confidenziale, l’IMEC è stato oggetto di discussione alla Mecca nel periodo precedente alla stipula dell’accordo. Collegando la difesa e la sicurezza regionale a importanti progetti infrastrutturali, Ankara e Islamabad possono rafforzare il loro ruolo nelle rotte commerciali internazionali. Un’alternativa all’IMEC che potrebbe emergere è il progetto iracheno della Strada dello Sviluppo . Poiché questo percorso collegherebbe la Cina sud-occidentale (attraverso il Corridoio Economico Cina-Pakistan e il porto di Gwadar) a Bassora e poi alla Turchia e all’UE, potrebbe suscitare l’interesse cinese e intersecarsi con la Belt and Road Initiative di quest’ultima.
Forse la questione più importante rimane quanto seriamente queste potenze di medio livello si impegneranno in un accordo che sembra simile a quello della NATO. Nelle loro dichiarazioni, le parti hanno stabilito che “qualsiasi attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Stati sarà considerato un attacco contro tutti e tre”. Islamabad e Ankara si unirebbero a Riyadh in un conflitto contro l’Iran, qualora quest’ultimo attaccasse l’Arabia Saudita? La risposta è a dir poco complessa. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha chiarito che, in caso di attacco a uno degli Stati membri del blocco, la risposta verrebbe determinata da consultazioni tra i tre.
È importante notare che i tre governi in questione hanno calibrato la loro comunicazione per presentare l’accordo della Mecca come aperto a chiunque fosse interessato ad aderirvi, oltre che come non diretto contro alcun Paese. La Turchia si è affrettata ad annunciare che l’accordo non interferiva con i suoi obblighi nei confronti della NATO, e l’Arabia Saudita si è premurata di negare qualsiasi insinuazione secondo cui il nuovo blocco avesse una natura settaria o militare. Il Pakistan ha dichiarato esplicitamente che il patto era puramente difensivo e non anti-India o anti-Iran. Le reazioni di Nuova Delhi e di Abu Dhabi , rivale di Riyadh , sono state piuttosto contenute e caute. Le dichiarazioni ufficiali dell’Iran hanno descritto l’accordo della Mecca come un allontanamento dall’ombrello di sicurezza statunitense e quindi una vittoria per Teheran.
Una vera prova della fattibilità del patto sarà la sua capacità di tradursi in una politica coordinata tra i paesi firmatari. Si ritiene che Arabia Saudita e Pakistan stiano già collaborando per porre fine alle ostilità tra Stati Uniti e Iran. La Turchia, inoltre, sta mediando tra i talebani afghani e il Pakistan per risolvere le loro questioni di confine ancora irrisolte. Potremmo assistere a una maggiore cooperazione turco-saudita in Iraq, Siria e Libano? In definitiva, se Arabia Saudita, Pakistan e Turchia riusciranno ad allineare o quantomeno a coordinare le proprie posizioni su un numero significativo di questioni, l’accordo della Mecca potrebbe essere ricordato come l’atto che ha dato origine a un nuovo ordine di sicurezza regionale.
https://carnegieendowment.org/middle-east/diwan/2026/08/the-mecca-agreement-unpacked
L’accordo della Mecca: una minaccia alla sicurezza regionale?
Khaled Abu Toameh, noto giornalista, docente e documentarista israeliano di origine araba, specializzato in questioni palestinesi, membro senior del Gatestone Institute e del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, ci descrive questo accordo come un possibile campanello d’allarme per Stati Uniti e Israele, indicandoci alcune criticità meritevoli di approfondimento, ed evidenziando il ruolo ambiguo della Turchia nell’intero quadrante del Mediterraneo allargato.
Leggiamo insieme:
L’accordo di difesa congiunta della Mecca, firmato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan il 7 agosto, dovrebbe servire da campanello d’allarme per Stati Uniti e Israele. L’accordo, che prevede che un attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti e tre, è stato presentato dai firmatari come un accordo puramente difensivo. Funzionari pakistani e turchi insistono sul fatto che non sia diretto contro alcun Paese in particolare.
Tuttavia, questo potrebbe non essere del tutto vero e rappresentare solo una parte del problema.
Sebbene l’Accordo della Mecca venga presentato da alcuni come il momento in cui i Paesi si assumono finalmente la responsabilità della propria difesa anziché affidarsi esclusivamente agli Stati Uniti (come fa attualmente l’Arabia Saudita), questo accordo sembra destinato a produrre “conseguenze indesiderate”.
Gli Stati Uniti sembrano dimenticare che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’ultima cosa che desideravano era che l’Europa e altre regioni si dotassero di forti forze militari. Molti in Occidente conclusero che la Germania aveva di fatto scatenato due guerre mondiali in un secolo e che, in generale, aveva difficoltà a mantenere buoni rapporti con gli altri. Proteggere i propri alleati potrebbe essere costoso per gli Stati Uniti, ma non proteggerli potrebbe costare molto di più.
Lo stesso vale per un’alleanza come l’Accordo della Mecca. A prima vista, sembrerebbe che l’alleanza saudita-pakistana-turca possa aiutare gli Stati Uniti a condividere l’onere della difesa. In una prospettiva a lungo termine, il patto potrebbe finire per creare un onere di difesa ben maggiore.
Per quasi un secolo, gli Stati Uniti hanno generosamente offerto protezione contro i paesi che minacciavano l’Occidente e i suoi interessi. Ora, con l’Accordo della Mecca, tre importanti paesi musulmani, due dei quali partner di lunga data degli Stati Uniti e uno membro della NATO, stanno costruendo un quadro di sicurezza regionale che non dipende da Washington.
Per decenni, l’Arabia Saudita ha considerato gli Stati Uniti il suo principale garante della sicurezza. La Turchia rimane membro della NATO. Il Pakistan ha avuto una lunga e complessa relazione in materia di sicurezza con Washington. Ora questi tre Paesi stanno creando un proprio meccanismo di difesa collettiva.
Alcuni dei partner tradizionali degli Stati Uniti sembrano non avere più fiducia negli USA come loro protettori. L’Arabia Saudita sta chiaramente dichiarando di non voler più riporre tutta la sua sicurezza nelle mani degli Stati Uniti.
I paesi firmatari dell’Accordo di Mecca non stanno necessariamente diventando nemici degli Stati Uniti. Potrebbero, tuttavia, agire contro gli interessi degli Stati Uniti e dell’Occidente.
I semi della diffidenza saudita furono piantati anni fa. Nel 2019, l’Iran fu accusato del devastante attacco agli impianti petroliferi sauditi di Abqaiq e Khurais, che mise temporaneamente fuori uso una parte enorme della produzione petrolifera saudita.
Eppure Washington non ha dato il via alla risposta militare che molti sauditi apparentemente si aspettavano. L’episodio avrebbe “scosso la fiducia dei sauditi negli Stati Uniti”. Il Middle East Institute ha scritto che l’attacco iraniano del 2019 e la mancanza di una risposta statunitense “hanno praticamente eliminato qualsiasi fiducia saudita nell’impegno di sicurezza degli Stati Uniti”.
L’accordo della Mecca sembra essere un’ulteriore conseguenza di questa perdita di fiducia.
L’Arabia Saudita apporta ingenti risorse finanziarie alla nuova partnership. Il Pakistan contribuisce con la sua esperienza militare e, aspetto significativo, è l’unico Paese a maggioranza musulmana a possedere armi nucleari. La Turchia mette a disposizione uno dei più grandi eserciti della NATO e un’industria della difesa nazionale in rapida espansione.
Ciò non significa necessariamente che l’ombrello nucleare del Pakistan si sia esteso all’Arabia Saudita o alla Turchia. Inoltre, non significa che i tre Paesi entreranno automaticamente in guerra ogni volta che uno di essi verrà attaccato. Infatti, i dettagli operativi rimangono vaghi.
Il simbolismo politico, tuttavia, non va sottovalutato.
Per Israele, questo sviluppo è particolarmente preoccupante perché giunge in un momento in cui le speranze di normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita appaiono remote.
L’Arabia Saudita, che forse aveva accarezzato l’idea di aderire agli Accordi di Abramo ma ha sempre escogitato qualche ” clausola di salvaguardia ” e che ha appena ottenuto il permesso dal presidente statunitense Donald J. Trump di arricchire l’uranio per i reattori nucleari, ha scelto di stringere una partnership di difesa con Turchia e Pakistan, due paesi i cui governi hanno posizioni fortemente anti-israeliane.
Jonathan Spyer, direttore della ricerca presso il Middle East Forum, ha scritto che prima dell’invasione di Israele da parte di Hamas il 7 ottobre 2023, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman era spesso considerato, insieme ai leader degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, come parte di una leadership emergente del Golfo che cercava di superare le tradizionali rivalità regionali per orientarsi verso la cooperazione economica e tecnologica, comprese relazioni più strette con Israele.
“Non si deve presumere che Riyadh abbia definitivamente abbandonato questo orientamento”, ha avvertito Spyer. Tuttavia, ha osservato, nel Medio Oriente post-7 ottobre, le considerazioni militari e le “lealtà simboliche religiose e di civiltà” sono tornate al centro dell’attenzione.
L’accordo della Mecca offre all’Arabia Saudita un quadro strategico diametralmente opposto, proprio nel momento in cui Washington sperava che una maggiore cooperazione in materia di sicurezza tra Stati Uniti e Arabia Saudita potesse facilitare la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele.
Il ruolo della Turchia è particolarmente pericoloso.
Sotto la presidenza di Recep Tayyip Erdogan, la Turchia si è per anni posizionata come uno degli avversari più ostili di Israele. Ankara ha mantenuto stretti rapporti con Hamas e ha ripetutamente fornito sostegno politico all’organizzazione terroristica (come qui , qui , qui e qui ).
La preoccupazione, pertanto, è che una Turchia sempre più potente stia cercando di tradurre l’espansione delle proprie capacità militari in un’egemonia regionale, adottando al contempo un atteggiamento aggressivo nei confronti di Israele, Cipro e Grecia.
Se, ad esempio, la Turchia ricevesse dagli Stati Uniti i caccia stealth F-35 che sta cercando, attaccasse Israele e Israele reagisse, il Pakistan affermerebbe forse che la Turchia è stata “attaccata” e lancerebbe armi nucleari contro Israele? È forse questo obiettivo a lungo termine, di fatto, alla base del “patto di difesa”?
Spyer avverte che l’alleanza emergente tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita è, a livello retorico, “congiuntamente ed estremamente anti-israeliana”. Cita il recente appello del ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif per un fronte islamico unito contro Israele e l’affermazione di Erdogan secondo cui il sionismo minaccia tutti. Ancora più significativo, Spyer osserva che Turchia e Qatar sono stati tra i “sostenitori concreti” di Hamas.
L’Accordo della Mecca, pertanto, non può essere esaminato isolatamente.
La Turchia, inoltre, sta espandendo rapidamente la sua influenza in Siria. Sia la Turchia che il Qatar sono importanti alleati del governo del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, e la Turchia è stata profondamente coinvolta nello sviluppo delle nuove forze armate siriane.
Israele, Cipro e Grecia si trovano quindi di fronte alla possibilità di una crescente presenza strategica turca che si estenda attraverso la Siria e nel più ampio mondo sunnita, sostenuta da una più stretta cooperazione militare con il Pakistan, dotato di armi nucleari, e dalla potenza finanziaria dell’Arabia Saudita.
La Turchia, inoltre, apporta una sofisticata tecnologia militare. Ankara e Islamabad hanno progressivamente ampliato la loro collaborazione nel settore della difesa e dell’industria, includendo la cooperazione in materia di aerei, droni e altri sistemi militari. I finanziamenti sauditi potrebbero accelerare significativamente questi progetti.
La Turchia si sta posizionando come leader di un blocco sunnita islamista sempre più assertivo. Il Pakistan sta cercando di convertire il suo status di potenza nucleare in maggiore influenza politica, e l’Arabia Saudita è il suo finanziatore e potenziale partner nel settore degli armamenti nucleari. Anche se l’Accordo della Mecca non dovesse mai trasformarsi in una vera e propria “NATO islamica” e rimanesse in parte simbolico, ciò non lo renderebbe innocuo. Il vero pericolo risiede nella direzione strategica che essa rappresenta, in risposta a un percepito declino dell’influenza americana, alla crescente potenza turca, all’indebolimento delle prospettive di un Medio Oriente pacifico e ora all’emergere di un nuovo blocco regionale i cui membri di spicco considerano sempre più Israele, Cipro, la Grecia e l’Occidente in generale non come potenziali partner, bensì come avversari.
https://jcfa.org/the-mecca-agreement-a-threat-to-regional-security/
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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