Benvenuti a Caulonia, dove quando arriva il festival anche i vicoli sembrano ricordarsi di avere un ritmo.
Anche quest’anno ho voluto cominciare il mio racconto da lì dove ormai mi sento a casa, dagli amici del gioco delle carte e della birra, dai volti consueti, dalle battute che si intrecciano alle prime note. È il mio modo per raccontare la Caulonia del festival prima ancora che il festival cominci davvero. Prima delle luci, dei grandi nomi e delle piazze gremite, c’è un paese che si prepara a diventare musica.
Poi si scende verso Piazza Seggio, dove hanno preso il via i corsi di tarantella. E anche quest’anno sono stati tantissimi i ragazzini ad avvicinarsi a questa danza antica. Vederli muovere i primi passi è forse una delle immagini più belle del festival: il passato che passa nelle mani, nei piedi e nei sorrisi delle nuove generazioni.
Dal cuore popolare del paese ci siamo poi spostati nel suo salotto più elegante, quello dell’antico borgo, presso l’affresco bizantino, dove ha preso il via l’incontro inaugurale dedicato a “Zaleuco e Campanella: la legge del ritmo e dell’algoritmo”.
Un viaggio affascinante tra storia, filosofia e musica, alla ricerca di quel filo invisibile che unisce il legislatore locrese Zaleuco al pensiero di Tommaso Campanella. Il ritmo come regola, come misura, come forma di convivenza. Perché la tarantella non è soltanto una danza da ascoltare o da ballare: è una grammatica antica con cui una comunità ha imparato a stare insieme.
C’è però una riflessione che non possiamo evitare. Il tema indicato dal cartellone di questa edizione era la pace. Una parola enorme, soprattutto in un tempo nel quale il mondo sembra averne un bisogno disperato. Eppure, almeno in questa prima serata, di questo tema non si è vista una traccia evidente. Nessun filo conduttore capace di riportare davvero la musica, gli incontri e gli spettacoli a quel messaggio di pace annunciato dal programma.
Forse la musica può parlare di pace anche senza pronunciarne il nome. Forse la danza, la condivisione e una piazza piena possono essere già una forma di pace. Ma quando un tema viene scelto e messo al centro di un festival, ci si aspetterebbe che diventasse anche racconto, riflessione, sostanza. E questa sera, sinceramente, quella parola è sembrata rimanere un po’ troppo lontana dal palcoscenico.
Poi la scena è passata a Piazza Mese.
Ad aprire i concerti serali è stata Delia Buglisi, un vero portento della natura. E già dalle prime note si è capito che sarebbe stata una notte speciale.
“Minchia, signor tenente”: un titolo, una provocazione, una porta spalancata sulla memoria e sulla storia. Sul palco, quattro danzatrici hanno trasformato la musica in immagini, regalando sensazioni da pelle d’oca. Sembrava quasi di poter vedere ciò che Delia cantava: ogni gesto diventava una parola, ogni movimento un frammento di memoria.
Quasi due ore di spettacolo coinvolgente e intenso, davanti a una piazza ricolma all’inverosimile.
Il repertorio ha attraversato la musica popolare siciliana, con alcuni brani di Rosa Balistreri capaci di restituire quel sapore dolceamaro di una terra che conosce la fatica, la rabbia, la bellezza e la speranza. Poi è arrivato Franco Battiato, raccontato e interpretato con una maestria sublime.
E quando le danzatrici si sono vestite di nero, la scena si è fatta improvvisamente più cupa. È arrivata “Dolcenera” di Fabrizio De André, evocando il dolore dell’alluvione di Genova. La danza è diventata lutto, memoria, acqua e disperazione. Per qualche minuto la piazza ha smesso di essere soltanto una piazza. È diventata teatro, memoria collettiva, luogo dell’anima.
Ed è proprio qui che una riflessione sulla pace sarebbe potuta entrare naturalmente. Perché parlare di dolore, di tragedie e di memoria significa inevitabilmente interrogarsi anche sul valore della pace. Ma ancora una volta è sembrato mancare quel collegamento esplicito con il tema annunciato dal festival.
Se questa edizione doveva cominciare con il botto, si può dire che il botto c’è stato.
Peccato che, a proposito di botti, uno sia arrivato anche per noi.
Durante la serata siamo stati infatti allontanati in maniera dura e, a nostro avviso, incomprensibile dal punto che da sempre viene assegnato a fotografi e stampa accreditata. A nulla sono valse le nostre proteste. Ci è stato riferito che la decisione sarebbe arrivata dal management dell’artista. È stata l’unica nota stonata di una serata altrimenti straordinaria. Una situazione che lascia amarezza, soprattutto perché il lavoro di chi racconta attraverso immagini e parole dovrebbe essere considerato parte integrante di una manifestazione così importante.
Ma Caulonia non si ferma.
La notte cambia pelle e sul palco arriva Francesco Giannini con il suo gruppo. Finalmente torna la tarantella, quella vera, quella che non si limita ad ascoltare, quella che chiama la gente a ballare.
E allora Caulonia, il paese che balla, torna a fare ciò che sa fare meglio.
Con l’organetto, Giannini è qualcosa di unico. Potresti stare ore ad ascoltarlo senza accorgerti del tempo che passa. La sua crescita artistica è evidente, esponenziale, e non è un caso che tra qualche giorno sarà protagonista di un duetto con Jovanotti.
Accanto a lui, una voce che vale la pena annotare: Maria Fiorella Ceravolo.
Ricordatevi questo nome, perché difficilmente passerà molto tempo prima che torneremo a parlarne.
La prima notte del XVIII Kaulonia Tarantella Festival finisce così, tra organetti, voci, passi di danza e una piazza che lentamente si svuota.
O forse no.
Perché a Caulonia la notte non finisce mai davvero. I più ardimentosi aspetteranno l’alba allo Sperone, là dove il paese sembra guardare contemporaneamente il mare e il cielo.
Noi invece archiviamo questa prima serata a Donna Luna, nel luogo del baco da seta e del gelso, con negli occhi ancora le immagini di una piazza in festa.
Domani ci aspetta un altro bagno di folla.
È atteso per stasera Cecè Barretta.
Ma questa è un’altra storia.
E, come sempre, ve la racconteremo stasera.
PINO CARELLA
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Giuseppe Mazzaferro
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