24 agosto 2026 – ore 15:15 – Il 24 agosto 1842 Trieste inaugurava il Tergesteo, un edificio voluto dalla Società del Tergesteo, una società di azionisti costituita per realizzare nel cuore della città un grande spazio destinato al commercio, agli incontri e alla vita economica della Trieste ottocentesca. Il progetto definitivo fu affidato all’architetto e ingegnere triestino di origine belga Francesco Bruyn, che lavorò su un progetto elaborato attraverso il confronto con le precedenti ipotesi di Antonio Buttazzoni e dell’architetto milanese Andrea Pizzala, autore della celebre Galleria De Cristoforis di Milano. I lavori iniziarono nel 1840 e terminarono nel 1842, dunque in appena due anni, con una spesa inferiore ai due milioni di lire austriache; il palazzo venne realizzato sul sito dell’antica Dogana Vecchia e fu inaugurato la sera del 24 agosto. Non inaugurava un anniversario, non celebrava una fotografia del proprio passato e non organizzava un convegno per spiegare a qualcuno quanto fosse importante: inaugurava un edificio perché quell’edificio serviva a una città che stava crescendo, che attirava commerci, capitali e uomini e che aveva già capito una cosa che noi, quasi due secoli dopo, sembriamo aver dimenticato, cioè che una città non diventa grande raccontando continuamente quanto lo è stata, ma costruendo qualcosa che prima non esisteva. Il Tergesteo era il prodotto di una Trieste che aveva imparato a guardare oltre se stessa. La storia, in questo caso, è abbastanza spietata da non aver bisogno di molte interpretazioni. Il 18 marzo 1719, Carlo VI d’Asburgo proclamò Trieste porto franco, insieme a Fiume, e quella decisione cambiò il destino della città molto più di quanto avrebbero potuto fare decine di discorsi sulla sua vocazione commerciale. Carlo VI non istituì un tavolo sulla competitività territoriale, non commissionò uno studio sulla centralità di Trieste nel Mediterraneo e non convocò una conferenza sulla sua vocazione internazionale: decise. E la decisione produsse conseguenze.
Nel corso del Settecento Maria Teresa e poi Giuseppe II contribuirono a trasformare quella scelta in un vero progetto di sviluppo, favorendo l’espansione amministrativa, commerciale e infrastrutturale della città, mentre Trieste attirava mercanti, banchieri, assicuratori, armatori e comunità provenienti da territori diversi, costruendo lentamente quella natura cosmopolita che oggi amiamo ricordare come una caratteristica quasi eterna della città. Non era eterna. Era stata costruita. Questa è una distinzione che meriterebbe di essere appesa in molte stanze dove oggi si discute del futuro di Trieste. La città non era internazionale perché qualcuno aveva deciso di definirla internazionale: era internazionale perché arrivavano persone, merci, capitali e idee. Era europea perché aveva rapporti economici con l’Europa centrale. Era strategica perché qualcuno aveva costruito infrastrutture per rendere strategica la sua posizione. È così che funzionano le città: prima fanno, poi vengono raccontate. Noi, qualche volta, sembriamo aver invertito l’ordine. Prima raccontiamo. Poi, se resta tempo, vediamo cosa fare. Il Tergesteo arrivò nel mezzo di questa trasformazione, inaugurato il 24 agosto 1842 nel cuore della città commerciale, quando Trieste era ormai una delle principali realtà portuali dell’Impero asburgico e la sua borghesia aveva imparato a muoversi con naturalezza fra il Mediterraneo e l’Europa centrale.
Tre anni prima, nel 1836, era nato il Lloyd Austriaco, destinato a diventare una delle grandi compagnie di navigazione dell’epoca e uno dei simboli della potenza economica triestina. Nel 1857 arrivò la ferrovia meridionale, collegando Trieste a Vienna attraverso il Semmering. Ed è qui che la storia diventa quasi imbarazzante per il presente. Quando quella Trieste capì che il porto, da solo, non bastava, non convocò un altro incontro per ribadire quanto fosse importante il porto: costruì la ferrovia. Quando capì che servivano collegamenti marittimi, non si limitò a definirsi internazionale: costruì una compagnia di navigazione. Quando ebbe bisogno di nuovi spazi per la propria economia, costruì palazzi, magazzini, infrastrutture. Quando ebbe bisogno di uomini, capitali e competenze, li fece arrivare. Quella città non aveva paura di modificare se stessa per diventare ciò che pensava di poter essere. È questo, forse, ciò che abbiamo dimenticato. Non la storia. La mentalità. Perché il problema di Trieste non è che non conosca il proprio passato; al contrario, lo conosce così bene da averlo trasformato in una specie di rendita morale. Abbiamo il porto, l’Impero, la Mitteleuropa, Svevo, Saba, Joyce, i caffè storici, i palazzi, il confine, la bora e perfino una certa nostalgia per un’epoca nella quale la città era più ricca, più popolosa e probabilmente più sicura della propria funzione nel mondo. Abbiamo conservato tutto. Compresa la nostalgia. E quando una città possiede un passato così ingombrante corre un rischio molto particolare: può finire per usare ciò che è stata come una prova di ciò che è ancora, senza accorgersi che tra le due cose può esserci una distanza enorme.
Essere stati grandi non è una professione. Essere stati internazionali non è una rendita. Avere avuto un porto importante non garantisce che quel porto produca automaticamente ricchezza per tutta la città. E avere avuto Svevo, Saba e Joyce non ci rende automaticamente una capitale culturale. Il passato non rinnova da solo il contratto con il futuro. Trieste, oggi, ha ancora carte straordinarie e sarebbe sciocco negarlo. Ha un porto strategico, una posizione geografica che continua a essere una delle sue più grandi fortune, un sistema scientifico di livello internazionale, un’università, la vicinanza immediata a Slovenia e Croazia e una collocazione che potrebbe renderla uno dei punti naturali di incontro fra Italia, Mitteleuropa e Balcani. Ma una posizione geografica non è un progetto. Un porto non è automaticamente sviluppo. Un’università non trattiene automaticamente i giovani. E una città non diventa internazionale perché lo scrive nei propri documenti programmatici. A forza di definire Trieste internazionale, rischiamo di fare la stessa cosa di chi continua a chiamare brillante un uomo che non combina più nulla: lo si dice per cortesia, non per descrivere la realtà. Le città internazionali non hanno bisogno di definirsi tali. Lo dimostrano. Lo dimostrano negli investimenti che attirano, nelle imprese che fanno nascere, negli studenti che arrivano e decidono di restare, nei lavoratori che trovano opportunità, nei collegamenti che funzionano, nelle case che i giovani possono permettersi e nella capacità di trasformare una posizione geografica in una prospettiva di vita. Ed è qui che il confronto con la Trieste del Tergesteo diventa davvero scomodo.
Nel XIX secolo la città attirava uomini e capitali perché offriva opportunità. Oggi dovremmo chiederci quanti giovani formati a Trieste considerino questa città il luogo naturale nel quale costruire il proprio futuro e quanti, invece, la considerino una città piacevole nella quale vivere qualche anno prima di dover andare altrove. È una domanda che vale più di cento slogan sulla qualità della vita. Perché un giovane non rimane a Trieste perché qualcuno gli spiega che la città è bella, che il mare è a pochi minuti, che c’è la bora e che si vive bene. Rimane se può permettersi una casa, se trova un lavoro, se può crescere professionalmente, se può immaginare qui una famiglia e se ha la sensazione che nei prossimi dieci anni la propria vita possa migliorare insieme alla città. Questa è la vera internazionalità. Non la fotografia davanti al Canal Grande. Non il convegno sulla Mitteleuropa. Non l’ennesima celebrazione di un passato cosmopolita. È la capacità di essere una città nella quale le persone vogliono arrivare, ma soprattutto nella quale vogliono restare. Ed è qui che la storia torna a presentarci il conto. Perché mentre noi celebriamo il Tergesteo, il Tergesteo continua silenziosamente a porci una domanda alla quale non possiamo rispondere con una targa commemorativa: qual è il vostro? Qual è l’opera che stiamo costruendo oggi e che tra cento anni qualcuno riconoscerà come il simbolo della Trieste del nostro tempo? Qual è l’infrastruttura che cambierà la città? Qual è l’impresa che creerà lavoro per una generazione? Qual è il progetto capace di collegare davvero Trieste all’Europa?
La domanda non è nostalgica. È quasi offensiva nella sua semplicità. Perché nel 1842 nessuno sapeva che il Tergesteo sarebbe diventato un simbolo. Sapevano soltanto che serviva. Ed è forse proprio questa la differenza tra chi costruisce la storia e chi la eredita. Chi costruisce la storia non sa ancora di stare costruendo un monumento: costruisce perché ne ha bisogno. Chi invece vive troppo a lungo del passato finisce per trasformare ogni monumento in una risposta, anche quando nessuno ha più posto la domanda. Trieste rischia questo. Rischia di diventare la vedova elegante della propria grandezza: abbastanza ricca di ricordi da non potersi definire povera, abbastanza orgogliosa della propria storia da non ammettere di avere bisogno di una nuova storia, abbastanza affascinante da attirare visitatori e abbastanza fragile da rischiare di non riuscire a trattenere tutti quelli che dovrebbero essere il suo futuro. È un rischio, non una sentenza. Ma proprio per questo vale la pena dirlo. Perché una città che ha avuto Carlo VI, Maria Teresa, il Lloyd, la ferrovia per Vienna, Svevo, Saba e Joyce non può permettersi di vivere eternamente come se il proprio momento migliore fosse già passato. E allora il 24 agosto non dovrebbe essere soltanto la data nella quale ricordiamo l’inaugurazione del Tergesteo. Dovrebbe essere la data nella quale ci chiediamo se abbiamo ancora quella stessa sfacciataggine: la sfacciataggine di Carlo VI nel trasformare una città periferica in un porto franco, degli uomini del Lloyd nel collegarla al mondo, di chi costruì la ferrovia per Vienna quando quella ferrovia non era ancora un monumento, ma soltanto una scommessa, di chi nel 1842 inaugurò un edificio senza sapere che un giorno sarebbe diventato una delle immagini della città.
Noi abbiamo ereditato le loro opere, ma non abbiamo ereditato automaticamente il loro coraggio. Il 24 agosto 1842 Trieste inaugurava il Tergesteo perché credeva che il futuro fosse qualcosa da costruire. Il 24 agosto 2026 noi possiamo limitarci a ricordarlo, fotografarlo e raccontare ancora una volta quanto fosse grande la Trieste di allora. Oppure possiamo porci la domanda che nessuna celebrazione riesce a evitare per sempre: quando sarà il nostro turno di costruire qualcosa che non appartenga ancora alla storia? Perché il problema di Trieste non è aver perso la propria grandezza. Il problema è molto più scomodo: abbiamo ereditato una città costruita da uomini che guardavano al futuro e rischiamo di essere diventati una generazione così innamorata della loro storia da non avere più il coraggio di scriverne una propria. E forse il Tergesteo, dopo 184 anni, è ancora lì per ricordarci proprio questo: che una città non dimostra di essere grande quando sa raccontare magnificamente ciò che è stata, ma quando ha ancora qualcosa davanti a sé che vale la pena costruire.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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Francesco Viviani
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