Al Museo del Presente di Rende un dialogo tra storia, profezia e poesia nel segno di Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri
Di Anna Maria Ventura
Ci sono figure che appartengono al loro tempo e figure che, invece, continuano ad attraversare i secoli, tornando periodicamente a interrogare il presente. Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri appartengono certamente a questa seconda categoria. Il primo, monaco, teologo e pensatore visionario, elaborò una delle più originali interpretazioni della storia dell’intero Medioevo; il secondo trasformò la cultura del suo tempo in un’opera destinata a diventare patrimonio universale. Non stupisce, dunque, che il loro incontro ideale continui ancora oggi a suscitare interrogativi, studi e occasioni di confronto.
A questa relazione intellettuale e spirituale è stato dedicato il dibattito “L’Abate Calabrese e il Sommo Poeta. Un dialogo tra terra e cielo”, ospitato il 9 giugno al Museo del Presente di Rende. Un’iniziativa che ha riunito studiosi, amministratori e appassionati di cultura attorno a un tema che si colloca al crocevia tra storia, teologia, letteratura e identità territoriale.
Nel corso della serata, Riccardo Succurro, presidente del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti, il sindaco di Rende Sandro Principe e il professor Antonio D’Elia, docente di Letteratura italiana presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, hanno offerto prospettive differenti ma complementari sulla figura dell’abate florense e sulla sua eredità culturale, mostrando come il dialogo tra Gioacchino e Dante continui a rappresentare una delle pagine più affascinanti della civiltà medievale e della cultura europea.
Ad aprire il confronto è stato Riccardo Succurro. Da anni punto di riferimento degli studi gioachimiti, lo Studioso rappresenta la continuità della ricerca dedicata al pensiero dell’abate. Il suo lavoro ha contribuito a rilanciare l’attenzione su una figura che oggi è riconosciuta come uno dei maggiori pensatori del Medioevo europeo. Attraverso le sue riflessioni emerge un Gioacchino non confinato alla storia religiosa, ma ancora capace di parlare al presente e di offrire strumenti per interpretare le trasformazioni della società contemporanea.
Lontano dall’immagine stereotipata del mistico appartato e isolato dal mondo, dagli studi portati avanti dal Centro Internazionale Gioacchino emerge come una personalità pienamente inserita nelle dinamiche politiche, religiose e culturali del suo tempo.
«Non fu un asceta isolato, ma un intellettuale di primo piano inserito in un sistema di relazioni complesse ai più alti livelli», ha osservato Succurro, nel suo intervento appassionato.
L’abate visse infatti in un’epoca in cui il Mezzogiorno rappresentava uno dei grandi crocevia della civiltà mediterranea. Frequentò ambienti di altissimo profilo culturale e politico e la sua autorevolezza gli consentì di dialogare con sovrani, prelati e uomini di governo. Emblematico, in tal senso, l’episodio ricordato da Succurro relativo all’imperatore Enrico VI, che avrebbe rinunciato all’assedio di Napoli anche in seguito all’influenza esercitata dal monaco calabrese.
La statura intellettuale di Gioacchino emerge inoltre dai grandi dibattiti teologici nei quali fu coinvolto, come dimostra la celebre controversia con Pietro Lombardo. Ma ciò che rende davvero eccezionale la sua figura è la capacità del suo pensiero di sopravvivere ai secoli, generando interpretazioni e suggestioni in contesti storici molto diversi.
Succurro ha ricordato come l’eredità gioachimita abbia attraversato la spiritualità francescana, abbia accompagnato l’immaginario religioso che circondò le grandi esplorazioni geografiche, fino a lasciare tracce in personalità come Lessing, Foscolo e Mazzini. Una presenza che giunge sino alla contemporaneità, come testimoniano opere di Umberto Eco quali “Il nome della rosa” e “Baudolino”.
In questa lunga storia culturale trova posto Dante Alighieri. Il rapporto tra il poeta e l’abate, secondo Succurro, «è strettissimo e supera la citazione nel Paradiso». Una relazione che la critica moderna ha progressivamente riportato alla luce grazie al lavoro di studiosi come Ernesto Buonaiuti e Leone Tondelli e che continua ancora oggi a suscitare nuove indagini.
Le affinità riguardano infatti la struttura simbolica dell’opera, la concezione della storia, il ruolo della profezia e l’intera architettura teologica del Paradiso.
Secondo Riccardo Succurro il celebre verso «lucemi da lato» non dovrebbe essere interpretato semplicemente come un’indicazione di prossimità paradisiaca. In quelle parole si potrebbe leggere un riconoscimento ben più profondo: la luce intellettuale e spirituale di Gioacchino accompagna e illumina il cammino stesso del poeta.
È una lettura che trova riscontro nelle più recenti ricerche dedicate ai rapporti tra il pensiero gioachimita e la costruzione della Commedia. L’influenza dell’abate non riguarda soltanto alcuni temi isolati, ma investe la struttura simbolica e teologica dell’intera opera dantesca.
Dante non sarebbe dunque soltanto l’ammiratore di Gioacchino, ma il grande poeta che traduce in forma letteraria alcune delle intuizioni più profonde elaborate dal monaco calabrese.
Uno degli aspetti più suggestivi emersi dalla relazione di Succurro riguarda il simbolismo trinitario.
Le opere di Gioacchino da Fiore sono celebri anche per l’uso delle immagini. Nel Liber Figurarum il teologo calabrese rappresentò attraverso diagrammi, cerchi, alberi genealogici e figure geometriche i misteri della fede e il dispiegarsi della storia della salvezza.
Esistono sorprendenti consonanze tra queste rappresentazioni e alcuni dei passaggi più alti del Paradiso.
Particolarmente significativo è il confronto con la visione finale della Trinità, descritta da Dante attraverso i celebri «tre giri» di luce. Sebbene non sia possibile dimostrare una derivazione diretta in ogni dettaglio, la vicinanza concettuale e simbolica appare evidente: sia Gioacchino sia Dante cercano di tradurre l’ineffabile mistero trinitario in immagini capaci di parlare all’intelligenza e all’immaginazione.
Anche la straordinaria visione della Candida Rosa, il grande anfiteatro celeste che accoglie i beati nell’Empireo, presenta analogie con alcune figure elaborate dall’abate florense, in particolare con il simbolismo dello Psalterium decacorde, una delle più celebri rappresentazioni dell’armonia divina elaborate dalla spiritualità gioachimita.
Questi richiami suggeriscono che Dante e Gioacchino condividessero una medesima tensione verso la ricerca di forme simboliche capaci di esprimere l’ordine nascosto dell’universo.
L’influenza di Gioacchino emerge anche in un altro aspetto fondamentale della Commedia: la dimensione profetica.
Dante non si limita a raccontare un viaggio ultraterreno. Nel corso dell’opera assume progressivamente il ruolo di interprete del destino storico e morale dell’umanità. Come Gioacchino aveva letto la storia alla luce del disegno divino, così Dante si propone come testimone di una verità che deve essere comunicata ai contemporanei.
La Commedia diventa allora una grande opera di riforma morale e spirituale.
In questo senso il poeta fiorentino e l’abate calabrese appaiono accomunati dalla convinzione che la storia abbia un significato e che l’uomo sia chiamato a riconoscerlo.
Particolarmente significativa è stata la formula utilizzata da Succurro per descrivere la portata innovativa del pensiero gioachimita: «dalla fine del tempo al tempo della fine». Un’espressione che sintetizza efficacemente il passaggio da una concezione statica della storia a una lettura dinamica e orientata verso il futuro, destinata a esercitare una profonda influenza sulla cultura occidentale.
Su un diverso versante si è collocato l’intervento di Sandro Principe, che ha proposto una lettura della figura dell’abate fortemente ancorata alla storia e alle relazioni sociali e politiche del suo tempo.
«Per capire lo spessore di un personaggio occorre analizzare i suoi rapporti sociali e civili», ha affermato.
Da questa prospettiva, Gioacchino appare come una figura capace di esercitare un ruolo significativo all’interno delle grandi reti di potere del Medioevo. La sua presenza presso la corte di Palermo, una delle più importanti del mondo conosciuto, testimonia la considerazione di cui godeva e il rilievo del suo pensiero.
Principe ha inoltre richiamato un elemento particolarmente caro alla comunità locale: il rapporto tra Gioacchino e il territorio di Rende. L’abate soggiornò infatti più volte nella zona di Surdo, anche se gli studiosi non sono ancora riusciti a individuare con precisione il luogo della sua permanenza.
Il sindaco ha poi sviluppato una suggestiva interpretazione del pensiero gioachimita attraverso il confronto con la concezione della storia elaborata da Fernand Braudel. Come nel grande storico francese, anche in Gioacchino la storia appare scandita secondo una struttura ternaria.
Da questa analogia Principe ha tratto una lettura originale e volutamente laica dell’Età del Figlio, interpretata come il tempo del riscatto dell’uomo e del protagonismo delle masse. Una prospettiva che gli ha consentito di stabilire un dialogo ideale tra il pensiero dell’abate, la storia dei movimenti socialisti e la grande questione sociale affrontata dalla Chiesa moderna con la Rerum Novarum di Leone XIII.
Più che una sovrapposizione tra epoche differenti, la riflessione di Principe ha mostrato come alcune intuizioni gioachimite continuino a offrire strumenti di interpretazione della storia e della società contemporanea.
Il cuore del rapporto tra Gioacchino e Dante è stato affrontato da Antonio D’Elia, che ha condotto il pubblico all’interno di uno dei temi più affascinanti della cultura medievale: la trasformazione della visione profetica in costruzione poetica.
Riprendendo la suggestione lanciata da Succurro, D’Elia ha richiamato il clima spirituale nel quale maturò il pensiero dell’abate florense, un’epoca profondamente segnata dall’attesa escatologica e dalla riflessione sulla fine dei tempi.
«Il tempo è concluso», ha ricordato citando l’Apocalisse.
La profezia, nel Medioevo, non rappresentava soltanto un annuncio del futuro, ma una chiave di lettura del presente. È in questa prospettiva che va compresa l’opera di Gioacchino da Fiore, la cui interpretazione della storia si fonda sulla convinzione che il tempo umano sia inserito in un disegno provvidenziale.
Secondo D’Elia, Dante raccoglie questa eredità e la trasforma in poesia.
Il rapporto tra i due non si esaurisce dunque nella celebre terzina del XII canto del Paradiso:
«…e lucemi da lato
il calavrese abate Gioacchino,
di spirito profetico dotato».
Esso investe una più profonda comunanza di orizzonti culturali e spirituali.
Particolarmente significativa è risultata la riflessione sul numero tre, che costituisce uno dei punti di contatto tra il sistema di pensiero gioachimita e l’architettura della Commedia.
Ternaria è la scansione della storia elaborata dall’abate; ternaria è la struttura dell’opera dantesca; ternaria è persino la durata del viaggio ultraterreno del poeta, che si svolge nell’arco dei tre giorni compresi tra il Venerdì Santo e la Domenica di Resurrezione.
D’Elia ha inoltre richiamato il ruolo della filologia nella comprensione di questo rapporto, ricordando il contributo di Erich Auerbach e il contesto culturale che portò alla nascita di Mimesis, una delle opere fondamentali della critica letteraria del Novecento.
Nella sua lettura, il pensiero di Gioacchino appare esso stesso come il risultato di una profonda operazione filologica: un ascolto della Scrittura e del proprio tempo condotto attraverso lo studio, la meditazione e la preghiera.
L’incontro di Rende ha mostrato come il dialogo tra Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri sia tutt’altro che concluso.
Gli studi contemporanei continuano infatti a indagare l’influenza esercitata dall’abate sulla cultura dantesca, approfondendo temi quali la concezione della storia, il simbolismo trinitario e la dimensione profetica della Commedia. In questo ambito si collocano anche i contributi di studiosi e divulgatori che, negli ultimi anni, hanno riportato all’attenzione del pubblico la centralità di Gioacchino nella formazione dell’immaginario medievale.
Ciò che emerge con chiarezza è che la figura dell’abate florense non appartiene soltanto alla storia religiosa della Calabria, ma a una più ampia vicenda culturale europea, nella quale teologia, filosofia, politica e letteratura si intrecciano continuamente.
A conclusione della serata, Sandro Principe ha proposto di dedicare un futuro incontro alla figura di Federico II di Svevia, rilanciando l’idea di una programmazione culturale stabile capace di affrontare temi e protagonisti diversi della storia europea.
«Queste conversazioni colte devono diventare un’abitudine nella nostra città e riguardare la più ampia gamma possibile di argomenti».
L’auspicio appare particolarmente significativo in un’epoca nella quale il dibattito pubblico tende spesso a privilegiare l’immediatezza rispetto alla riflessione.
L’incontro dedicato a Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri ha dimostrato invece quanto sia ancora fecondo il confronto con le grandi idee del passato. Perché, come ha ricordato lo stesso Principe, comprendere il presente richiede la capacità di misurarsi con quei «riferimenti alti» che continuano a illuminare il cammino della cultura europea.
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