In Sicilia non si è mai soli


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L’amore per il cinema, l’impegno in ruoli delicati e un affetto infinito per la Sicilia, terra che lo ha accolto professionalmente in più occasioni. L’ultima per Un futuro aprile (2026). Francesco Montanari, attore romano classe 1984, nei suoi vent’anni di carriera ha assunto infiniti volti, dal Libanese in Romanzo Criminale, prodotto televisivo dal successo internazionale, a Riccardo in Maschi Veri, adattamento italiano della serie spagnola Machos Alfa. Nonostante le sue origini siano indiscutibili, è riuscito a più riprese a entrare alla perfezione nei panni di uomini che hanno scritto la storia della Sicilia.

Nel 2018 con Il cacciatore, premiata fiction in cui ha interpretato Saverio Barone, personaggio di finzione liberamente ispirato alle vicende reali del magistrato antimafia bivonese Alfonso Sabella; pochi mesi fa in Un futuro aprile (2026), prodotto Rai in cui dà vita al ruolo di Carlo Palermo, giudice trentino trasferito a Trapani che scampò a un attentato mafioso. Ne uscirà soltanto ferito, ma in quella che verrà poi definita La strage di Pizzolungo persero la vita Barbara Rizzo e i suoi due gemellini Giuseppe e Salvatore. Una sfortunata coincidenza che lo legherà per sempre alla terza figlia della donna, Margherita Asta.

Dopo essersi messo alle spalle questa intensa esperienza sul set, l’ennesima in Sicilia, e dopo la recente messa in onda della pellicola su Rai 1, Francesco Montanari si racconta a BE Sicily Mag come protagonista della cover digitale di giugno 2026.

Francesco Montanari:
Foto Erica Fava @muroproductions
Assistente foto Angela Arena
outfit Diesel
Grooming Zhou Ming @simonebelliagency

L’intervista a Francesco Montanari

Lei è romano, ma la Sicilia, prima con il ruolo ne Il Cacciatore e più di recente con Un Futuro Aprile, sembra averla adottata. Qual è il suo legame con l’Isola?

Con la Sicilia ho un rapporto molto bello, mi sento a casa. È un’isola che ti dà sempre quella sensazione di non sentirti solo, di non sentirti estraneo, con la sua ospitalità. È un’accoglienza infinita. Al di là della suggestiva scenografia naturale che offre, è una terra molto calda.

Francesco Montanari:
Francesco Montanari sul set di “Un futuro Aprile”
Crediti: Rai Fiction/Elysia Productions

Come nasce la sua passione per la recitazione?

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Ho avuto la fortuna di avere un professore alle medie che era innamorato dell’arte del racconto. Per spiegarci le vicende di Polifemo nell’Odissea, chiudeva un occhio e sbavava. Agiva quelle parole, gli dava sostanza, raccontava davvero quei versi. E noi studenti impazzivamo, perché ci aiutava a capire che dietro c’erano storie vive, fatte di umanità. In seconda media mi fece fare Mastro Titta in Rugantino e mi sono talmente tanto divertito che mi sono detto: Questa cosa la voglio fare per tutta la vita.

Come si entra nei panni di personaggi con storie complesse e controverse, come nel caso del giudice Carlo Palermo?

In realtà, anche i ruoli che sembrano più leggeri, più superficiali, sono molto complessi. Perché ogni personaggio ha un proprio punto di vista sul mondo. Poi c’è la regia, che è il punto di vista con cui si guarda a quella storia. La strategia di pensiero per legare con il personaggio la fornisce la scrittura. E poi, ovviamente, c’è tanto e tanto studio.

Ha avuto modo di conoscere il giudice o Margherita?

Il giudice non l’ho mai incontrato, mentre Margherita l’ho conosciuta in conferenza stampa Rai, a due settimane dall’uscita della serie. È stata un’esperienza molto emotiva, perché lei è stata protagonista di quella tragedia per tutta la vita, sin da bambina, e con la fiction ha visto la realizzazione di tutto quel percorso. Stimo la sua attività nell’ambito della lotta alla mafia, è una donna che non ha mai smesso di inseguire la giustizia.

Francesco Montanari:
Francesco Montanari sul set di “Un futuro Aprile”
Crediti: Rai Fiction/Elysia Productions

Perché è importante la realizzazione di fiction come questa?

Intanto, per aspetti legati alla memoria storica e di cronaca. Quando si è giovani si pensa che la memoria sia retorica, poi arriva un momento in cui si comprende che il passato serve a capire dove siamo arrivati, a fare un bilancio rispetto al presente, a capire a cosa abbiamo rinunciato e a cosa stiamo andando incontro. Ma soprattutto c’è un piano umano che non va sottovalutato, perché queste produzioni permettono di capire che dietro alle storie ci sono persone che sono esistite veramente, che hanno lottato per la democrazia, la libertà di pensiero e di espressione. Per la civiltà, semplicemente. Una parola così tanto lontana dai nostri tempi.

Al netto degli studi che l’hanno condotta a questo ruolo, che idea si è fatto della verità giudiziaria del nostro Paese?

Si deve partire dal presupposto che la verità è fatta dagli uomini, di conseguenza presenta delle pecche. Il nostro è un Paese pieno di casi di verità giudiziaria latenti, lancinanti, fatiscenti; ma anche di casi di verità giudiziaria molto puntuali. È pieno di errori, ma è pieno di giustizia, insomma. È sempre ambivalente. L’errore esiste perché l’essere umano è una macchina imperfetta, ma esiste anche l’errore fatto con dolo. È sicuramente preoccupante pensare che, se succedesse a me, dovrei affidarmi molto al caso e alla fortuna.

Dopo il successo di Romanzo Criminale, per anni il pubblico l’ha identificata come il Libanese. È stato più un vantaggio o un qualcosa da cui ha sentito di doversi emancipare?

La verità è che il problema non nasce dal pubblico. Il pubblico è chi, guardandoti, sceglie se seguirti o meno. Ma non è diretto responsabile del fatto che si continui a lavorare o meno. L’attore dipende dagli addetti: è un lavoro di subordinazione, si è legati in primis alle scelte del regista, ma anche delle produzioni. Il problema quindi nasce quando si viene etichettati dagli addetti in maniera dispotica. È lì che si soffre e serve tempo ed è lì che bisogna avere la pazienza di aspettare.

Recentemente ha preso parte all’adattamento italiano di Machos Alfa, che tratta il tema della mascolinità tossica in chiave ironica. Crede che oggi ci sia un’esagerazione nel politically correct o che sia ancora necessario continuare su questa via?

Immagino un futuro utopico, con una totale assenza disparità, in cui sarà possibile fare della goliardia. Non siamo purtroppo ancora a quel punto. Anzi, secondo me siamo ancora abbastanza lontani da una parità reale, qualsiasi essa sia. Siamo in un periodo storico in cui, a livello epidermico, si sente ancora il peso dell’essere minoranza, che sia di genere, di sessualità o religiosa. Bisognerebbe cambiare il pensiero a livello culturale, ma è difficile. Credo che l’ironia sia un qualcosa che, in questo senso, non possiamo ancora permetterci e che potrà arrivare solo nel momento in cui riusciremo ad avere una modifica concreta nel nostro DNA.

Francesco Montanari:
Francesco Montanari
Foto Erica Fava @muroproductions
Assistente foto Angela Arena
outfit Diesel
Grooming Zhou Ming @simonebelliagency

C’è un personaggio o una storia che non ha ancora avuto l’occasione di raccontare e che le piacerebbe affrontare in futuro?

Mi piacerebbe molto interpretare un santo. Non perché io nutra una particolare propensione al cattolicesimo, ma perché le inquietudini che ha un uomo comune, un santo le ha all’ennesima potenza. Quindi, da un punto di vista attoriale, mi interessa molto.

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 Giulia Fici

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