Hanno passato i quaranta, qualcuna anche i cinquanta. In tasca hanno una laurea, a volte un dottorato, e alle spalle vent’anni di riunioni, budget, team da guidare e forse qualche promozione. Poi, a un certo punto, hanno smesso di riconoscersi nell’ufficio in cui entravano ogni mattina. C’è chi se n’è andata per scelta e chi in seguito a a una ristrutturazione. C’è anche chi è ancora dentro ma la sera e nel weekend lavora al proprio progetto. Oggi fanno le coach, le consulenti, le esperte di risorse umane e di welfare aziendale e la loro scrivania può essere a Milano come a Palermo, a Livorno, nel Nord-Est o perfino a Basilea. Sono lavoratrici con la partita Iva aperta da poco o ancora da aprire. Sono le donne di RestartHer Academia, la community fondata nel 2023 da Alessandra Lomonaco, e il 6 novembre si ritroveranno per la prima volta dal vivo a Milano.
Lomonaco è un’economista ed ex manager in multinazionali: “Ho voluto creare un network professionale rivolto proprio alle professioniste autonome: lavoratrici autonome, imprenditrici, donne che hanno scelto un percorso indipendente. È una forma di leadership, se vogliamo, ancora più forte di quella di cui si parla spesso quando si parla di leadership femminile nelle aziende”.
Lomonaco conosce bene questo passaggio, perché lo ha vissuto in prima persona dopo vent’anni nel mondo corporate. Secondo lei, la difficoltà più grande non è tecnica ma mentale. “Quando ti metti in proprio cambia completamente il mindset. In azienda, da dipendente, in un certo senso il lavoro ti arriva sulla scrivania. Quando lavori in autonomia devi capire il mercato, metterti in ascolto e creare un servizio, un’offerta, un prodotto che risponda a determinati bisogni. È un vero cambio di paradigma, e non è né semplice né automatico”.
Non solo conciliazione
Perché molte donne lasciano un posto sicuro? La risposta più ovvia sarebbe la conciliazione tra lavoro e famiglia ma è solo una parte della storia.
“I motivi vanno molto al di là del leitmotiv della conciliazione. Molto spesso le donne fanno questo passaggio dopo i 40, anche dopo i 50, quando i figli sono già grandi. Il motivo è che spesso nelle organizzazioni non c’è più spazio per crescere: si è raggiunto il famoso tetto di cristallo. All’università le donne superano gli uomini per risultati e tempi di laurea. Il problema arriva dopo i 30 anni, quando molti datori di lavoro iniziano a vederle come un rischio. Ancora oggi, nel 2026, tante donne si sentono chiedere al colloquio se hanno intenzione di fare figli”.
A questo si aggiunge quello che lei chiama “disallineamento valoriale”. “Intorno ai 40 anni c’è una consapevolezza maggiore di chi si è, dei propri valori, di quanto si è disposte a scendere a compromessi per uno stipendio fisso. Molte donne non si riconoscono più nei valori del posto in cui lavorano.
C’è anche il desiderio di autonomia decisionale: non essere mere esecutrici, ma avere un impatto sul lavoro che occupa l’80% della propria settimana. E c’è la ricerca di uno scopo, che dopo i 40 arriva in modo abbastanza trasversale.”
Imparare a fare rete
Una volta fatto il salto, il rischio è ritrovarsi sole. Bisogna affrontare la burocrazia e il fisco, investire i propri risparmi e usare strumenti digitali nuovi. Soprattutto, bisogna imparare a promuovere sé stesse. Per questo il networking diventa decisivo, ma per molte donne non è un’abitudine.
“Gli uomini fanno networking storicamente, da tantissimo tempo. Noi donne dobbiamo impararlo. È un retaggio culturale: pensiamo alle nostre mamme e alle nostre nonne, che magari lavoravano fuori casa ma poi tornavano subito a casa. Non c’era neanche il tempo di coltivare ambizioni personali. Le cose stanno cambiando, ma dipende molto da dove guardiamo. Milano è una città piena di opportunità. In altre regioni non è così, e per molte donne gli spazi digitali sono ancora un limite”.
La sua community lavora soprattutto sulla visibilità. C’è una directory con le biografie di tutte le iscritte. Ci sono i RestartHer Caffè, interviste live di trenta minuti in cui ogni nuova arrivata racconta il proprio percorso. Ci sono webinar e tavole rotonde tenuti dalle stesse partecipanti, oltre a ebook e “pillole formative” su budget, strategia, comunicazione e intelligenza artificiale. Ogni due mesi si organizzano anche pranzi di networking itineranti, finora a Milano, Roma e Padova, mentre il prossimo dovrebbe tenersi a Firenze.
“Da soli non si sviluppa niente. Lo dico per esperienza: se ti chiudi in una stanza dopo vent’anni di lavoro, non costruisci nulla. Lavorando insieme si impara, si cresce, nascono collaborazioni. E nascono anche belle amicizie”.
Storie di rinascita
Ogni percorso è diverso. Lomonaco ne ricorda alcuni in particolare. Una delle tre protagoniste del panel, Anna Moretti, 48 anni, ha lavorato per oltre vent’anni nell’industria farmaceutica tra Italia e Basilea, arrivando a posizioni di leadership.
Durante un periodo difficile in famiglia ha scoperto di avere, come suo figlio, il tratto dell’alta sensibilità, che riguarda circa il 30% della popolazione. Oggi è coach per donne altamente sensibili in ruoli di leadership.
“Anna sostiene che nelle organizzazioni queste donne vengono spesso ostacolate, quando in realtà hanno un grande patrimonio da portare”
Poi c’è una professionista palermitana, esperta di risorse umane, licenziata dopo una lunga carriera a causa di una ristrutturazione aziendale. Oggi fa consulenza HR per le piccole e medie imprese del Sud, con un obiettivo preciso: far tornare in Sicilia i talenti che se ne sono andati. E c’è una manager di un’azienda tecnologica che, ancora da dipendente, ha avviato una community che mette in contatto i proprietari di animali domestici con veterinari, nutrizionisti ed educatori cinofili.
“L’ha sviluppata dopo essere entrata in RestartHer, e il logo gliel’ha fatto un’altra donna della community. È un posto dove le idee si concretizzano”.
La paura di sbagliare
Cosa servirebbe, guardando al futuro, per rendere il lavoro autonomo più sostenibile? Per Lomonaco, i finanziamenti sono “un po’ un falso problema, dietro cui spesso ci nascondiamo per procrastinare”.
“Serve la voglia di uscire dal guscio e dalla zona di comfort, che in genere non porta niente di nuovo. E serve una diversa cultura dell’errore. La paura di sbagliare è il primo fattore che blocca. Noi donne siamo perfezioniste, anche perché ci è concesso meno sbagliare: la donna deve essere perfetta, deve far quadrare tutto in casa e fuori. Il lavoro autonomo a volte è proprio la risposta a questo mondo di stereotipi”.
Proprio alla cultura dell’errore la community dedicherà un webinar il 20 ottobre. L’altro tema caldo è il benessere: senza orari e confini, spesso lavorando tra le mura di casa, il rischio di burnout è concreto.
“Lavorare in autonomia significa anche saper mettere dei paletti tra vita privata e vita professionale, altrimenti tutto diventa una cosa sola. Dalle prime risposte alla nostra ricerca vedo che una buona fetta ha vissuto un momento di burnout, o lo sta vivendo ora”.
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