Diminuiscono gli ingressi irregolari, le persone in fuga e le richieste d’asilo, ma aumentano le vittime nel Mediterraneo e le criticità sul fronte dei diritti umani. Il Dossier Statistico Immigrazione 2026, realizzato da Idos, sarà presentato il 27 ottobre a Roma e in contemporanea in tutte le regioni italiane. Al centro dell’analisi le contraddizioni del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, in vigore dal 12 giugno.
Calano le persone costrette a lasciare il proprio Paese, diminuiscono gli ingressi irregolari in Europa e si riduce il numero delle richieste d’asilo. Eppure, mentre i flussi migratori rallentano, aumentano le morti nel Mediterraneo, le violazioni dei diritti umani e le domande di protezione ancora in attesa di una decisione. È la contraddizione al centro del Dossier Statistico Immigrazione 2026, realizzato dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con il Centro studi Confronti e l’Istituto di studi politici “S. Pio V”, che sarà presentato il 27 ottobre a Roma e, contemporaneamente, in tutte le regioni italiane.
L’edizione, la trentaseiesima, propone una lettura critica delle migrazioni forzate e non programmate proprio mentre prende avvio l’applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Un passaggio decisivo per le politiche comunitarie, che rischia però di consolidare un approccio incentrato sul contenimento degli arrivi, senza affrontare adeguatamente le cause delle partenze e le conseguenze umanitarie delle restrizioni.
Meno persone in fuga, ma non meno bisogno di protezione
Per la prima volta in dieci anni diminuisce il numero delle persone costrette alla fuga nel mondo. Alla fine del 2025 i migranti forzati erano 117,8 milioni, 5,4 milioni in meno rispetto all’anno precedente, con una contrazione del 4,3%.
La riduzione, tuttavia, non equivale necessariamente a un miglioramento delle condizioni di sicurezza nei Paesi d’origine. A incidere sono soprattutto i ritorni, che nel 2025 hanno raggiunto quota 14,7 milioni, il 49% in più rispetto al 2024. Molti rientri avvengono in modo non volontario e riguardano territori ancora segnati da conflitti, instabilità, povertà e servizi essenziali insufficienti.
È il caso dell’Afghanistan, dove circa 2,9 milioni di persone sono rientrate, soprattutto da Iran e Pakistan, e della Siria, che dopo la caduta del governo Assad ha visto tornare circa 1,3 milioni di persone. Restano però 4,9 milioni i siriani ancora in esilio. Si rafforza, inoltre, il fenomeno dello sfollamento protratto: sette rifugiati su dieci vivono lontano dalla propria casa da oltre cinque anni.
Il peso dell’accoglienza continua a ricadere principalmente sui Paesi più vicini alle aree di crisi. Il 65% dei migranti forzati vive in uno Stato confinante con quello d’origine, mentre il 68% è ospitato in Paesi a basso o medio reddito. Venezuela, Ucraina, Siria, Afghanistan, Sudan e Sud Sudan sono i sei Paesi da cui proviene il 70% dei rifugiati.
Sbarchi e richieste d’asilo in diminuzione
La contrazione dei flussi si riflette anche sugli attraversamenti irregolari delle frontiere europee. Secondo Frontex, nel 2025 sono stati registrati circa 180mila attraversamenti, contro i 240mila del 2024. Nei primi sette mesi del 2026 il dato è sceso sotto quota 64mila.
Anche in Italia gli sbarchi risultano in forte diminuzione. Dopo gli oltre 180mila arrivi del 2016 e i 157mila del 2023, nel 2024 e nel 2025 si sono attestati intorno ai 66mila. Nei primi otto mesi del 2026 sono stati meno di 20mila, con una riduzione superiore al 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Parallelamente diminuiscono le domande di protezione internazionale. Nell’Unione europea, nel 2025, le richieste presentate per la prima volta sono state circa 672mila, il 26,4% in meno rispetto al 2024 e oltre un terzo in meno rispetto al picco di 1,05 milioni registrato nel 2023.
La diminuzione delle domande si accompagna però a un calo del tasso di riconoscimento della protezione, passato dal 51,4% al 39,1%. All’inizio del 2026, inoltre, erano ancora più di 1,2 milioni le richieste in attesa di una decisione.
In Italia le domande sono scese a circa 128mila, rispetto alle 151mila del 2024. Il tasso di riconoscimento si è ridotto dal 35,9% al 30%, confermando una percentuale sensibilmente inferiore alla media europea.
Cambia anche la provenienza dei richiedenti asilo: per la prima volta dal 2014, i siriani non sono più il gruppo più numeroso nell’Ue. Al primo posto si collocano i venezuelani, con quasi 90mila richieste, dirette soprattutto verso la Spagna, che con 141mila domande diventa il principale Paese europeo di destinazione.
Il paradosso del Mediterraneo: meno arrivi, più vittime
Il dato più allarmante emerge dal confronto tra gli arrivi via mare e le persone morte durante la traversata. Nei primi otto mesi del 2026, gli arrivi registrati nell’intero Mediterraneo sono stati poco più di 51mila, contro gli 86mila dello stesso periodo del 2025. Nello stesso arco temporale, però, le morti accertate sono salite da 1.248 a 1.733.
Sulla rotta del Mediterraneo centrale le vittime sono state 914, contro le 827 dell’anno precedente, con un aumento dell’11%. Dal 2014, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato oltre 35mila morti e dispersi nel Mediterraneo, quasi 27mila dei quali lungo la rotta centrale, tra le più letali al mondo.
Il bilancio reale potrebbe essere ancora più grave. Numerosi naufragi avvengono senza testimoni e molte vittime non vengono identificate né segnalate. A contribuire ai rischi sono anche le limitate capacità di ricerca e soccorso in mare.
Il Dossier dedica particolare attenzione alle difficoltà incontrate dalle organizzazioni umanitarie impegnate nei salvataggi. Il contributo di Sos Mediterranee Italia ricostruisce un decennio di ostacoli e ostilità nei confronti del soccorso civile. Tra il 2016 e il 2025, Sea-Watch ha documentato 72 episodi di intimidazioni e violenze contro navi delle Ong attribuiti alla cosiddetta guardia costiera libica.
A questi si aggiungono le disposizioni che impongono alle imbarcazioni umanitarie di rientrare in porto dopo ogni intervento e l’assegnazione di porti lontani dalle zone di soccorso. Secondo Sos Mediterranee, queste misure hanno sottratto alle navi 1.219 giorni di operatività tra il 2022 e il 2025. Una perdita di capacità di intervento che, secondo l’organizzazione, non può essere considerata una semplice conseguenza inevitabile delle traversate.
Il nuovo Patto europeo e la matrice italiana
È in questo scenario che prende forma il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, le cui disposizioni si applicano dal 12 giugno 2026. Il sistema introduce procedure di controllo obbligatorie alle frontiere, meccanismi accelerati per l’esame delle domande, maggiori possibilità di trattenimento e strumenti rafforzati per i rimpatri.
L’impostazione segna un ulteriore spostamento verso il controllo delle frontiere e il contenimento dei flussi, privilegiando la gestione degli arrivi rispetto al potenziamento dei soccorsi, dell’accoglienza e dei canali legali e sicuri di accesso alla protezione.
Il Dossier individua una significativa matrice italiana in questa evoluzione. Da circa vent’anni, infatti, l’Italia ha progressivamente investito nell’esternalizzazione dei controlli migratori attraverso accordi con i Paesi del Nord Africa. Il primo accordo con la Tunisia risale al 1998, seguito da nuove intese nel 2020 e dal Memorandum con l’Unione europea del 2023.
Particolarmente rilevante è il rapporto con la Libia: tra il 2017 e il 2025, gli accordi hanno consentito di intercettare 192.788 persone in movimento nel Mediterraneo e di riportarle nei centri di detenzione. Eppure, dalla costa libica continua a partire l’87% degli arrivi via mare in Italia, a conferma dei limiti di una strategia fondata sul trasferimento dei controlli al di fuori dei confini europei.
Oltre la retorica dell’emergenza
I dati delineano un quadro più articolato rispetto alla rappresentazione delle migrazioni come emergenza permanente. Gli arrivi diminuiscono, ma non scompaiono le ragioni che spingono milioni di persone a fuggire. E soprattutto, la riduzione degli attraversamenti non coincide con una diminuzione dei rischi: le vittime in mare aumentano, mentre si allungano i tempi di attesa per ottenere una risposta alle domande di protezione.
La sfida del nuovo Patto europeo sarà dunque misurare la propria efficacia non soltanto attraverso il numero degli ingressi e dei rimpatri, ma anche in base alla capacità di garantire diritti, protezione e sicurezza. Il Dossier solleva una questione centrale: fino a che punto le politiche di contenimento possono essere considerate efficaci se, insieme agli arrivi, non diminuisce il costo umano delle migrazioni?
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