29 agosto 2026 – ore 17:00 – Questa sera, 29 agosto 2026, alle 20, il Caffè degli Specchi di piazza Unità d’Italia ospiterà la finale della 79ª edizione di Miss Trieste, un concorso nato nel 1947 e abbastanza ostinato da attraversare quasi ottant’anni di storia senza farsi spiegare da nessuno che ormai avrebbe dovuto smettere. È una longevità che merita rispetto, ma anche un certo sospetto: Miss Trieste ha visto cambiare l’Italia, ha visto cambiare Trieste, ha visto cambiare le donne, gli uomini, la televisione, la politica, la moda, il cinema e perfino il modo in cui guardiamo una fotografia, eppure eccola ancora qui, con una corona, una passerella e una giuria, come se il tempo non fosse mai riuscito a convincerla che aveva ormai fatto il suo corso. Quando nacque, nel 1947, l’Italia era già una Repubblica da poco più di un anno, proclamata il 2 giugno 1946, e Trieste viveva una delle stagioni più complicate della propria storia. Il Trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947, aveva previsto la nascita del Territorio Libero di Trieste, mentre la città e il territorio erano divisi tra Zona A, amministrata dagli Alleati, e Zona B, amministrata dalla Jugoslavia. Il confine non era ancora una formalità sulla carta geografica: era una questione politica, nazionale, familiare e spesso dolorosamente personale. In mezzo a quella città sospesa nacque un concorso di bellezza. È uno di quei dettagli che la storia tende a trattare con sufficienza e che invece spiegano molto bene come funzionano le città. Mentre i governi discutevano il destino di Trieste, qualcuno organizzava una passerella. Mentre diplomatici e militari si occupavano del confine, qualcun altro doveva decidere quale ragazza meritasse una corona. La grande politica cercava di stabilire a chi appartenesse Trieste; Miss Trieste cercava almeno di stabilire chi la rappresentasse meglio.
E forse non era affatto una cosa frivola. Le città, soprattutto quelle che hanno appena attraversato una guerra, hanno bisogno anche di gesti normali per tornare a vivere. Una festa, una fotografia, una gara, una ragazza vestita elegantemente, il pubblico che applaude: mentre la Storia pretendeva di essere tragica, la vita cercava ostinatamente di tornare ordinaria. Poi arrivò Fulvia Franco. Nel 1948, a diciassette anni, la giovane triestina vinse Miss Trieste e poi Miss Italia. Oggi una vittoria del genere sarebbe accompagnata da dirette, fotografie, interviste, reel, storie Instagram, dichiarazioni istituzionali e probabilmente un comunicato nel quale si sottolineerebbe che il risultato rappresenta “un motivo di orgoglio per l’intero territorio”. Nel 1948 bastava una corona e, soprattutto, bastava che quella corona fosse portata da una ragazza di Trieste. Perché Trieste, allora, aveva ancora bisogno di essere riconosciuta. La vittoria di Fulvia Franco assunse così un significato che andava ben oltre la passerella. In una città ancora dentro la questione del confine, una ragazza triestina diventava Miss Italia. Non era soltanto la più bella secondo una giuria: diventava il volto di una città che voleva ricordare al Paese e al mondo di essere ancora lì.
Oggi una fascia serve soprattutto a non perdere la fascia. Allora poteva servire a ricordare al mondo dove fosse Trieste. Questa differenza basta quasi da sola a raccontare settantanove anni di storia. Miss Trieste, infatti, ha attraversato un’Italia che nel frattempo ha cambiato praticamente tutto ciò che poteva cambiare. Ha attraversato il dopoguerra, il Territorio Libero, la Guerra fredda, il boom economico, il miracolo italiano, il femminismo, la contestazione, gli anni di piombo, la televisione commerciale, il terrorismo, Tangentopoli, la fine della Prima Repubblica, la globalizzazione, Internet, Facebook, Instagram e infine TikTok, dove oggi può bastare un telefono e una quantità adeguata di autostima per tentare di diventare famosi. Miss Trieste è rimasta. Ha visto cambiare il concetto stesso di celebrità. Ha conosciuto l’epoca nella quale per diventare famosi occorreva essere scoperti da qualcuno e quella nella quale chiunque può costruirsi un pubblico dal proprio salotto. Ha visto la televisione diventare il grande arbitro della notorietà e poi perdere il monopolio a favore dei social network. Ha visto la moda passare dalle copertine alle piattaforme digitali. Ha visto il femminismo mettere giustamente in discussione l’idea della donna come semplice oggetto da giudicare e ha visto il mondo contemporaneo arrivare all’altra estremità, quella nella quale un concorso di bellezza deve quasi presentare una relazione tecnica per spiegare perché può ancora esistere. È sopravvissuta persino alla necessità di giustificarsi. Una volta una miss doveva essere bella. Oggi deve essere bella, comunicativa, fotogenica, telegenica, simpatica, empatica, consapevole, inclusiva, resiliente e possibilmente capace di spiegare davanti a una telecamera perché la bellezza non è la cosa più importante.
Il Novecento aveva inventato il concorso di bellezza. Il XXI secolo ha inventato il concorso di bellezza con la nota metodologica. Eppure, dietro la battuta, c’è una trasformazione reale. Nel 1959 Miss Trieste fu Loredana Cappelletti, che avrebbe poi assunto il nome d’arte di Loredana Nusciak e costruito una carriera nel cinema e nella televisione, lavorando con protagonisti come Totò, Alberto Sordi e Franco Nero e con registi come Sergio Corbucci e Dino Risi. Nel 1970 arrivò Alda Balestra, sedicenne, che vinse Miss Trieste e nello stesso anno Miss Italia, prima di diventare una modella conosciuta anche sulla scena internazionale. Nel 1984 fu la volta di Susanna Huckstep, quindicenne, che conquistò Miss Trieste e poi Miss Italia, entrando anch’essa nel mondo della moda e dello spettacolo. Tre nomi, tre epoche, tre porte diverse verso la notorietà. Ma sarebbe un errore raccontare la storia del concorso soltanto attraverso quelle che sono diventate famose. La maggior parte delle ragazze che hanno partecipato a Miss Trieste non è diventata attrice, modella o personaggio televisivo. È tornata alla propria vita, agli studi, al lavoro, alla famiglia, agli amori, alle preoccupazioni quotidiane. E forse è proprio qui che il concorso rivela la sua parte più interessante: non ha mai garantito la fama, ha offerto un’occasione. La corona durava un anno. La vita durava molto di più. Ed è probabilmente una fortuna. Perché non tutte le ragazze devono diventare famose per avere avuto una bella serata. Questa sera, però, Miss Trieste arriva davanti a un’altra trasformazione. Accanto alla competizione ci sarà “La Bellezza, Insieme”, progetto che porterà sulla stessa passerella ragazze con e senza disabilità, mettendo in discussione l’idea di una bellezza costruita secondo un modello unico. L’iniziativa coinvolge una rete di associazioni e realtà cittadine, con Elena Gianello, presidente della Calicanto, Ingrid Vascotto, Elisabetta Marcusa, Elisabetta Zorn e le altre organizzazioni coinvolte, oltre al sostegno dell’assessore comunale alle Politiche Sociali Massimo Tognolli e al lavoro organizzativo di Enrico Esposito insieme a Saint Jack Studios. È un cambiamento coerente con il tempo.
Non serve rinnegare ciò che Miss Trieste era per capire ciò che può diventare. Il concorso nacque in un’epoca nella quale la bellezza veniva misurata secondo criteri molto più rigidi; oggi prova a raccontare una bellezza plurale, nella quale entrano anche personalità, espressività, capacità comunicativa e storie personali. Non è necessario trasformare la passerella in un tribunale ideologico. E nemmeno in un seminario universitario. Una ragazza può ancora essere bella senza dover chiedere scusa. E contemporaneamente una ragazza con una disabilità può stare su quella stessa passerella senza essere trattata come una parentesi speciale. Questa è forse la modernità più interessante del concorso. Non cancellare la corona. Allargare il palco. E mentre cambia Miss Trieste, cambia anche Trieste. Nel 1948 una ragazza poteva rappresentare la città perché la città aveva bisogno di affermare la propria identità. Oggi la città non ha più bisogno di dimostrare al mondo di essere italiana, ma continua ad avere un problema con il modo in cui racconta se stessa. Si definisce porto internazionale, città mitteleuropea, città di frontiera, capitale della scienza, città della Barcolana, luogo di incontro fra Mediterraneo e Mitteleuropa. È tutte queste cose e, come spesso accade alle città che hanno una storia ingombrante, rischia talvolta di diventare più brava a raccontare ciò che è stata che a spiegare ciò che vuole diventare. Miss Trieste, in fondo, è lo stesso esercizio. Trieste si mette davanti allo specchio e chiede a qualcuno di dirle quanto è bella. Per questo il luogo scelto per la finale sembra quasi una battuta scritta dalla storia: il Caffè degli Specchi, in piazza Unità d’Italia. Una manifestazione che cerca la bellezza dentro un luogo chiamato “degli Specchi”. È difficile immaginare una scenografia più triestina. Da una parte le finaliste. Dall’altra la città. In mezzo, uno specchio.
Questa sera Nikita Pelizon e Daniela Pobega condurranno la finale, con le partecipazioni di Aztecan, Etra e Asia Del Prete, mentre una delle concorrenti raccoglierà il testimone da Vittoria Maculan, Miss Trieste 2025, dopo il percorso iniziato con le selezioni e proseguito con la semifinale dell’8 agosto al Mytilus di Muggia. Per una sera, dunque, la città tornerà a scegliere il proprio volto. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla classifica. La vera storia è quella di una manifestazione che ha attraversato quasi ottant’anni senza riuscire — o senza voler riuscire — a morire. Ha superato il dopoguerra. Ha attraversato la Guerra fredda. Ha visto cambiare il confine. Ha attraversato il boom economico. Ha visto nascere il femminismo. Ha resistito alla contestazione. Ha attraversato gli anni di piombo. Ha visto esplodere la televisione commerciale. Ha visto nascere i reality. Ha attraversato Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica. Ha conosciuto Internet. Ha visto arrivare Facebook. Poi Instagram. Ora TikTok. E mentre il mondo decideva ogni volta quale sarebbe stata la nuova maniera di apparire, Miss Trieste continuava a chiedere a una ragazza di salire su un palco e camminare davanti a una giuria. Questa ostinazione ha qualcosa di quasi commovente. E anche qualcosa di profondamente triestino. Perché Trieste ha una lunga tradizione di cose che sembravano destinate a scomparire e che invece, per una combinazione di memoria, ostinazione e malinconia, continuano a esistere.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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Francesco Viviani
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