#Finsubito news – Fabio Ciconte (Terra Comune): “Il cibo non può diventare un lusso, la sinistra torni a parlare agli agricoltori”


Contrasto alla povertà alimentare, redistribuzione del profitto lungo la filiera produttiva e lotta al caporalato. Sul tavolo del campo largo arrivano le proposte di Terra comune. Nato a gennaio, è un movimento che riunisce i vari soggetti del comparto agricolo: produttori, cooperative, biodistretti, sindacati, unitisi per avere più voce. Oggi, i suoi rappresentanti incontreranno a Roma, al Centro congressi Frentani, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Obiettivo: inserire il cibo nel menù elettorale del centrosinistra, al pari delle politiche abitative e del caro energia.

Per farlo, Terra comune ha disegnato una road map in 90 punti, divisi in otto capitoli. “Nella nostra testa”, commenta con Huffpost Fabio Ciconte, portavoce del movimento, “è un insieme di proposte fatto per essere copiato e incollato nel programma di un partito”.

Facciamo un passo indietro. Da dove nasce l’idea di Terra comune?

Nasce da tre considerazioni. Uno: da anni il mondo agricolo è molto sfilacciato e affaticato, infatti molte aziende stanno chiudendo. Due: contemporaneamente, c’è stata una forte polarizzazione del dibattito, che ha contrapposto, anche a causa delle strumentalizzazioni della destra, il mondo agricolo a quello ambientalista. Infine, c’è il tema dei consumi: fare la spesa costa sempre di più, i dati Istat dicono che una famiglia su tre è costretta a ridurre le spese alimentari. Il dibattito politico, però, è concentrato su altre cose: la casa, le bollette… ma questo ragionamento ha bisogno di un’altra gamba, il cibo. Non possiamo permettere che diventi un bene di lusso.

In questi giorni ci sono in piazza studenti universitari e agricoltori. Una coincidenza per il vostro incontro.

Sì, infatti nel mio intervento partirò da questo. Ci sono due immagini che mi hanno colpito. Tra le tende degli studenti, ho visto un cartello che diceva che nel 2016 per pane, pasta e olio si spendevano 16 euro, oggi 36. È il simbolo che la questione del cibo è entrata nella coscienza anche delle nuove generazioni. L’altra immagine è la protesta degli agricoltori. Quando sono iniziate le proteste dei trattori, quattro anni fa, il governo ha dato la colpa al Green deal, ma le proteste di oggi dimostrano che non sono state date le risposte adeguate ai bisogni degli agricoltori.

Dunque, cosa chiederete ai leader del campo largo?

Le nostre proposte sono pensate per essere copiate e incollate all’interno del programma di un partito. La richiesta principale è, appunto, considerare il cibo e le politiche alimentari tra le principali questioni da affrontare. Entrando nel dettaglio, pensiamo che bisogni ripensare il sistema agroalimentare. Non solo deve essere in linea con i principi ecologici, ma deve smettere di essere vittima di se stesso. Oggi, è basato su una Politica agricola comune europea che assorbe un terzo del bilancio comunitario ma sostiene una minoranza delle aziende agricole, cioè quelle grandi, lasciando a bocca asciutta la maggioranza, le medio-piccole.

Nelle vostre proposte si parla di sostenere l’“agricoltura sociale”, ma spesso i prodotti del piccolo produttore costano di meno. Come si può intervenire?

Non possiamo scaricare tutta la responsabilità sulle spalle dei consumatori. Se fanno scelte di consumo poco adeguate da un punto di vista etico-sociale, è perché non ce la fanno economicamente a farne altre. Per aiutare gli agricoltori non basta aumentare i prezzi al consumo, perché chi fa profitto è la grande distribuzione. Non è possibile che su 100 euro di spesa all’agricoltore resti fra 1,5 e 7 euro, è incivile.

Nei 90 punti, infatti, si parla di “giusto prezzo” e di redistribuzione del profitto lungo la catena produttiva. Come proponete di realizzarlo?

Il prezzo di vendita lo deve stabilire l’agricoltore, non l’agroindustria o la grande distribuzione organizzata. Purtroppo, però, gli agricoltori sono gli elementi più debola della filiera ed è proprio per questo che è nata Terra comune. Un aiuto potrebbe venire dall’etichetta: il prezzo deve essere trasparente. Oggi, nessuno sa nulla di come verrà diviso il prezzo lungo la filiera, ma se fosse spiegato con un’etichetta, le cose cambierebbero. Sono queste condizioni, tra l’altro, a determinare la persistenza del caporalato, che è un altro punto delle nostre proposte e che non è stato risolto nemmeno attraverso i fondi Pnrr previsti.

Voi chiedete creare innovazione per l’agroecologia” e non per “l’agroindustria”. Ce lo spiega?

In questi anni sta emergendo con forza la questione dei nuovi ogm, su cui puntano le grandi industrie agricole sfruttando la leva tecnologica e la “scusa” dei cambiamenti climatici per introdurli. Però, sono innovazioni di cui conosciamo molto poco e, soprattutto, sono in mano a multinazionali che avranno di un bene comune, cioè il seme e la varietà genetica, una gestione finanziaria.

Oggi incontrate i leader del campo largo. Parlerete anche con i partiti dell’attuale maggioranza?

Siamo molto contenti dell’incontro di oggi, non era scontato. La sinistra deve tornare a dialogare con il mondo agricolo, cosa che in questi anni ha fatto molta fatica a fare. Nei prossimi mesi proveremo a incontrare anche gli altri partiti, sperando ci vogliano ascoltare. Spero di dialogare col ministro Lollobrigida. In questi anni, il governo ha strizzato l’occhio a un tipo di agricoltura un po’ retorica, l’idea del contadino-patriota. Ma se in 10 anni ha chiuso il 30% delle aziende agricole, qualcosa non va.

A proposito del governo, cosa ne pensate dell’accordo per il Mercosur?

Tutto il male possibile. È un mercato che porterà poco e che, soprattutto, non produce valore aggiunto per il modello agricolo di cui abbiamo bisogno.

Di che commercio agricolo ha bisogno l’Italia, secondo voi?

In questi anni, sia destra che sinistra hanno ragionato un po’ per maniche larghe sul commercio internazionale, credendo fosse risolutivo dei mali del mondo. In realtà, ha aperto delle barriere da cui sono entrati prodotti che hanno impoverito il nostro sistema alimentare. E dall’altra parte, l’export ha interessato le eccellenze delle aziende di grandi dimensioni, non i prodotti di piccoli o medi agricoltori.


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