#Finsubito news – Agricoltura, le proteste al Sud conseguenza di un modello che schiaccia chi produce


Esplodono le proteste al Sud nel mondo produttivo e degli autotrasportatori, schiacciati dal caro carburante e da condizioni economiche sempre più proibitive per gli agricoltori. Fabio Ciconte, direttore di Terra!: “Cambiare il modello, la Gdo non può scaricare i costi sui produttori”

Esplodono le proteste al Sud nel mondo produttivo e degli autotrasportatori, schiacciati dal caro carburante e da condizioni economiche sempre più proibitive per gli agricoltori. Blocchi del traffico sono scattati in Calabria, Puglia, Basilicata, Campania e Sicilia, facendo crescere l’allarme per il rischio di esaurimento carburante e scarsità di prodotti nei supermercati. Abbiamo chiesto un commento a Fabio Ciconte, direttore di Terra!, associazione che da anni si occupa di filiera alimentare e del giusto prezzo da riconoscere ai produttori. Insieme all’alleanza TerraComune, fatta di associazioni ambientaliste e agricole, hanno presentato domenica 18 ottobre 90 proposte per cambiare il modello agricolo.

Ciconte, hanno ragione gli agricoltori che stanno protestando? Cosa è successo negli ultimi anni rispetto alla fetta di valore che rimane a chi produce sul prezzo dell’ortofrutta?
Faccio riferimento a quello che è successo da quattro anni a questa parte, dalle proteste dei trattori fino alle proteste di oggi. Con le proteste dei trattori era stata data la colpa agli ambientalisti e alle misure legate al Green Deal, alla Farm to Fork. Hanno bloccato le misure del Green Deal agricolo. Il risultato? All’agricoltore non è cambiato niente nella vita reale e oggi sono usciti di nuovo in piazza, a dimostrazione del fatto che con la retorica non cambiano le vite reali delle persone. Questo è il punto numero uno.

E il secondo punto?
Il punto numero due è che ancora oggi l’agricoltore non viene remunerato adeguatamente, anzi viene remunerato sempre di meno in una filiera il cui cibo costa sempre di più. Sei nel grande paradosso in cui stai pagando il cibo fino al 30% in più, ma questo pagamento in più non si sta scaricando sugli anelli più bassi della filiera. Negli ultimi cinque anni fare la spesa costa il 30% in più.

Può fare qualche esempio pratico?
Basta guardare il grano: gli agricoltori oggi stanno dicendo che seminare non gli conviene perché non vengono pagati abbastanza. Poi, se guardo alla vita degli allevatori mi rendo conto che se non gli si paga il latte per quanto vale, alla fine mollano, come sta già succedendo.

E gli altri prodotti?
Prendiamo la frutta: non è remunerata abbastanza, perché gli agricoltori nel frattempo stanno avendo un rincaro dei costi di produzione, perché sono aumentati gli input energetici e gli input chimici. Per seminare un ettaro di mais si devono spendere tanti soldi in più, per esempio per i fitofarmaci e tutta la parte chimica, che a causa della chiusura di Hormuz e delle crisi internazionali costano di più. Poi c’è il tema del costo del carburante, il gasolio agricolo, che è raddoppiato. E a questo vanno aggiunti i costi energetici di stoccaggio in magazzino per la frutta.

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Le difficoltà sono generalizzate, ma in cosa l’agricoltura è diversa dagli altri settori?
L’agricoltura è l’unico settore che non decide il prezzo di vendita. In un mondo normale funzionerebbe che se l’agricoltore ha speso di più per produrre il mais, lo vende a prezzo maggiore. In agricoltura non funziona così, perché è l’intermediario che fa il prezzo.

In altre parole, la grande distribuzione organizzata. La Gdo sta pagando meno i produttori?
No. Intanto diciamo che sono aumentati anche i costi per la distribuzione, perché l’energia elettrica la paga pure la Gdo. Questa, poi, ha un problema in più: avere dei clienti che chiedono di spendere di meno. Ma la Gdo in questi anni ha alzato i prezzi, perché l’agricoltore gli ha chiesto qualche centesimo in più. Ma quel centesimo in più concesso è servito al produttore per pagare le bollette, non per compensare quello che mancava per una remunerazione adeguata.

Gli agricoltori non hanno nessun potere di contrattazione?
Ce l’hanno in pochi. Una tra tutte è Melinda. Altri comparti vanno male, come il grano, la frutta, il latte. Di fronte alla difficoltà ad arrivare a fine mese il mondo agricolo di solito ragiona in termini di maggiore richiesta di fondi al governo. Ma qui il tema è che bisogna cambiare un sistema di produzione che non sta in piedi.

Cos’è TerraComune?
La dimostrazione che le vertenze agricole e quelle ambientali non sono in contrapposizione. Abbiamo messo insieme un’alleanza che tiene dentro agricoltori, associazioni del mondo del cibo, da Slow Food a Libera, ad Arci, il mondo sindacale, le associazioni ambientaliste, il mondo agroecologico, i biodinamici.

Cosa proponete?
Abbiamo prodotto un documento con 90 proposte, 8 priorità, molto articolate, che possono essere prese, copiate, incollate nei programmi elettorali, in cui sostanzialmente la questione che stiamo sollevando è che il cibo deve tornare al centro del dibattito pubblico.

Perché ?
Perché c’è una situazione drammatica nella quale le famiglie oggi stanno riducendo i consumi alimentari per via dell’aggravio di costi, e gli agricoltori dall’altra parte stanno chiudendo le aziende. C’è un dato che qui nessuno dice e c’è una ragione per cui questo accade: negli ultimi 10 anni ha chiuso il 30% di aziende agricole, e questo perché si sta andando verso un modello latifondistico di produzione. Senza dirlo, ci stiamo dirigendo verso il modello della grande impresa agricola, come negli Stati Uniti, in un paese che però è fatto da aree interne, aree montane, agricoltura di prossimità.

E dove porta questo modello?
Questo modello agroindustriale è in piazza in questi giorni perché non sta in piedi. Ha bisogno di un sacco di input chimici e viene pagato sotto costo.

Come si conciliano le esigenze di chi produce, che deve arrivare a fine mese, e quelle di un consumatore schiacciato anche lui da crisi e inflazione, che fa fatica a fare la spesa?
Intanto c’è un tema di salari che va affrontato: puoi pensare di risolvere la crisi del comparto e dei consumi con i salari che ci sono adesso a disposizione. Non si può scaricare sulle spalle di un consumatore che sta in piazza in questo momento, che non ce la fa più, un aumento dei prezzi senza che ila distribuzione si faccia carico almeno di un pezzo di quel costo.

Nell’immediato, intanto, gli agricoltori stanno bloccando il Sud Italia.

Lì, si deve intervenire sul carburante agricolo. Io penso che il governo debba mettere le mani in tasca e dare i fondi agli agricoltori. Poi, il giorno dopo, deve cominciare a redistribuire diversamente i fondi della Politica agricola comunitaria, perché l’80% dei fondi va al 20% delle grandi imprese che hanno migliaia di ettari, e con questi miliardi e miliardi di euro della Pac i medi e piccoli agricoltori non possono cambiare la loro condizione.

Ma quel 20% di grosse aziende non è quello che riesce ad arrivare nei supermercati e a garantire?
Ma non è proprio così. Melinda è un consorzio di un paio di migliaia di agricoltori che hanno un ettaro, due ettari, tre ettari. Sono organizzati, alcuni sono agricoltori part time. Non è che devi per forza avere la grande impresa, non è che devi essere Bonifiche Ferraresi per forza.

Qual è il punto, in fin dei conti?
È una delle questioni principali: bisogna decidere che il prezzo di vendita di un prodotto lo stabilisce l’agricoltore, poi si parli del resto.


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